Sfido Veronesi ad un
confronto pubblico per suffragare quanto ha affermato nell’intervista alla
stampa del 3 marzo. Ho lavorato nel settore nucleare per più di venti anni
svolgendo i controlli sul combustibile nucleare per tutte le centrali dell’Enel
e non ho mai sentito tante grossolanità da uno scienziato che per di più
occupa un posto delicato come quello di presidente della Agenzia per la
sicurezza nucleare.
Sono l’unico esperto
nucleare ad aver fatto obiezione di coscienza dopo l’incidente di Chernobil,
mettendo a rischio la mia professionalità e la mia stessa carriera e penso con
sgomento al fatto che la sicurezza nucleare venga gestita con le modalità
assurde stabilite dal governo: 12 mesi per svolgere il licencing di una
centrale nucleare e del deposito nazionale per le scorie, quando il maggiore
ente di sicurezza del mondo (la NRC statunitense) ci impiega non meno di tre
anni disponendo di oltre mille tecnici esperti, mentre la nostra ASN ha solo
200 dipendenti assai poco preparati.
Che ne sa Veronesi dei
problemi che sorgono in fase di certificazione di un progetto nucleare? Di
come si valuta un massimo credibile incidente, dei controlli da effettuare in
fase di costruzione e di esercizio di un impianto? Di come anche i più
sofisticati sistemi e procedure di sicurezza falliscono: a Trhee Mile Island i
malfunzionamenti dei servizi di emergenza furono 6 e solo 2 erano attribuibili
al fattore umano.
Certo, finchè medici
come lui si faranno schermo delle statistiche dell’OMS e della IAEA che
sostengono che a Three Mile Islandd non è morto nessuno e che a Chernobil i
morti sono poche migliaia, allora i cittadini dovranno veramente temere per la
loro sicurezza.
Ci sono scienziati
russi, bielorussi ed ucraini che hanno illustrato nei loro studi le decine di
migliaia di morti e centinaia di migliaia di patologie post Chernobil, che
vengono costantemente ignorati e boicottati da uomini come Veronesi e
dall’omertà che contraddistingue la maggioranza della cosiddetta comunità
scientifica (non solo italiana).
E poi basta con le
falsità che il nucleare ci rende liberi dal petrolio dato che solo il 5%
dell’energia elettrica è prodotta con questa fonte mentre la stragrande
maggioranza del suo consumo va nei trasporti e nell’industria, e poi è assai
probabile che sarà l’uranio ad esaurisrsi prima dei combustibili fossili.
Basta con la favola che
tutti i problemi del nucleare (dalle scorie ai reattori di IV generazione
saranno risolti) perché sono gli stessi problemi che studiavamo in Enel trenta
anni fa prevedendo di risolverli entro il 2000, ed ora che siamo nel 2010 ci
dicono che la loro soluzione è spostata di altri trenta anni!
Se Veronesi è disposto a
tenersi le scorie nucleari nella sua camera da letto, come pare ha dichiarato,
è affar suo (anche se in proposito sarebbe interessante sapere come la pensano
i suoi vicini di casa), ma se il Presidente dell’ASN (che è una autorità
indipendente) afferma che le centrali nucleari sono studiate per durare fino a
100 anni, allora si apre un serio problema di competenza e di affidabilità
dell’intera struttura che a mio giudizio non può che risolversi sollevando
Veronesi dal suo incarico.
Giorgio Ferrari
L'articolo de "LA STAMPA"
Politica
03/03/2011 - INTERVISTA
Veronesi: "Senza nucleare
l’Italia è un Paese morto"
«Spiegherò ai
cittadini che si può fare in sicurezza e che non è giusto avere paura»
LUCA UBALDESCHI
Vista con gli occhi di
Umberto Veronesi, la questione del ritorno all’atomo è estremamente semplice.
«Senza il nucleare l’Italiamuore. Tra 50 anni finirà il petrolio, tra 80-100 il
carbone, seguito poi dal gas. Altre fonti non saranno sufficienti a fornire
l’energia di cui abbiamo bisogno. Il risultato? Non avremo la luce, non potremo
far funzionare i computer o i frigoriferi e neppure far viaggiare i treni. Se lo
immagina?». Se questa è la (apocalittica) premessa, non è difficile capire
perché il medico più famoso d’Italia, a 85 anni, abbia deciso di abbandonare il
Senato e accettare la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare.
