
La giunta dei tecnocrati sa dove sta andando
o sono completamente fuori controllo?
di Costanzo Preve - 13/12/2011
Fonte:
Arianna Editrice [scheda fonte]
La domanda fondamentale: la
giunta dei tecnocrati sa dove sta andando o sono completamente fuori controllo?
1. Domenica 4 dicembre 2011 gli italiani hanno assistito in diretta televisiva
alla somatizzazione della crisi capitalistica nella forma del pianto della
signora Fornero, membro della giunta tecnocratica di Monti. L’indomani,
all’interno della recita giornalistica, i commentatori si sono divisi fra chi ha
detto che la signora torinese avrebbe dovuto controllarsi e chi invece l’ha
lodata per la sua “umanità” (anche i tecnocrati hanno un cuore!).
Più avanti, interpreterò questo pianto come un sintomo non solo psicologico, ma
anche storico e politico. Questa giunta di tecnocrati, rappresentativa
dell’evoluzione post-comunista del ceto intellettuale universitario, è in preda
ad una contraddizione dialettica (ove la dialettica è sempre una compresenza di
opposti in correlazione essenziale). Da un lato, ritengono soggettivamente di
sapere che cosa vogliono, e cioè un rilancio dello sviluppo attraverso la
completa liberalizzazione e privatizzazione del modello capitalistico.
Dall’altro, sono oggettivamente prigionieri di un meccanismo riproduttivo
completamente fuori controllo, anche se probabilmente non lo sanno, pieni di
spocchia neoliberale e weberiana.
Ma prima, due segnalazioni prese in “rete”.
2. Mentre qui siamo ancora in preda alle simulazioni Destra/Sinistra, altrove
gli studiosi hanno proceduto nello studio della riproduzione dei “fondamentali”
del meccanismo capitalistico. Si legga
l’ottimo saggio di James Petras
(datato 28/11/2011), pubblicato su Global Research e tradotto da.
www.resistenze.org. Petras studia i meccanismi
di decomposizione delle democrazie e la gestione direttamente tecnocratica della
riproduzione oligarchica. Chi scrive ha già dedicato uno studio sui meccanismo
oligarchici (C. Preve, Il popolo al potere). In Italia questa discussione è resa
difficile, ed anzi quasi impossibile, dal clima intellettuale creatosi dalla
dissoluzione metamorfica del vecchio bestione-PCI e dal riciclaggio dei suoi
intellettuali “organici”, ed anche dalla egemonia dei gruppi intellettuali di
origine azionista-operaista, sacerdoti della dicotomia sacralizzata
Destra/Sinistra e del sacerdozio eterno dell’antifascismo in palese assenza di
fascismo. Petras, sia pure con alcune contraddizioni del tutto secondarie, va
invece al cuore dei meccanismi tecnocratici sviluppatisi negli ultimi anni.
Leggere per credere.
3. Al sindacalista Cremaschi, che parlava di “fascismo” riferito alla Fiat ed a
Marchionne (cfr. Liberazione, 27/11/2011), il pensionato torinese Cesare Allara
ha risposto con un modello di chiarezza e di razionalità dialogica che farebbe
invidiare Habermas, se quest’ultimo prendesse sul serio la sua stessa teoria
dell’agire comunicativo. Allara, vecchio quadro militante dell’autunno caldo
1969-71, scrive: «A ben vedere l’antiberlusconismo liberistico/giustizialistico/moralistico
è stato assai più devastante dello stesso berlusconismo. La gioia
dell’intellettuale di regime Marco Revelli (un bobbiano di sinistra che copre le
spalle al bobbiano di destra Zagrebelsky, nota mia CP), scritta e orale, in
occasione della sostituzione di Berlusconi con Monti è il migliore esempio di
questa devastazione culturale».
Se la categoria di “fascismo” è la sola categoria politica rimasta in comune sia
ai sofisticati intellettuali universitari post-marxisti e weberiani sia alle
plebi invidiose disoccupate si crea una situazione kafkiana, simile a quella di
una medicina che conosce una sola patologia, la “peste”. Malattia agli occhi?
Peste retinica. Malattia alla prostata? Peste prostatica. Malattia al cuore?
Peste cardiaca. Eccetera.
