
La
questione nazionale
di Spartaco
Puttini
su altre
testate del 24/05/2010 - http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19447
Note
introduttive ad una idea-forza di fondamentale importanza
La questione
nazionale, vale a dire la difesa della sovranità nazionale, la lotta per
l’indipendenza della propria patria e la mobilitazione di solidarietà con i
movimenti di liberazione nazionale degli altri paesi, ha fatto a lungo parte del
bagaglio dei comunisti nel corso del Novecento.
Eppure oggi tale tematica è assolutamente bandita dall’orizzonte politico della
così detta “sinistra”. Se si effettuasse oggi un sondaggio tra le persone che si
dicono di “sinistra” una maggioranza più o meno netta sosterrebbe che nozioni
come quella di nazione, patria e sovranità siano concezioni a loro estranee.
Anche nei settori più accorti e preparati spesso pare che la questione nazionale
esista solo in riferimento a coloro che lottano nei paesi in via di sviluppo
contro il colonialismo, vecchio o nuovo che sia. Al di fuori di quest’orizzonte
nulla sembra più esistere. La rimozione della questione nazionale rappresenta
indubbiamente l’ennesimo tassello di un’opera edulcorante che la sinistra
italiana ha subito e che ha portato agli attuali disastri. Un tassello di
particolare importanza, per gli aspetti politici, culturali e strategici che
esso riveste e che ne fanno, piaccia o meno, un elemento determinante per la
costruzione di una forza vitale, utile ed efficace nelle presenti condizioni.
L’importanza che riveste la questione nazionale al giorno d’oggi impone una
riflessione che non è più possibile rinviare.
Nella prima parte dello scritto tratteremo come e perché la questione nazionale
è importante e prioritaria nell’attuale fase. Nella seconda parte faremo una
breve carrellata dell’importanza che le veniva attribuita dal movimento
comunista nel ‘900, del successo di cui ha goduto, dei risultati che ha portato.
Infine tratteremo brevemente la sua possibile e necessaria riproposizione oggi
per una forza che voglia essere efficacemente alternativa all’americanizzazione
dilagante della nostra società e alle spinte disgregatrici che minacciano la
Repubblica.
- La questione nazionale nell’età della globalizzazione
La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno lasciato il
mondo privo di contrappesi di fronte alla potenza americana. Gli Usa hanno
potuto approfittare del vuoto che si era venuto a creare nell’equilibrio
internazionale per tentare di ottenere un’egemonia globale incontrastabile.
Negli anni Novanta del Novecento gli Usa sembravano inarrestabili nella loro
marcia trionfale verso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale unipolare.
Nel primo decennio del nuovo secolo il quadro è in effetti assai mutato grazie
all’emergere (o al riemergere) di alcuni paesi che hanno tutta l’intenzione di
riportare l’equilibrio nella vita internazionale. Ciò non toglie che il
tentativo egemonico statunitense sia ancora in corso. Per la prima volta nella
storia l’umanità si trova di fronte ad una Potenza che, con il 5% della
popolazione mondiale, dedica alle spese militari più di quanto non investa il
resto del pianeta messo assieme! Se a questo sommiamo la capacità di influenza
guadagnata dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi 60 anni pressoché in ogni
campo (da quello economico tramite il controllo della Banca mondiale e del FMI,
a quello “informativo-culturale”, grazie all’ascendente che hanno sulle grandi
catene mediatiche occidentali, per non parlare delle grandi possibilità a loro
offerte dal quasi monopolio telematico) ci rendiamo agevolmente conto della
portata della minaccia all’indipendenza ed alla sovranità delle nazioni del
pianeta.
Grazie ad una politica estera aggressiva ed assertiva Washington ha mirato in
tutti questi anni ad erodere ed a scardinare la sovranità nazionale degli Stati
che potevano arginare l’imporsi dei propri ambiziosi piani. Da questo si può
evincere l’importanza cruciale che riveste in questa fase la questione nazionale
e la difesa della sovranità.
