da "LA STAMPA" del 13/10/2010 - LE IDEE
Bobbio, perché la mitezza
è ancora una virtù
L'attualità delle riflessioni del
filosofo su un atteggiamento all'apparenza impolitico
GUSTAVO ZAGREBELSKY
La forza è (nel senso che sempre
così è stato, anche se non è detto che sempre così sarà) la «virtù» della
politica. La mitezza, invece, è una virtù sociale.
Così, si distingue politica e società. I caratteri dell'una e dell'altra possono
divergere, anche radicalmente, gli uni dagli altri. Ma è davvero così? Possiamo
immaginare una società mite sotto un governo violento? Oppure, al contrario, una
società violenta e un governo mite? A me pare che no, non possiamo. Non possiamo
immaginare questa separazione. Ogni forma di governo, cioè ogni forma di
esercizio della funzione politica, corrisponde a una sostanza sociale. Così, se
vogliamo una politica democratica, dobbiamo volere anche una società
democratica.
Se vogliamo imporre un governo dispotico, cioè basato sulla violenza, occorre
che la società sia a sua volta violenta, che vi sia una contrapposizione tra chi
sta su e chi sta giù, che ci sia pre-potenza nei rapporti sociali. Forma
(politica) e sostanza (sociale) sono strettamente collegate, l'una retroagisce
nell'altra. Una società non democratica, per esempio basata sullo sfruttamento
di una parte a opera dell'altra, produrrà politica non democratica, anche se le
forme sono democratiche (ad esempio, se esistono partiti, elezioni,
associazioni, eccetera) e la politica non democratica sosterrà i caratteri non
democratici della società. Non si può separare. Così, di conseguenza, mi pare un
errore fuorviante quello di tanti «ingegneri costituzionali» che si occupano di
«regole» ma ignorano, come se non c'entrasse, la materia sociale che in queste
regole dovrebbe scorrere.
In altri termini, le virtù sociali (come i vizi) sono diffusive di sé. Se la
storia del mondo ci dice che la politica non è (mai stata) mite, non è perché
non lo possa essere, ma perché le società sono state violente. È la storia dei
rapporti umani, siano essi politici che sociali, che ha sempre mancato di quelle
virtù che raccogliamo sotto il nome di mitezza. Chi vuole promuoverla
effettivamente, deve operare e socialmente e politicamente.
Un'ultima, capitale domanda rimanda al «guai ai miti», espressione che troviamo
nel testo di Bobbio. Da giurista, la formulo così: se violenza e sopraffazione
s'abbattono sui miti di questo mondo, quid iuris? La questione, naturalmente,
non riguarda il diritto in senso legale. Riguarda il sentirsi moralmente «in
diritto»? «In diritto» di reagire con gli stessi mezzi, tradendo la propria
mitezza, o «in dovere» di subire, restandole fedeli ad ogni costo?
Innanzitutto, osserviamo che la mitezza non è propriamente una virtù reciproca,
come la tolleranza, che è una virtù vicina alla mitezza, la quale non può vivere
o, meglio, non lasciare vivere se non è ricambiata. «Il mite non chiede, non
pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che
non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata. Come
del resto la benignità, la benevolenza, la generosità, la bienfaisance, tutte
virtù sociali ma nello stesso tempo unilaterali (non sembri una contraddizione:
unilaterali nel senso che alla direzione dell'uno verso l'altro non corrisponde
un'eguale direzione, eguale e contraria, del secondo verso il primo. “Io ti
tollero se tu mi tolleri. E invece: Io custodisco ed esalto la mia mitezza - o
la mia generosità o la mia benevolenza - nei tuoi riguardi indipendentemente dal
fatto che tu sia altrettanto mite - o generoso o benevolente - con me”). La
tolleranza nasce da un accordo e dura quanto dura l'accordo. La mitezza è una
donazione e non ha limiti prestabiliti».
Davvero? Non ha limiti prestabiliti? E se chi ha potere su di noi ci costringe a
essere violenti, cioè ci priva della possibilità d'esercitare la nostra mitezza?
