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Nel deserto dell’umano. Potenza e Machenschaft
nel pensiero di Martin Heidegger
di Salvatore Spina - 16/12/2011
Lo
studio di Gorgone, Nel deserto dell’umano. Potenza e Machenschaft nel pensiero
di Martin Heidegger, ha come argomento centrale l’assunzione della questione
della Machenschaft come «il tema fondamentale attorno a cui ruotano le
meditazioni successive alla Kehre intorno alla tecnica, al nichilismo e alla
storia dell’essere» (p. 22). La questione della Machenschaft è rintracciabile
soprattutto in quei testi di fine anni Trenta, che Heidegger tenne segreti
fino alla propria morte, precisamente Beiträge zur Philosophie e Besinnung;
il termine, che in italiano viene reso – non senza problemi ermeneutici – come “macchinazione”, indica il modo in cui l’essere si dispiega nell’era della tecnica, ovvero nell’epoca del compimento della modernità. Il lavoro di Gorgone, prendendo come punto di partenza questi testi e muovendosi in modo trasversale all’interno della sterminata produzione heideggeriana, vuole essere un’analisi del pensiero del filosofo di Messkirch dopo la svolta, e nel contempo il tentativo di individuare nel concetto di Machenschaft la chiave di volta di tutta la riflessione heideggeriana, che, dopo il fallimento del progetto di Essere e tempo, subisce quella “svolta ontologica” che ne delinea i tratti caratteristici in maniera peculiare lungo tutto il percorso successivo.
I testi
in cui Heidegger tratta della questione della Machenschaft sono molto
importanti sia da un punto di vista squisitamente teorico, in quanto
rappresentano i primi testi in cui la Kehre viene espressamente “tematizzata”,
ma anche da una prospettiva più strettamente storico-politica. Essi vengono
redatti alla fine degli anni Trenta – i Beiträge zur Philosophie tra il 1936 e
il 1938 mentre Besinnung nel biennio 1938-39 –, periodo in cui l’assetto
geopolitico dell’Europa stava mutando in maniera radicale; questi mutamenti
nell’arco di pochi anni avrebbero generato nel Vecchio Continente la più
grande devastazione che la storia abbia mai conosciuto.
Dopo
l’iniziale illusione di una possibilità rivoluzionaria propugnata dal
nazionalsocialismo, Heidegger individua il nesso fondamentale che intercorre
tra tecnica, nichilismo e totalitarismo; il nazionalsocialismo, così come ogni
fascismo (ivi compreso l’americanismo – ed è questo forse l’aspetto più
rivoluzionario e attuale del pensiero “politico” di Heidegger), appare agli
occhi del filosofo la realizzazione esplicita della volontà di potenza e
dominio tipica della tecnica, che ha come parola d’ordine l’efficienza del
fare [machen]. Ma coinvolti nell’estremo dominio della volontà di potenza sono
anche quegli aspetti della vita che a prima vista sembrerebbero estranei alla
logica del fare: le esperienze vissute [Erlebnisse]. Il divertissement e
l’esperienza vissuta rappresentano agli occhi di Heidegger la maschera più
appropriata che la Machenschaft indossa per nascondere la sua intima essenza
violentemente nichilistica ed apparire così meno aggressiva e pervasiva. Lungi
dall’essere il luogo del disincantamento del mondo, la modernità
tecno-scientifica è il tempo della mistificazione per eccellenza.
Come
evidenzia Gorgone nel proprio studio, l’interpretazione del reale secondo le
categorie della Machenschaft ha come suo sostrato filosofico la coeva
riflessione di Ernst Jünger, il quale agli inizi degli anni Trenta nel saggio
Der Arbeiter (1932), attraverso un’implacabile indagine della modernità, parla
di metafisica del lavoro, ovvero di riduzione di tutto l’ente a materiale
utilizzabile e fattibile, e di mobilitazione totale, sostenendo – sulla scorta
dell’esperienza della Grande Guerra – il generale coinvolgimento di tutto
l’essente in quel movimento impetuoso ed inarrestabile che caratterizza il
mondo tecnico, tanto che anche il bambino nella culla «è minacciato come tutti
gli altri, se non addirittura di più».
Quando
nel 1945 Heidegger scrisse i Colloqui su un sentiero di campagna – testo
decisivo all’interno del lavoro di Gorgone – le analisi della modernità e
della tecnica non erano più mere profezie, ma erano diventate triste realtà
con la scia di morte e distruzione che la Seconda guerra mondiale aveva
lasciato dietro di sé. È proprio di fronte all’apocalittico scenario di una
Germania in rovina e costretta alla resa che Heidegger individua nella
metafora del deserto l’immagine più appropriata a descrivere la condizione
dell’Europa devastata dal conflitto. Il deserto, eco di quel “debito
impensato” che, come viene mostrato da Gorgone attraverso l’elaborazione di
una “geofilosofia del deserto” (p. 157), legherebbe idealmente Heidegger alla
tradizione ebraica, è da sempre il simbolo di morte e distruzione, ma anche e
soprattutto dell’impossibilità della rinascita: non semplice disfacimento,
secondo una ciclicità vita/morte/vita, ma più radicalmente annichilimento
totale.