- Attualità ed importanza dello Stato-nazione e della sua sovranità
Per affermare la loro egemonia gli Usa mirano a distruggere la sovranità
nazionale degli altri paesi. Un luogo comune straordinariamente diffuso e duro a
morire pretende che gli Stati nazionali siano al loro crepuscolo e siano in
crisi. Nell’era della globalizzazione ha ancora senso parlare di sovranità
nazionale? Gli stati nazionali non sono forse destinati a sparire in grandi
spazi aggregati?
In realtà la crescente interdipendenza tra le nazioni e le aree geografiche del
globo non sta in alcun modo conducendo alla scomparsa degli Stati nazionali e
delle loro prerogative. Vi sono, come sempre è stato nella storia moderna e
contemporanea, compagini statali che si dissolvono ed entrano in crisi ma questo
non comporta la crisi dello Stato nazionale in quanto tale, in quanto attore
della storia. Prova ne sia che queste crisi (ad esempio quella jugoslava) sono
spesso alimentate e strumentalizzate da altri Stati nazionali ai fini della loro
politica di potenza. Certamente determinate evoluzioni, specie in ambito
finanziario e telematico, travalicano con sempre maggiore facilità i confini ed
i controlli. Ma se ci guardiamo attorno possiamo vedere con chiarezza come le
prerogative sovrane degli Stati-nazione non siano affatto svuotate od impotenti.
Basta guardare alle potenti politiche di sviluppo avviate dai governi
progressisti in America latina (a partire dal Venezuela) od ai provvedimenti
presi dalla Cina popolare nel frangente dell’ultima crisi economica (per non
parlare del suo stesso modello di sviluppo), od alle parziali nazionalizzazioni
in corso in Russia. Lo Stato, laddove vi siano élites politiche che ne hanno la
volontà e la capacità è il protagonista assoluto dello stesso sviluppo
economico. Per gestire i problemi delle nostre società sempre più complesse non
è possibile affidarsi all’anarchia del mercato, occorre avvalersi di una
programmazione dirigista e chi lo fa è avvantaggiato nella competizione globale.
La presente crisi ha dimostrato che quando si parla di interesse generale, di
stabilità del sistema paese, di investimenti, di guardare al futuro, di
benessere e stabilità sociale, il sistema liberista anglosassone è fallimentare
e genera una diffusa povertà. E’ quanto ha recentemente ammesso l’ex primo
ministro francese Dominique De Villepin, punto di riferimento dei settori
transalpini che vogliono riproporre la tradizione gollista. La discontinuità tra
XX e XXI secolo non è poi stata tale da stravolgere completamente tutto. La
forza di gravità esiste ancora e così anche alcuni principi strategici di base
che, come notava il geopolitico americano Alfred Mahan, per la loro stessa
natura sono sempre quelli che risentono meno dei segni del tempo.
La stessa tendenza degli Stati a coordinarsi in grandi spazi aggregati di
dimensione semicontinentali non comporta automaticamente il riconoscimento della
crisi dello Stato nazionale. Questo processo di aggregazione spesso non avviene
mortificando la sovranità, ma esaltandola. Né l’Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai, né l’Unasul od il Mercosur o l’Alba svuotano la
sovranità nazionale dei partecipanti. Anzi, queste organizzazioni, che radunano
Stati nazionali che si oppongono all’imperialismo, proprio perché rappresentano
un contrappeso alle forze mondializzanti dell’Anglo-America, garantiscono la
difesa della sovranità nazionale da processi di svuotamento e di imposizione di
un neocolonialismo post moderno. Quando si guarda a queste esperienze si cita
troppo spesso a sproposito il precedente e l’esempio del processo d’integrazione
europea. E’ vero che quegli stessi paesi guardano a quanto (bene o male) l’Europa
ha fatto in termine di integrazione. Ma ciò è naturale essendo quello europeo un
primo e “grande” tentativo. Che stiano ripercorrendo i nostri passi o che siano
intenzionati a farlo rappresenta un altro paio di maniche. In quanto primo
tentativo non è certo alieno da difetti. Nell’Ue ci si è spinti certamente
avanti nel delegare a commissioni supernazionali molte delle prerogative dello
Stato sovrano. Questo ha portato però a porre in posizioni chiave una burocrazia
