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Affitto monolocale mansardato completamente arredato in
Piazza Vittorio Veneto a Torino
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di Federico
Zamboni - 13/01/2012
Fonte:
il ribelle
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Sudditi. Servi. Schiavi. Per dirla come un pubblico ministero, in un
processo che metta sul banco degli imputati l’intera società occidentale
degli ultimi decenni (e che di riflesso costringerà anche a interrogarsi
sulla sincerità dei valori sbandierati dallo schieramento che è uscito
vincitore dalla Seconda guerra mondiale, Inghilterra e Stati Uniti in
testa), «la tesi che intendiamo dimostrare è che lo stesso intreccio
economico e politico che ci ha già trasformati da tempo in sudditi, e che
via via ci ha fatti sprofondare in una vita da servi, si accinge adesso a
trasformarci in veri e propri schiavi. Ovverosia in individui, e in popoli,
che avranno sempre minori possibilità di sfuggire alle pressioni e ai
condizionamenti di un’esistenza tanto ottusa quanto affannata. Precaria sul
versante materiale. Nevrotica su quello psicologico».
Lo sappiamo benissimo: è una tesi molto drastica e va a impattare con delle
fortissime resistenze ad accettare anche solo l’ipotesi che la situazione
sia così drammatica, e che non sia per nulla casuale. Poiché la prospettiva
fa spavento, e l’idea che qualcuno l’abbia coltivata scientemente fa orrore,
ci si sottrae al dovere di guardarla in faccia e di giudicarla come merita.
Si nega l’evidenza, e la si nega a priori. Si nega che quelle resistenze vi
siano, preferendo riclassificarle, e assolverle, come barriere razionali
alle tentazioni “complottistiche”. Ci si convince che esse rispecchino la
lucidità di un pensiero logico e alieno da suggestioni emotive. In realtà è
l’esatto contrario: quelle resistenze riflettono l’immensa paura, ovviamente
inconscia, di scoprire fino a che punto siamo stati ingannati, a forza di
bei discorsi sulla libertà politica, che sarebbe dimostrata al di là di ogni
possibile dubbio dal perpetuarsi della democrazia parlamentare, e sulla
libertà economica, che avrebbe la sua prova lampante nel mercato globale.
L’illusione è di avere “i piedi per terra”. Invece si ha soltanto “la testa
nella sabbia”. Si crede di essere informati, perché si è aggiornati sulla
cronaca di quello che accade in superficie. Invece si è solo manipolati.
Si è certi, e soddisfatti, di essere al passo coi tempi. E questa è l’unica
cosa vera. Peccato che si sia così indaffarati a non restare indietro – nel
lavoro, nel reddito, nella competizione con gli altri – che non ci si ferma
mai a domandarsi chi accidenti è che detta il ritmo della marcia, e
soprattutto la sua direzione.
Il cosiddetto passato
Dire “schiavi” sembra un’iperbole, ma solo perché siamo vincolati a un’idea
macroscopica di schiavitù: quella, ereditata dal passato e proprio per
questo archiviata alla stregua di una barbarie che, almeno qui in Occidente,
è stata ormai sconfitta in via definitiva, in cui i segni esteriori sono
talmente palesi da balzare all’occhio e da risultare inequivocabili. Le
catene, in questa rappresentazione così tipica, e convenzionale, da
sembrarci l’unica, non sono affatto delle metafore. Sono anelli di ferro che
serrano le membra e che limitano i movimenti. Riaffermando la condizione di
prigionia. Limitando al massimo il rischio di fuga. Rendendo manifesta,
nell’impedimento fisico, la soppressione di ogni diritto a prendere
decisioni autonome.
Nell’immaginario collettivo il modello prevalente non è nemmeno quello
dell’antica Roma, in cui sussisteva l’opportunità dell’emancipazione a causa
dei propri meriti e il raggiungimento dello status di liberto. È quello
delle piantagioni americane prima della Guerra di Secessione. I negri
strappati all’Africa e condotti oltreoceano, venendo trattati come e peggio
delle bestie già durante i terribili viaggi in mare. Dopodiché, quelli che
sopravvivevano (pari a circa due terzi del totale) erano venduti come
animali, e utilizzati di conseguenza. Esseri subumani che avevano il solo
scopo di sbrigare a bassissimo costo i lavori più pesanti.
Le regole erano semplici e rigide. Spesso brutali. Sempre inderogabili.