D'accordo: la mitezza non è una virtù reciproca. Ma ha pur tuttavia bisogno di
un «ambiente» nel quale possa esistere. Possiamo immaginare, senza cadere nel
ridicolo, discorsi di mitezza in un campo di sterminio. Tutti gli ambienti sono
compatibili con la mitezza? Auschwitz lo era? Quando, per sopravvivere, siamo
costretti ad essere violenti e spietati, perfino nei confronti dei nostri più
prossimi, amici, familiari, compatrioti, esseri umani in genere, e anche al di
là della cerchia degli umani, nei confronti degli esseri viventi, della natura
vivente, che cosa dobbiamo fare? La mitezza illimitata non si trasformerebbe
allora in un vizio: un vizio che ne è la prosecuzione, ma che è pur sempre un
vizio: imbecillità, passività, ignavia, apatia, irresponsabilità e perfino
connivenza e corresponsabilità? I moralisti, a partire dall'ammonimento dell'Ecclesiaste
7, 16 («Non esser troppo scrupoloso né saggio oltre misura. Perché vuoi
rovinarti?») hanno sempre messo in guardia rispetto all'eccesso nella virtù.
«Noli effici iustus multum», dice Sant'Agostino nel Commento al Vangelo di
Giovanni, vedendo nella sproporzione della virtù un atto d'orgoglio attraverso
il quale passano i vizi. Noli effici mitis multum, potremmo dire noi. Il
«lasciare gli altri essere quello che sono», che abbiamo visto essere una
definizione propria della mitezza, in questi casi non si trasformerebbe, per
eccesso di virtù, in un lasciare che gli altri facciano di noi quello che noi
non siamo, che ci trasformino in violenti o in correi dei violenti? L'inerzia,
in questo caso, contro la prima apparenza, non sarebbe allora proprio un peccato
d'omissione contro la mitezza?
I teorici della nonviolenza distinguono tra non violenza attiva e passiva e non
giustificano quella passiva. La nonviolenza deve essere attiva per appartenere
alla virtù della mitezza. Ma, con questa distinzione non si supera lo scoglio.
Affinché essa possa essere attiva, cioè produttiva d'effetti benefici, occorre
per l'appunto che esista un ambiente non totalmente degradato dalla violenza,
nel quale il mite possa far vedere e valere, almeno come un piccolo bagliore nel
buio, le proprie ragioni.
Quando la società si fa violenta, quando la politica si alimenta di questa
violenza e a sua volta l'alimenta creando divisioni, esclusioni, inimicizie,
ingiustizie, sopraffazione, e paura, davanti al mite due strade si aprono:
perseverare nella mitezza lasciandosi sommergere dalla violenza, oppure
contraddirla per il momento, combattendo contro i violenti, scendendo cioè sul
loro stesso piano. La prima opzione è quella della speranza: la speranza nella
Provvidenza divina che, alla fine di tutto, farà prevalere il bene sul male, o
la speranza nella natura fondamentalmente buona degli esseri umani, una natura
che lavora da sé per liberarsi delle scorie che la rendono cattiva. In entrambi
i casi, la vittoria dei miti sarebbe assicurata, anche se non sappiamo quando,
già su questa terra, secondo la promessa evangelica. Ma se non si ha questa
speranza e la si considera un rifugio solo consolatorio? Allora anche i miti non
disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro
nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati,
non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò
accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l'ira dei miti.
Una volta, fu chiesto al professor Bobbio in che cosa egli avesse speranza. La
speranza è una virtù teologale, fu la risposta. Solo i credenti possono averla.
Gli altri, tra cui lui stesso, devono fare affidamento sulle proprie forze e in
queste porre le proprie laiche virtù (Congedo, in De senectute e altri scritti
autobiografici, Torino, Einaudi, 1996, pp. 107-108). Sulla premessa di questa
risposta, non avrei dubbi nel dire che anche lui sarebbe stato dalla parte di
quanti pensano che, superato il limite, miti o non miti che si sia, si deve
cessare di subire e passare all'azione.