Ma
desertica è anche l’essenza dell’uomo nell’era della Machenschaft: incapace di
percepirsi come destinatario degli appelli dell’essere, l’uomo si fa
trascinare dall’impetuoso fluire dell’impianto [Gestell] tecnico, correndo il
massimo pericolo di essere ridotto ad ente tra gli altri enti, obliando così
quella che è la sua massima dignità, ovvero essere il luogo di apertura
dell’essere stesso. L’uomo ridotto ad una dimensione, quella tecnica, diventa
così un mero impiegato (nel duplice senso del termine) dell’apparato tecnico,
un esecutore funzionale della potenza della Machenschaft.
Machenschaft e desertificazione sono i due modi in cui l’essere si dona
nell’epoca della tecnica dispiegata; a questi Heidegger contrappone – sebbene
mai in maniera del tutto oppositiva, ma in una intima ed essenziale
coappartenenza – da un lato la sovranità regale dell’essere [Herrschaft], cioè
«la possibilità di fondazione non-violenta di ogni ente» (p. 28),
un’im-potenza che precede (non cronologicamente, ma a livello ontologico) ed
eccede ogni potere violento della metafisica e rivela quell’inesauribile
ricchezza «di ciò che non può mai essere completamente dis-velato e che pure
concede ogni possibilità di manifestazione» (p. 86); alla desertificazione,
invece, fa da contraltare la vastità accogliente della radura [Weite], ovvero
quel luogo aperto e libero «sottratto al fare e dis-fare della Machenschaft,
in cui le cose e l’uomo possano essere raccolte nella semplicità della loro
essenza» (p.163).
Il
testo di Gorgone è diviso in quattro capitoli che, avendo una loro struttura
compiuta, potrebbero sembrare a se stanti; tuttavia un’analisi più attenta
rivela un’unitarietà di fondo che pervade l’intero lavoro dell’autore. Il
primo capitolo è un’analisi della Machenschaft così come appare nei testi
heideggeriani, ma anche il tentativo, ben compiuto, di individuare il sostrato
filosofico di questo pensiero nella riflessione di Aristotele e nel dualismo
classico dynamis-enérgheia. Il secondo capitolo, invece, identifica in Ernst
Jünger il referente principale della riflessione heideggeriana intorno alla
tecnica ed alla modernità, evidenziando anche la problematicità di questo
rapporto ermeneutico che trova la sua forma “compiuta” nel volume 90 della
Gesamtausgabe, testo ancora inedito in Italia e, per molti versi, poco
conosciuto. Il terzo capitolo è il tentativo di trovare una concretizzazione
storica del fenomeno della Machenschaft; attraverso l’esame di alcuni testi di
Heidegger, come il famigerato Discorso al rettorato, Gorgone propone
un’interpretazione disincantata e scevra da pregiudizi di quello che
probabilmente è il problema più dibattuto tra gli studiosi heideggeriani: il
rapporto tra Heidegger e il nazionalsocialismo. Giudicando l’adesione di
Heidegger al partito nazionalsocialista una “colpa d’impazienza” (p. 131),
l’autore vuole individuare le ragioni profonde che da un lato portarono
Heidegger a intravedere nel movimento nazista un’autentica possibilità
rivoluzionaria, e dall’altra lo convinsero, in seguito, dell’intimo carattere
nichilistico del nazionalsocialismo stesso. L’ultimo capitolo, ripercorrendo
alcuni dei temi trattati, individua un nesso essenziale tra la Machenschaft e
quella condizione desertica, già profetizzata da Nietzsche, che caratterizza
tanto la modernità nell’epoca del suo compimento quanto l’uomo che di
quest’epoca è interprete; è proprio a partire da questa condizione di massima
povertà e spaesamento che Heidegger propone delle strade alternative che non
siano mere vie di fuga, quanto piuttosto dei percorsi di approfondimento che
riaffermino quella che è la massima dignità dell’uomo: farsi portavoce del
messaggio dell’essere.
Proprio
in questo compito Gorgone individua quell’ “etica originaria” di cui parla
Jean Luc Nancy a proposito del pensiero dell’essere di Heidegger;
nell’introduzione al testo scrive Gorgone: «L’essenza dell’umanità a venire
diviene, così, quel luogo primariamente etico di resistenza alle logiche
totalitarie della macchinazione ed al contempo di corrispondenza al richiamo
semplice ed essenziale della vastità desertica dell’essere, del suo
inesauribile darsi-donarsi come senso nella storia» (p. 18).
Indice:
Introduzione
1.
Potenza e mobilitazione
2.
Machenschaft e metafisica del lavoro: Heidegger legge Jünger
3. Lo
spirito e il totalitarismo
4.
L’umanità nel deserto della Machenschaft
Milano,
Mimesis, 2011, pp. 212, euro 18, ISBN 978-88-5750-454-4
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