L’incarico - c’è da scommetterci - porterà con sé una cospicua dote di
polemiche, ma Veronesi non ha dubbi che il piano possa realizzarsi senza
pericoli per le persone e l’ambiente.
Professore, recenti sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è
contraria al nucleare. Non la preoccupa andare controcorrente? «No, anzi, la conflittualità mi stimola. Sono abituato ad affrontare
problemi scabrosi. L’importante è essere sicuro che la scelta che faccio sia
moralmente corretta».
E in questo caso lo è? «Assolutamente sì. Come oncologo conosco molto bene le radiazioni e i
modi per proteggere i pazienti.Voglio dedicare i prossimi anni ad assicurare i
cittadini che non corrono rischi».
Conoscerà altrettanto bene le contestazioni mosse dal fronte degli oppositori,
vero? «Guardi, ci sono essenzialmente tre problemi per quanto riguarda
un reattore nucleare. Primo, garantire la sicurezza nel funzionamento ordinario,
obiettivo non difficile. Poi c’è la questione delle scorie e mi creda,
nessunomai almondo èmorto per inquinamento da scorie. Infine c’è il fattore
umano, la possibilità di poter disporre di personale qualificato è fondamentale.
Basta pensare che i due grandi incidenti nelle centrali nucleari hanno avuto una
caratteristica comune: sono dipesi da errori umani. E’ stato così a Three Mile
Island, negliUsa, come a Cernobil».
Quel nome, Cernobil, a distanza di 25 anni agita ancora negli italiani
incubi difficili da scacciare. «Lo so, ma so anche che Cernobil è qualcosa che non potrà più accadere.
Là era tutto sbagliato. C’era una macchina vecchia, pensata per usi militari,
non civili. Si decise di fare un esperimento, vera follia in una centrale. E il
direttore dell’impianto non era un esperto di nucleare».
Con questo che cosa vuol dire?
«Che poiché il fattore umano è cruciale, la mia attenzione maggiore sarà formare
personale adeguato dal punto di vista tecnico, scientifico,ma anche psicologico,
perché sappia far fronte alla pressione».
Ma dopo un quarto di secolo lontano dal nucleare, l’Italia ha il
bagaglio di conoscenze necessarie?
«Due aspettimi confortano. In primo luogo che abbiamomantenuto viva la
ricerca e centri come quello di Casaccia, vicino a Frosinone, sono
all’avanguardia. Poi il fatto che partire da zero ci consente di usare le
tecnologie più moderne e il tempo necessario a impiantarle ci daràmodo di creare
le competenze per usarle almeglio».
C’è chi sostiene che le tecnologie scelte dall’Italia per le nuove
centrali rischino di risultare superate una volta che gli impianti entreranno in
funzione. Come risponde? «Ma noi non abbiamo ancora fatto una scelta
definitiva, per cui l’obiezione non è fondata. E poi, una centrale è studiata
per durare da 60 a 100 anni. Se anche ne trascorrono 10 per averla operativa,
certo non potrà essere considerata vecchia».
Torniamo al primo problema che lei ha sollevato, il funzionamento del
reattore. Gli ambientalisti ripetono che, pure in condizioni di normalità di un
impianto, ci sono piccole dispersioni che creano conseguenzeper la salute. E’
vero?
«E’ un’invenzione assoluta. Non esce nulla. Meglio, esce dell’acqua, che può
avere minime quantità di radiazioni, ma molto inferiori anche rispetto al
livello di legge. Non crea problemi».
Restala delicatissima questione delle scorie e di come
smaltirle. Quando nel 2003 il governo individuò Scanzano Jonico come sede del
deposito nazionale, ci fu una sollevazione popolare. Come pensa di affrontare
questo aspetto? «Il discorso è complesso, provo a ridurlo all’essenziale. Solo una
piccola parte delle scorie richiede millenni per depotenziarsi completamente.
