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Candidato MAURIZIO GASPARELLO

 

Agricoltura contro cementificazione per la sovranità alimentare

Ci sono numerose ragioni per ripensare lo sviluppo del territorio urbano prendendo in considerazione la sua dipendenza, in termini di sopravvivenza, dall'agricoltura. Nel recente passato ci siamo adagiati su scenari rassicuranti ed illusori dovuti all'abbondante disponibilità di derrate alimentari, abbondanza mai conosciuta dalle generazioni precedenti per lunghi periodi così come accaduto dal dopoguerra ad oggi: nulla ci garantisce che le cose andranno avanti così. Gli scenari stanno cambiando e, a medio e lungo termine, dovremo tenere conto dei crescenti elementi di incertezza che possono gravemente compromettere un agevole e sicuro approvvigionamento di prodotti alimentari da parte delle popolazioni che abitano territori non autosufficienti sotto questo punto di vista, in primis i grandi agglomerati urbani. Il riscaldamento globale, la rarefazione irreversibile delle risorse naturali, la distruzione delle coltivazioni agricole a livello famigliare, le scandalose ingiustizie nella ripartizione dei prodotti alimentari, l'aumento del fattore di rischio collegato a catastrofi naturali o disastri ecologici, la crescente scarsità delle acque, i repentini aumenti dei prezzi e i conflitti politici e militari possono provocare drammatiche crisi di approvvigionamento.

La Sovranità Alimentare è il diritto di tutti i popoli a scegliere il proprio modello di produzione e consumo del cibo: questa è indissolubilmente collegata all'uso che si fa del suolo e, come abbiamo visto nel capitolo "stop al consumo del territorio", viene negata ogni qualvolta i terreni agricoli vengono fagocitati dalla cementificazione.

La cementificazione e la dicotomia esistente tra le zone urbanizzate e quelle destinate ad uso agricolo, l'allungamento della filiera alimentare e l'insondabilità della tracciabilità delle materie prime dei generi alimentari prodotti e distribuiti su scala industriale, l'allungarsi dell'ombra dello spettro degli OGM, sono le ulteriori minacce che incombono sul futuro dei territori che, dai tempi del boom economico degli anni ’60 del secolo scorso, hanno sacrificato la loro naturale vocazione agricola per convertirsi all'adorazione del vitello d'oro della cementificazione e della speculazione edilizia.

Abbiamo già visto come la cementificazione rappresenti un'appropriazione indebita di una risorsa comune come il suolo, e che questa venga decisa dalla sete di potere e di profitto dell'alta finanza, che trova nella mercificazione del territorio uno sfogo naturale, comodo e sicuro, per gli ingenti capitali accumulati negli ultimi anni e che devono trovare nuovi impieghi in base al principio che il denaro deve creare nuovo denaro. Tutto questo può avvenire solo grazie a politiche compiacenti a livello degli enti locali, che decidono il "via libera" alla cementificazione al di fuori di ogni reale controllo democratico, inteso come responsabile partecipazione dei cittadini alle decisioni che hanno ripercussioni collettive.  Per i popoli, la possibilità di decidere cosa coltivare, raccogliere, stoccare per poi giungere sulle tavole delle famiglie, rappresenta il primo passo attraverso il quale affrancarsi dalla dominazione dell'economia globale e dai burattinai della finanza neoliberista.

Il verde come elemento di arredo urbano: una forma di feticismo della merce

L’espansione del perimetro delle aree urbane fagocita i suoli liberi investiti dal processo di cementificazione, provocando una contestuale espulsione dell’agricoltura dai territori coinvolti. Tale fenomeno si realizza nella misura in cui i rendimenti economici dei terreni destinati ad urbanizzazione sono comparativamente maggiori di quelli derivanti dalle produzioni agricole. Tutte le esternalità negative provocate da tale processo di riqualificazione del territorio non sono contabilizzate nella valutazione puramente monetaria dei suoi esecutori. Questo è un grave atto di irresponsabilità nei confronti delle generazioni future, nel nome del profitto immediato, nonché la cartina da tornasole di quanto noi possiamo dissipare l'ecosistema nostrano in funzione del fatto che, per ora, siamo in grado di sfruttare territori in grado di produrre un surplus di generi alimentari. Surplus spesso ottenuto mediante il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva con pesticidi e fertilizzanti chimici dannosi per la salute e la natura. Senza dimenticare che importiamo prodotti alimentari anche da paesi più poveri del nostro e con problemi di sottonutrizione di larga parte della loro popolazione: questo vuol dire che il business della cementificazione del nostro territorio è possibile anche a causa dell'imposizione, a livello di economia internazionale, dello sfruttamento delle attività agricole di altri paesi, nei confronti dei quali godiamo di un vantaggio relativo dal punto di vista del potere d'acquisto della nostra moneta, per cui i profitti derivati dalla cementificazione si basano anche su forme di colonialismo monetario ed alimentare.

