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Stop al consumo di territorio Il deterioramento del modello di sviluppo basato sulla crescita infinita riscontra, nello sfruttamento del suolo attraverso la cementificazione, una delle sue più evidenti conferme. La cementificazione, infatti: · provoca l’insediamento di nuovi residenti e nuove attività in nuovi spazi che innescano a loro volta nuove domande di infrastrutture e servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti; · gli oneri di urbanizzazione coprono i costi infrastrutturali iniziali, ma non le successive manutenzioni, per cui la cementificazione selvaggia è un’operazione in perdita per le generazioni future non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico: il capolinea del continuo consumo del territorio sarà un’implosione del sistema, come sempre accade per tutti i fenomeni di crescita incontrollata; · comporta la sottrazione di suolo all’agricoltura (impedendo ai terreni cementificati di produrre nel tempo vera ricchezza a vantaggio della speculazione immobiliare e finanziaria a breve termine); · distrugge le piante, che catturano anidride carbonica; · determina il riscaldamento del microclima delle aree soggette ad intensa urbanizzazione e, a livello globale, contribuisce al riscaldamento del clima dell’intero pianeta; · crea problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche; · non arreca più alcun beneficio né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini (anzi, danneggia gli insediamenti civili e le attività economiche esistenti a causa dei connessi dissesti idrogeologici). La Monetizzazione del territorio Dal punto di vista delle amministrazioni comunali, la necessità di “fare cassa” con gli oneri di urbanizzazione si salda perfettamente con gli interessi finanziari e speculativi dei cementificatori di professione. Tale commistione affaristica produce l’utilizzo di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo per finanziare la spesa pubblica da un lato e, nel contempo, massimizzare i profitti privati dall’altro, nel più totale senso di irresponsabilità nei confronti delle generazioni future. Non abbiamo mai pensato che la proprietà sia un furto, ma l’utilizzo sconsiderato del territorio costituisce certamente un atto di appropriazione indebita di un bene pubblico come il suolo che, in quanto elemento costitutivo di un ecosistema collettivo, non può essere lasciato nella sfera di piena disponibilità della proprietà privata per il suo sfruttamento economico. A tale proposito, ricordiamo che anche l'art. 42 della Costituzione sancisce il principio di funzione sociale del diritto di proprietà. La "funzione sociale" della proprietà è la formula con la quale la nostra carta costituzionale ha introdotto la necessità di ricercare un nuovo equilibrio tra gli interessi del singolo e bisogni della collettività: tale principio viene completamente disatteso dalle amministrazioni comunali che consentono ed incentivano la cementificazione del territorio, utilizzandolo come “moneta corrente” per rimpolpare i bilanci comunali dissanguati da una spesa pubblica sconsiderata. Il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile e come tale deve essere tutelata, e non sfruttata, da parte dei pubblici amministratori. Concludiamo il presente paragrafo ricordando che il dovere di tutelare l’ambiente come bene pubblico è stato richiamato con forza anche da Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2008: “dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo come criterio orientatore il bene di tutti”. Quando non basta la crescita zero: decementificazione del territorio! Come abbiamo visto, la difesa del territorio dalla cementificazione non è solo un problema di tutela ambientale, ma coinvolge tutti gli assetti economici e sociali di una comunità. In una Regione dove insistono molteplici situazioni di degrado idro-geologico come in Piemonte, una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta “crescita zero”, (ossia quella che porta ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente) non è sufficiente: occorre andare oltre ed avviare un progetto di decementificazione del territorio. A tale scopo è necessario predisporre i seguenti strumenti legislativi, volti anche a quantificare i costi indotti dalla cementificazione che incombono sulla collettività: · blocco delle autorizzazioni alla costruzione di nuovi centri commerciali ed ai piani regolatori che prevedono la trasformazioni di terreni liberi in aree edificabili; · promuovere l’esproprio per pubblica utilità delle ex aree industriali, per restituirle interamente al verde pubblico o, meglio ancora, all’agricoltura, ponendo così fine alla continua espansione del fronte della colonizzazione urbana. Qualora i terreni in questione, e solo in questa ipotesi, non fossero idonei alla coltivazione di prodotti destinati all’alimentazione, si provvederà a destinarli alla generazione di energie rinnovabili, con priorità per quelle ricavabili dalle biomasse. In questo modo è anche possibile contrastare a livello locale le iniziative degli imprenditori dell’ “economia canaglia” globalizzata, che creano disoccupazione in Patria per sfruttare manodopera a basso costo all’estero: quando le amministrazioni locali dispensano concessioni edilizie sulle ex aree industriali diventano complici di questo tipo di operazioni perché, a quel punto, il business del denaro che si sposta per fare denaro semplicemente raddoppia; · incentivi, in occasione degli interventi di manutenzione, alla conversione delle superfici delle aree destinate a parcheggio verso coperture che consentano il drenaggio delle acque piovane nel terreno (autobloccante, cubetti di porfido, ecc.); dove possibile, occorrerà procedere in tal senso anche per le strade vicinali; · obbligo, da parte delle amministrazioni comunali, di redigere una statistica annuale sul consumo di suolo. |
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