Vanno messe in sicurezza, e ci sono le soluzioni per farlo, dentro una montagna
o a grandi profondità. Al tempo stesso, si stanno affinando tecniche per
renderle innocue più in fretta. Soprattutto, l’Italia potrà non avere depositi
di scorie pericolose».
In che senso?
«Si tende a individuare un unico sito per Continente. In Europa ci sono tre
soluzioni allo studio, tutte fuori dai nostri confini. Ma il punto vero è che le
scorie sono sì un problema serio e costoso, ma non devono spaventare. Non si
sorprenda se dico che c’è più radioattività in un ospedale. O ancora, lo sa che
c’è uranio anche in un bicchier d’acqua? ».
Ma tra un bicchier d’acqua e una centrale esiste una bella differenza.
La realtà è che c’è ancora paura fra la gente. Questo non conta? «Ho trascorso lamia vita a combattere le paure ingiustificate. Soltanto
40 anni fa in Italia c’era ancora il timore a usare il forno amicroonde, per non
dire di quando cominciò a girare la storia che il pane congelato in freezer
fosse cancerogeno. Assurdità, lo sappiamo. Ma voglio dire che spesso la paura è
frutto di ignoranza. Sono timori vaghi, confusi, sui quali giocano alcuni
movimenti politici. Il risultato? Non si possono usare gli Ogm, non si fa la
Tav, si bloccano i termovalorizzatori... ».
Mentre lei non ha dubbi che la soluzione del nucleare sia sicura.
«Certo.Guardiamo che cosa succede nel mondo. Tutti i Paesi puntano sul nucleare.
La Cina ha previsto 120 centrali, l’India 60, la Francia ne ha 62, il programma
svizzero ne contempla 8 per 8milioni di abitanti. Capisce? E ancora: scommettono
sul nucleare Paesi di cui si parla meno, la Lituania, la Slovacchia, l’Armenia.
Ma lo sa che anche inMedio Oriente, nella culla del petrolio, hanno imboccato
questa strada? Gli Emirati Arabi hanno ordinato 4 reattori, tanti quanti è
previsto ne abbia l’Italia. Possibile che siamo noi i più intelligenti a opporci?».
Le fonti rinnovabili non possono essere un’alternativa? «Sarebbe bellissimo, ma dobbiamo intenderci. Dalle biomasse può
arrivare l’1-2% del fabbisogno italiano, così come dalla geotermica.
L’idroelettrica è praticamente già al massimo. L’eolica? Procede, ma abbiamo
poco vento e bisogna pensare anche al paesaggio e al turismo. E se comunque, per
assurdo, riempissimo la penisola di pale, arriveremmo a coprire il 10-15%. Resta
il solare, io sto giusto mettendo un impianto nella mia casa in campagna. Ma è
questa la dimensione, va bene per le famiglie, non per una grande fabbrica».
Il nucleare evoca anche scenarimilitari. Lei, che da anni si batte per
il disarmo, non si sente un po’ al centro di una contraddizione? «Per nulla. Lavoro per usare l’atomo a fini di pace. Nel mondo ci sono
già oggi 30 mila testate nucleari, non c’entrano con la scelta di realizzare un
impianto per produrre energia».
Una centrale agita anche il rischioterrorismo. E’ d’accordo?
«E’ chiaro che servono contromisure, ma non credo sia un pericolo reale pensare
a qualcuno che si impossessa di materiale nucleare per costruire una bomba.Troppo
difficile».
Lei, pur non essendo iscritto, è stato eletto nelle fila del Pd, un partito
contrario al nucleare. Ha provato imbarazzo per questa diversità d’opinione? «Difendo le mie posizioni di uomo di scienza. So che nel Pd c’è chi ha
idee diverse, lo rispetto, ma restiamo distanti. Comunque, non è per questo che
mi sono dimesso da senatore». (Tutte balle: il PD è a favore del nucleare,
vedi
Provincia di Torino:
Consiglio del 13 luglio 2010 sul nucleare, nota del Webmaster).
Così come nel
1987, c’è ancora un referendum che può bloccare il nucleare in Italia. Teme il
voto?
«Le rispondo con una battuta. Se dovessero prevalere i contrari, io avrei più
tempo libero per dedicarmi alla famiglia e ai miei interessi. Peccato che a
rimetterci sarebbe il Paese».