Alzarsi la mattina e sgobbare fino alla sera. Ritirarsi a dormire nelle
baracche, cioè nell’equivalente delle stalle, per recuperare le energie
appena consumate. Giorno dopo giorno. Senza pause e senza fine. Una routine
oscura e sfiancante che si sarebbe ripetuta sino alla morte, spesso
prematura. Al massimo, poteva capitare di essere spostati altrove. O di
essere ceduti a un altro proprietario. Oppure, nei casi peggiori, di finire
uccisi o mutilati a seguito del tentativo di scappare, o addirittura di
sollevarsi in massa.
Lo schiavo, detto in sintesi, non esisteva “per sé”, ma in funzione di un
interesse che si reputava superiore. E che, guarda caso, coincideva con
quello del padrone. Lo schiavo doveva attenersi agli ordini che gli venivano
impartiti ed eseguirli col massimo dell’impegno, non foss’altro che per
evitare di essere punito. Il “premio” della sua fedeltà, o piuttosto del suo
rendimento, si esauriva nella mera sopravvivenza. Essendo appunto un costo,
che per un verso era inevitabile ma che per l’altro andava a incidere sui
profitti, l’obiettivo naturale era massimizzare la convenienza tra ciò che
si spendeva e ciò che si otteneva in cambio.
Sul piano economico era logico. E il piano economico, in effetti, era
l’unico a essere preso in considerazione.
Fase uno: le illusioni
Per alcuni decenni la promessa del liberismo è stata quella di un benessere
crescente e pressoché automatico. In Europa, in particolare, ci si è
aggiunta l’attrattiva delle reti di welfare, a cominciare dalla sanità
pubblica e dai trattamenti previdenziali.
Il messaggio era nitido e seducente: chi sta al gioco verrà ricompensato.
Sia pure all’interno di una forbice assai divaricata, che consentiva
massicce sperequazioni di reddito, la vulgata era che il tenore di vita si
sarebbe alzato per tutti. I poveri in senso stretto non potevano che
scomparire, o ridursi a una minoranza del tutto marginale. L’aumento della
scolarità avrebbe permesso di svolgere attività meno onerose, e comunque
assai meglio retribuite. La tecnologia, oltre a sollevarci dalle fatiche più
pesanti in ambito sia produttivo che domestico, si sarebbe riverberata in un
continuo affinamento dei prodotti e persino in una riduzione dei prezzi.
Sembrava l’algoritmo perfetto. Una formula provvidenziale in cui il fattore
tempo, secondo la classica lezione progressista, influiva positivamente su
tutti gli altri, come un additivo che più lo usi e più dispiega i suoi
effetti benefici. Un insieme di rapporti reciproci che assicuravano la
combinazione vantaggiosa di elementi eterogenei e apparentemente
contraddittori. Anzi: erroneamente ritenuti tali, ad esempio da Marx, e
scioccamente considerati non solo inaccettabili in termini morali ma
incompatibili ai fini pratici.
Viceversa, come attestava l’incessante aumento sia del Pil nazionale che
degli standard di consumo, l’incontro-scontro delle diverse forze si
risolveva in uno slancio complessivo che trainava l’intera società. Anche
ammettendo che lo squilibrio ci fosse, si trattava pur sempre di uno
squilibrio dinamico. La velocità del movimento controbilanciava le
oscillazioni e le assorbiva in una traiettoria che rimaneva proiettata in
avanti. Per quanto spezzata, e a tratti bizzarra, disegnava una rotta a
senso unico: di sicuro erano gli armatori ad arricchirsi di più, e gli
ufficiali superiori a ricevere le maggiori gratifiche, ma quando più e
quando meno ce n’era abbastanza anche per l’equipaggio. Le ristrettezze
dell’Ottocento o della prima metà del Novecento erano ormai alle spalle. La
ciurma restava ciurma, per quanto riguardava le scelte importanti, e
tuttavia non aveva troppo di che lamentarsi: cibo a sazietà, un guardaroba
non più ridotto all’essenziale, un discreto gruzzolo da dilapidare a
piacimento durante le soste intermedie nei diversi porti.
Andava bene? La generalità dei cittadini pensava di sì. Sarebbe andata
meglio? La classe dirigente assicurava, o suggeriva, che la risposta era
insita nelle premesse. Sì. Sì. Mille volte sì.
Fase due: la verità
Il peggioramento è sotto gli occhi di tutti, anche se i più continuano a non
comprenderne l’effettiva natura. Invece di riflettere a fondo sulle cause, e
sugli sviluppi, confidano che alla lunga se ne uscirà senza troppi danni. Al
presente possono anche riconoscere la gravità delle circostanze, e piegarsi
ai tantissimi sacrifici della diverse manovre succedutesi nel 2011 e
culminate nella stangata “Salva Italia” di Monti. Al futuro, tuttavia,
conservano un inguaribile ottimismo. O uno speranzoso fatalismo, come
minimo.