Naturalmente, c’è una logica in questa follia. La prosecuzione (fra poco
settantennale) dell’antifascismo in assenza manifesta di fascismo ha
rappresentato (e rappresenta) il minimo comun denominatore di correnti
disparate, il comunismo (l’antifascismo è più prestabile della dittatura del
proletariato e del dispotismo staliniano), l’azionismo (il fascismo rivelazione
dei difetti atavici degli italiani, popolo delle scimmie corrotto dai gesuiti),
ed infine l’americanismo (no ai dittatori, non importa se rossi o neri). È
evidente che una simile risorsa ideologica, per di più gratuita, non poteva
essere abbandonata, e doveva essere spremuta come un limone fino all’ultima
goccia. È del tutto chiaro che chi avesse osato contestarla poteva aspettarsi
accuse di antisemitismo (ma come, non ti unisci anche tu alla nuova religione
laica della Shoah?) e di rosso-brunismo, eccetera. Potrei fare i nomi di alcuni
ridicoli personaggi che al posto del cervello hanno solo un veleno di scorpioni,
ma è inutile annoiare il lettore con un gossip personalizzato.
E mentre il circuito intellettuale politicamente corretto ci deliziava con l’antiberlusconismo,
con i vizi atavici degli italiani, con la sacralità tolemaica e geocentrica
della dicotomia Destra/Sinistra e con l’eterno antifascismo in assenza di
fascismo arrivava la giunta tecnocratica Monti.
Costoro sanno cosa vogliono o sono completamente fuori controllo? Questa è la
sola domanda da porsi, non certo se siano peggio o meglio del Cavaliere o se
siano di destra o di sinistra. Vediamo.
4. La giunta tecnocratica di Monti è composta di intellettuali universitari. Gli
intellettuali devono essere considerati non come un insieme statistico di
persone che usano il loro “intelletto” (se così fosse, sarebbe evidente che sono
fra i gruppi che lo usano di meno, certamente di meno delle casalinghe e dei
tassisti), ma come un gruppo sociale, da esaminare con i metodi della storia,
della sociologia e dell’economia. Rimando qui a soli quattro fattori di
comprensione:
(I). Gli intellettuali sono un moderno clero, incaricato della mediazione
simbolica fra dominanti e dominati. Mentre al tempo del feudalesimo e della
società signorile questo clero era composto da preti e religiosi, in quanto la
legittimazione della struttura classista della società aveva un carattere
religioso-trascendente, oggi la legittimazione classista ha un carattere
storico-immanente, e viene gestita da un linguaggio economico, storico e
sociologico (cfr. Costanzo Preve, Il ritorno del clero).
(II). A partire dal settecento, gli intellettuali illuministi, e poi romantici,
ed infine marxisti (essendo il marxismo storico un positivismo per poveri
fondato sulla ideologia del progresso, meno esistente ancora del paradiso del
testimoni di Geova) si pensarono come legislatori ideali, mentre oggi vengono
interpellati dai dominanti solo come esperti (cfr. Z. Bauman, La decadenza degli
intellettuali).
(III). Secondo la definizione di Bourdieu, che faccio integralmente mia, gli
intellettuali come gruppo sociale sono un gruppo dominato della classe
dominante. Sono parte della classe dominante, perché dispongono di un “capitale
intellettuale” da vendere sul mercato. Sono un gruppo dominato, perché sono
subordinati al comando del vero gruppo dominante della classe dominante, i
capitalisti finanziari.
(IV). Secondo le analisi dei due sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la
“sinistra” storicamente concepita si è costituita fra il 1870 ed il 1968 circa
sulla base di una alleanza fra una critica sociale e politica alle ingiustizie
del capitalismo, di cui era titolare la classe operaia, salariata e proletaria
ed una critica artistico-culturale alle ipocrisie del costume borghese, di cui
erano titolari gli intellettuali contestatori-avanguardisti. Dal Sessantotto in
poi questa alleanza è finita, perché il capitalismo, diventando post-borghese e
post-proletario, ha liberalizzato integralmente i suoi costumi. Il proletariato,
vecchio e nuovo, è rimasto senza intellettuali, che sono passati tutti
dall’altra parte, e per di più viene continuamente colpevolizzato per essere di
“destra”, populista, razzista, leghista, politicamente scorretto, eccetera.