Con l’allargamento dei perimetri urbani, il suolo superstite intercluso nel processo di cementificazione viene perso dal punto di vista agricolo e ridotto al ruolo di "verde pubblico", ossia di arredo urbano a servizio dell’egemonia del cemento. Il suolo libero così modificato perde infatti la sua caratteristica di elemento necessario nel rapporto tra uomo e natura e si trasforma in una merce, dotata di un "valore" in quanto ha funzione di accessorio per gli insediamenti immobiliari di pregio. Il feticismo ambientale è pertanto la forma conclusiva della riqualificazione del suolo libero o agricolo in “area verde” sulla base di tale filosofia perversa.

Occorre inoltre notare come, nella trasformazione dei terreni agricoli in "aree verdi", si verifica un doppio fenomeno di "lucro cessante" e "danno emergente", dove il "lucro cessante" è la distruzione della ricchezza primaria prodotta dall'agricoltura (indispensabile alla sopravvivenza degli esseri umani), ed il "danno emergente" è costituito dai costi pubblici che si rendono necessari per la manutenzione delle aree verdi, per cui gli spazi liberi, da fonte di reddito, si trasformano in voce di costo per i bilanci pubblici, così come accade con le manutenzioni delle strade e delle altre opere di urbanizzazione, accelerando in questo modo la corsa verso l'implosione economica del sistema di sviluppo fondato sulla crescita infinita, per quanto imbellettato con l’ipocrisia dell’ecosostenibile. La trasformazione del verde in una voce di costo è tuttavia molto gradita ai pubblici amministratori, in quanto aumenta l'area del clientelismo legalizzato: le manutenzioni delle aree verdi o dei parchi urbani aumentano infatti le opportunità per le assunzione di dipendenti, funzionari e dirigenti pubblici (controllate dalla politica) o la concessione di appalti: la crescita del verde pubblico aumenta quindi il peso dell'intermediazione politica all'interno dell'economia. Il risultato di tale sviluppo del "verde" è la progressiva ed inarrestabile espulsione della piccola e media proprietà agricola dalla gestione ambientale, che si verifica man mano che l’area dell'inclusione urbana si allarga a macchia d'olio sui terreni circostanti, e la cementificazione è il braccio armato di tale forma di colonizzazione del territorio, nei confronti della quale il verde risparmiato dal cemento assume il ruolo di feticistico corollario al farisaico modello di sviluppo urbano “ecosostenibile”. E' appena il caso di dire che, nella trasformazione del paesaggio da agricolo ad urbano, i terreni liberi si riducono irrimediabilmente, e che il "verde" superstite viene snaturato rispetto alla sua integrità originaria. La proprietà dei terreni urbanizzati sottratti all'agricoltura si concentra e si cristallizza all'interno di un sistema oligarchico, dove le cupole costituite tra politici, finanzieri del cemento (che comprendono banche ed assicurazioni), società di Engineering immobiliare ed “Archistar” decidono, al di fuori di ogni controllo democratico, quale sarà l'assetto del paesaggio assoggettato alla loro conquista. Il fenomeno della "febbre da grattacielo" che sta interessando molti comuni piemontesi è uno dei doni che riceviamo in dote da questo stravolgimento storico degli assetti politici ed economici, che si sedimenta in nuove forme di abuso nei confronti di quel patrimonio collettivo che è costituito dal suolo di una comunità.[1]