Si potrebbe dire che si concentrano sull’oggi, e che incrociano le dita per
il domani. Il dogma è che si tratti solo di una difficoltà transitoria, per
quanto grave e persistente. La critica è a scartamento ridotto: la colpa
dell’accaduto è dei partiti, o tutt’al più del groviglio di buone e cattive
abitudini di noi italiani. Abilissimi nell’arrangiarci. Disastrosi nel
gestire correttamente, e quotidianamente, la “res publica”. Ecco qua:
abbiamo tirato troppo la corda e adesso ci tocca correre ai ripari. Un bello
sforzo collettivo, una tantum, e passerà pure questa. Saremo pure
indisciplinati, e talvolta cialtroni, ma quando è davvero necessario
sappiamo riscattarci.
Come nel 1992, giusto? C’era da entrare nell’euro e ci siamo entrati.
Figurati se oggi permetteremo che ci buttino fuori. Oggi che a Palazzo Chigi
c’è un tecnico stimatissimo, anche all’estero, come Mario Monti. E al
Quirinale, che Dio ce lo conservi, un galantuomo come Napolitano, così
benvoluto anche a Washington. Soprattutto, a Washington.
Ergo, inutile angustiarsi troppo. E men che meno stare a mettere in
discussione il sistema economico in quanto tale. Basta introdurre una serie
di correttivi, per emendarci da taluni vizi del passato, e va da sé che
usciremo dalle secche. Berlusconi non ha mica tutti i torti, quando afferma
che non bisogna confondere i conti pubblici con quelli privati. L’Italia
rischia il default. La gran parte delle famiglie no. Tireremo un po’ la
cinghia, in attesa che tutto riparta, e anche questo sarà nulla di più che
un brutto ricordo…
Poveri sciocchi. Se avessero la capacità di vedere al di là del loro naso
scoprirebbero che la crisi non è affatto congiunturale, e che perciò le
misure draconiane che si sono già adottate, e le altre che incombono, non
costituiscono «le amare medicine» di cui ciancia Casini sostenendo che esse
sono indispensabili «per evitare al paziente di morire», ma il veleno che si
sta iniettando nel corpo sociale per completare la sua intossicazione. E,
quindi, la sua dipendenza da certi palliativi che andranno acquistati sempre
più a caro prezzo.
Le chiavi di volta dell’ormai prossima schiavitù sono due: la prima è
l’indebitamento dello Stato, che abbatte fatalmente la spesa sociale per
indirizzare le risorse al pagamento degli interessi sui titoli pubblici e
che, con la scusa di un coordinamento e di una supervisione di rango
superiore, erode la sovranità nazionale; la seconda è l’ultimo atto della
riforma delle pensioni, che mira a falcidiare sia l’ammontare degli importi
mensili, estendendo il metodo contributivo a tutti i nati dopo il 1951, sia
la durata dell’effettiva erogazione, posticipando in vario modo il
raggiungimento dei limiti di età per collocarsi a riposo.
Ed è proprio qui che si annida una trappola decisiva. Nel momento in cui si
dovrà restare in corsa fino ai settant’anni, e accumularne oltre quaranta di
versamenti, si sarà ancora più indotti a chinare la testa pur di trovare
un’occupazione e di mantenerla a oltranza. Il che significa, visto che si
sta affermando un iperliberismo a maglie strette e con una scarsa necessità
di manodopera, ritrovarsi quasi tutti con le spalle al muro. O ci si adegua
al modello imperante, assecondandone la logica fratricida e le dinamiche
spietate, oppure si hanno fortissime probabilità di perdere, letteralmente,
i mezzi di sopravvivenza materiale. Nessuno è insostituibile. I
rompicoglioni lo sono meno degli altri.
Il ricatto esce dai posti di lavoro e si estende alla vita privata.
Osservare le regole è un requisito tassativo, ma è ancora troppo poco. Ci
vuole una fedeltà più ampia, più radicata, più indiscussa. Una sottomissione
permanente, verificabile, monolitica. Ci vuole la certezza di
un’appartenenza incondizionata ai nostri veri padroni: le forze economiche
che detengono la ricchezza. E che, tramite il denaro, si assicurano il
potere di governare qualunque processo sociale.
Le nazioni come recinti. I popoli come prigionieri. Gli esseri umani come
schiavi.
Federico Zamboni |
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