5. Già. Politicamente scorretto. Il ceto intellettuale universitario è oggi
nella sua grande maggioranza caratterizzato da un profilo che potremo definire
Politicamente Corretto (rivendico di averne fatto da tempo oggetto di studio
analitico). Il Politicamente Corretto è uno stadio di una lunga metamorfosi
dialettica di illusioni e di delusioni. Filosoficamente è caratterizzato dal
laicismo, dal relativismo e dal nichilismo, con preferenza verso Max Weber (il
nuovo papa intellettuale che ha spodestato Hegel e Marx). Politicamente è di
centro-sinistra, antifascista in assenza di fascismo, multiculturalista, ha
sostituito la vecchia lingua francese con la nuova lingua inglese (e quindi
l’esistenzialismo con l’empirismo e con lo scetticismo, molto british), è contro
il totalitarismo (e dunque con Hannah Arendt, politicamente molto corretta
perché ebrea e donna), ed è convertito al neoliberismo, ai diritti umani ed
all’interventismo umanitario con bombardamenti NATO incorporati.
Sulla base di studi storici durati da più di mezzo secolo vi prego di credermi:
si tratta di uno dei profili intellettuali più orrendi di tutta la storia
universale comparata.
6. Una volta inquadrata la natura sociologica della giunta Monti possiamo
passare ad una sua analisi storico-filosofica. E l’analisi storico-filosofica
non può basarsi sulla morale dell’intenzione di Kant e sulla avalutatività di
Max Weber, articolo di fede per intellettuali universitari. Dovrà basarsi sul
metodo dialettico di Vico (l’eterogenesi dei fini), di Hegel (il percorso
fenomenologico delle forme contraddittorie di coscienza soggettiva) ed infine di
Marx (l’analisi delle forme di falsa coscienza necessaria agli agenti storici).
Combinando insieme i metodi di Vico, Hegel e Marx, ed applicandoli alla giunta
tecnocratica di Monti (si ricordi il rimando a James Petras), risulta il
seguente modello:
(I). Soggettivamente, è chiaro che costoro sanno che cosa vogliono: un rilancio
della crescita sulla base dell’adozione integrale di un modello anglosassone di
capitalismo, concorrenza sfrenata e liberalizzazione integrale. In poche parole,
non solo la fine di un secolo di riformismo socialdemocratico, ma anche la fine
di un modello europeo di capitalismo. Questo non potrebbe avvenire in Italia
senza la mediazione attiva dei rinnegati nichilisti del vecchio PCI (di cui si
ricordino il bombardatore del Kosovo D’Alema e della Libia Napolitano, il
“comunista” preferito da Kissinger), la feccia sociologica peggiore sedimentata
dalla storia italiana.
(II). Oggettivamente, quello che costoro soggettivamente vogliono non potrà mai
essere fatto, perché il meccanismo capitalistico globalizzato e finanziarizzato
è diventato fuori controllo. I greci sapevano già bene che non si può giocare
con l’illimitato (apeiron). Essi chiedono sacrifici per poter incrementare
ulteriormente il meccanismo impazzito di questa riproduzione fuori controllo,
non più limitata da fattori esterni (sostanzialmente due: modi di produzione
precapitalistici e comunismo storico novecentesco). Essi chiedono sacrifici in
nome della “ripresa dello sviluppo” (soggettivamente) per portarci verso il
baratro (oggettivamente).
Faccio ammenda per aver scritto un intervento errato (cfr.
Il tempo della vaselina).
Non vaselina, ma lacrime e sangue. Costoro sono pericolosissimi, e non considero
purtroppo opposizione i satelliti del PD Ferrero e Diliberto. Di Vendola e
Grillo non parlo neppure, in base al comune senso del pudore.
7. Ed ora il pianto della signora Fornero. Lo valuto positivamente. Nella stessa
mattina, questo esempio di animale universitario si era distinto in
politicamente corretto, umiliando un gruppo di giovinastri aspiranti politicanti
perché senza “donne” (intendo, donne in quanto donne, secondo il conformismo
femminista di genere). Mi ero detto: tipico comportamento universitario
politicamente corretto. E poi è scoppiata in lacrime. Monti e Draghi, serpenti
british senza anima, non lo avrebbero fatto mai. Se il complesso di colpa si
intrufola nel gruppo sociale più osceno della storia umana, forse non tutto è
ancora perduto. Almeno speriamo.
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