tecnocratica legata a doppio filo alla finanza transnazionale anglo-americana ed
ai centri atlantici ed ora questa burocrazia gode di competenze che sfuggono ad
una gestione democratica. L’europarlamento non è altro che un’obesa
sovrastruttura priva di potere reale ed attraversata dalle lobbies. Da notare
che l’integrazione arranca proprio in quei settori (esteri e difesa) che più di
altri dovrebbero mostrare la vitalità di una costruzione nuova. Qui pesa la
mancata volontà politica delle élites europee. Perché? Evidentemente perché
integrate in una trama atlantica cui sono subalterne da ormai 60 anni. Qualsiasi
paese voglia aderire all’Ue deve prima passare dalle forche caudine
dell’ammissione alla Nato, cioè da una struttura subordinata agli interessi
geopolitici degli Usa. Chi vuole entrare ma diverge dalle strategie di
Washington è tenuto ai margini (emblematico è il trattamento riservato alla
Turchia prima e dopo l’avvento dell’AKP). Da noi di fatto l’integrazione, se
potenzialmente ha ritagliato alcuni spazi di potenziale sfida agli Stati Uniti
(come in ambito monetario), dall’altro ha segnato una marcata atlantizzazione e
quindi soggezione agli stessi. Questo è solo uno dei problemi posti dal modello
integrativo dell’Unione europea. Un altro grande, rilevante problema, è dovuto
al fatto che in una struttura sopranazionale come la Ue gli Stati che ne fanno
parte non sono solo sottoposti ad una pressione dall’alto, da Bruxelles, ma
anche a spinte centrifughe dal basso, in senso anche pericolosamente
secessionista. Si vedano i casi del Belgio e dell’Italia. L’essere in un
contenitore più grande, cui si delegano prerogative proprie che dovrebbero
essere inalienabili per una democrazia degna di questo nome, favorisce lo
spudorato manifestarsi di opzioni separatiste che si sentono sicure di poter
agire in una cornice che sarà in grado di evitare rotture brusche.
Se guardiamo alle altre integrazioni regionali possiamo notare che esse, se
puntano ad un aumento del coordinamento tra i paesi partecipanti in tutti i
settori e ad una messa in comune delle risorse per far fronte a sfide cruciali
nei settori strategici, sono ben lungi dal porsi l’obiettivo del superamento
dello Stato nazionale o della delega della sovranità.
- La questione nazionale nella storia del movimento comunista
Contrariamente ad una superficiale interpretazione, data a seconda dei casi per
ignoranza o per malafede, i partiti comunisti, così come si sono caratterizzati
nel corso del Novecento, non sono affatto estranei all’idea di nazione. Lo
stesso concetto di internazionalismo non significa affatto, contrariamente a
quanto ritenuto da molti, negazione delle nazioni ma fratellanza tra le nazioni,
cioè tra i popoli. Inter significa tra, solamente nell’eterodossia trozkista ed
in determinati segmenti della nuova sinistra post-sessantottina il suffisso
inter è stato sostituito concettualmente dal suffisso a, fino ad arrivare a
coniare slogan come: “il proletariato non ha nazione, internazionalismo
rivoluzione!”, uno degli slogan tra i più pericolosi e fuorvianti che vi siano.
Disgraziatamente tale modo di vedere ha finito con il prendere il sopravvento in
una sinistra sempre più sinistrata, sempre più alla deriva ideologica, politica
e strategicamente priva di bussola.
Nel corso del Novecento il movimento comunista internazionale in fase di ascesa
aveva invece prestato una particolare attenzione alla questione nazionale. Si
spiega così perché i vari partiti comunisti, in diverse aree del globo, si siano
posti alla guida dei movimenti di liberazione nazionale. Oltre a ricordare
l’elaborazione bolscevica della questione nazionale dovuta principalmente a
Stalin, che meriterebbe una trattazione a parte, ciò è particolarmente evidente
nell’esperienza cinese e in quella vietnamita. Entrambi i partiti comunisti di
questi paesi, che pure hanno operato ed operano in contesti diversi, hanno
conquistato una solida egemonia politica sulle masse perché hanno saputo
mettersi in primo piano nella lotta nazionale per la liberazione della loro
patria dalle Potenze coloniali e neocoloniali e dai traditori che le hanno
appoggiate, vendendo il proprio popolo.