 Torniamo all’agricoltura

bullet Prima di tutto occorre riconvertire all’uso agricolo tutto il territorio possibile, trovando caso per caso le condizioni tecniche e giuridiche più appropriate per arrivare allo scopo, mediante progetti per la promozione degli orti urbani (sia in proprietà che in comodato d’uso), in collaborazione con i comuni; cantieri di lavoro e corsi di formazione professionale per l’utilizzo degli spazi liberi da riconsegnare all’agricoltura; una legislazione regionale che incentivi l’acquisizione o la concessione dei terreni liberi a favore di piccoli agricoltori o delle associazioni che svolgono attività agricola finalizzata all’autoconsumo e alla vendita diretta;
bullet in linea generale, la Regione dovrà fare tutto il possibile per promuovere e sostenere l’agricoltura contadina, ossia le piccole attività agricole che, non comportando un rischio di impresa, non possono essere definite aziende agricole. La legislazione regionale si farà anche promotrice di provvedimenti mirati a liberalizzare le piccole attività agricole che, essendo orientate all’autoconsumo e alla vendita diretta in via residuale, non hanno una struttura organizzativa tale da qualificarle come attività d’impresa;
bullet per massimizzare le opportunità di riconversione, occorrerà sfruttare anche i terreni non idonei alla coltivazione di prodotti destinati ad uso alimentare per la produzione di biomasse: si potranno così anche utilizzare, a titolo di esempio, le zone intercluse degli svincoli stradali ed i terreni contigui alle strade: le singole superfici interessate potranno anche essere di piccola entità, ma la loro sommatoria è grado di generare volumi complessivi di produzione sicuramente interessanti. A tale scopo occorrerà promuovere con i soggetti proprietari (ANAS, province, comuni, ecc.) opportuni accordi per pervenire a tale forme di utilizzo che avranno, tra l’altro, il vantaggio di far diminuire i costi di manutenzione delle porzioni di terreno interessate;
bullet al fine di utilizzare le predette biomasse all’interno di una filiera corta, si dovrà realizzare un piano regionale per la diffusione delle centrali a biogas, in grado di utilizzare anche i liquami zootecnici con contestuale abbattimento dei nitrati; in un’ipotesi di smaltimento dei rifiuti urbani tramite il TMB, si dovranno verificare le possibili sinergie per la produzione di biogas mediante il recupero della frazione organica dei rifiuti;
bullet al fine di favorire la filiera corta, le mense pubbliche dovranno utilizzare materie prime provenienti dal territorio regionale o dalle regioni confinanti; si dovranno creare le strutture necessarie per favorire la vendita diretta dal produttore al consumatore dei prodotti agricoli locali e le sinergie possibili con i gruppi di acquisto solidale; dovrà essere promossa la creazione di associazioni finalizzate alla distribuzione tra i soci di prodotti agricoli provenienti dai piccoli fondi autogestiti e dagli orti urbani;
bullet dovrà essere vietato l’uso di pesticidi che uccidono le api; la Regione individuerà un piano di incentivi con finanziamenti a fondo perduto per la creazione di nuovi impianti di apicoltura e misure di sostegno per l’agricoltura biologica, che dovrà avvenire anche con la concertazione piani provinciali per la piantumazione di siepi ed alberi, che ricreano il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e fungono da barriera fisica a possibili inquinamenti esterni;
bullet tutte le coltivazioni effettuate sul territorio regionale dovranno essere “ogm free”: sulle ragioni di tale scelta si rimanda all’ascolto del podcast delle seguenti trasmissioni di Radio3:

a)      Radio3 Scienza del 03/03/2010: “Il futuro della patata è trans?” (mp3);

b)      Tutta la città ne parla del 04/03/2010: “Gli ogm nella politica agricola globale” (mp3).

 

[1] Con il Signoraggio, la concessione di mutui con girofondi puramente contabili, la creazione di moneta elettronica, lo spaccio di titoli tossici e dei derivati, i poteri forti della finanza hanno accumulato quantità enormi di denaro virtuale ma con potere d'acquisto reale. Ora, per questi poteri, è urgente trasformare questo denaro cartaceo o meramente scritturale in investimenti che rappresentino ricchezza vera e duratura: tradizionalmente, i beni rifugio dove riciclare le effimere fortune finanziarie sono l’oro e gli immobili. Per quanto riguarda gli immobili, la creazione di ricchezza virtuale si riversa sul territorio con la colonizzazione cementificatrice del suolo e, con tale processo, il denaro virtuale si riconverte in ricchezza reale. Tra gli effetti di tale meccanismo perverso riscontriamo l’espropriazione del controllo democratico sulle decisioni in merito all’utilizzo del territorio, la cui proprietà si concentra nelle mani delle cupole immobiliari, con la complicità della politica che detiene gli strumenti amministrativi necessari per la gestione di tale processo. In questo periodo il rischio di esplosione della bolla monetaria (Euro) ha reso particolarmente urgente tale operazione di riciclaggio della ricchezza virtuale. Da qui la terrificante febbre da cementificazione che sta facendo man bassa di tutto ciò che può essere edificato: tale processo trova nelle amministrazioni comunali a caccia di oneri di urbanizzazione preziosi alleati, per tacere delle formidabili occasioni di arricchimento personale che tale sistema costituisce per i politici. Per completezza dell’informazione, tale opera di riciclaggio passa anche attraverso le cosiddette “grandi opere” (TAV, Ponte sullo Stretto, Mose, ecc.), dove l’intervento finanziario dei grandi gruppi privati non avviene mediante il conferimento di capitale di rischio, ma con la concessione di prestiti garantiti dallo Stato, il quale si accolla il pagamento dei relativi interessi, trasferendo così enormi quantità di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle dei magnanimi e munifici finanziatori.