In particolare il successo della rivoluzione cinese nel 1949 arriva al termine
di un lungo ciclo di lotte per restituire alla Cina la propria indipendenza ed
unità e per scongiurare il pericolo reale e drammatico della scomparsa della
Cina a causa della dissoluzione dello Stato centrale seguito alla crisi di fine
Ottocento ed al tentativo di conquista e colonizzazione giapponese avvenuto
negli anni ’30 e ’40 del Novecento. Il successo della strategia di Mao e dei
comunisti cinesi non si può comprendere solo alla luce della centralità data
alle miserabili masse contadine nel processo rivoluzionario, aspetto comunque di
fondamentale importanza. Si deve comprendere nel quadro più ampio della lotta
condotta per la liberazione nazionale del popolo cinese e per la sua sovranità.
E’ questo che ha spinto il giovane PCC all’alleanza organica con i nazionalisti
guidati da Sun Yatsen su una base programmatica avanzata. Non è un caso che i
primi sviluppi e successi del PCC si registrarono proprio nella fase del governo
di Canton, quando congiuntamente nazionalisti e comunisti si allearono contro il
flagello rappresentato dai signori della guerra, quinte colonne
dell’imperialismo.
Quando, in seguito alla morte di Sun, nel Kuomintang presero il sopravvento con
Chang Kaishek generali felloni, capi dell’aristocrazia latifondista e traditori
in combutta con le Potenze imperialiste, l’alleanza si ruppe ed iniziarono le
spietate campagne contro i “rossi”. Il Pcc ebbe la capacità di riprendere la
bandiera di Sun (nazionalismo, democrazia, benessere del popolo) e di farla
propria contrapponendola al tradimento compiuto da Chang. Anche durante il
periodo più difficile della lunga marcia, i comunisti tennero sempre come stella
polare la questione nazionale. Il Pcc, in quello sforzo gigantesco, trasse
incredibili energie dalla prospettiva di insediarsi nelle nuove basi del
nord-ovest al fine di poter essere in prima linea per contendere agli invasori
giapponesi, penetrati dalla Manciuria, palmo a palmo il territorio del proprio
paese.
Durante la guerra antigiapponese il comportamento del Pcc, in prima linea nella
guerra di liberazione nazionale, fece si che i comunisti si affermassero come la
forza più prestigiosa ed affidabile cui il popolo cinese poteva rivolgersi (come
all’epoca notarono anche numerosi inviati statunitensi). Il comportamento
ambiguo e deleterio del regime di Chang Kaishek, più occupato a tramare per la
guerra civile che a difendere la propria gente dall’occupazione straniera,
divenne allora evidente. Fu nel corso di quella guerra che mutarono i rapporti
di forza tra i comunisti ed i nazionalisti. E’ grazie alla coerente adozione
della questione nazionale come orizzonte ideale e strategico se nel 1949 i tempi
furono maturi per rovesciare la dittatura di Chang, riunificate la Cina ed
avviarla lungo la strada dell’emancipazione più vasta che la razza umana abbia
mai visto.
Come ha notato la più importante sinologa italiana, Collotti Pischel, grazie a
questa politica l’unico fronte nazionale che acquisiva un senso era quello
costruito attorno all’egemonia del PCC: “Il legame tra la lotta di classe e la
lotta nazionale fu la caratteristica dell’opera storica di Mao e anche delle
forti e non riassorbibili caratteristiche nazionali del Partito comunista
cinese. A questo punto dobbiamo cessare di vedere l’intensità delle
caratteristiche nazionali in un partito comunista come il segno di una
‘carenza’: in Ho Chi Minh non fu una carenza l’essere il maggior dirigente
nazionalista del Vietnam e al tempo stesso un marxista che sapeva condurre
un’analisi di classe interna e internazionale”1.
L’importanza della questione nazionale nell’elaborazione e nella strategia dei
comunisti non è mai stata una devianza, un fenomeno deleterio ma ha
rappresentato un aspetto imprescindibile ed una carta vincente del loro operare.
Imprescindibile perché qualsiasi forza politica nasce e si sviluppa in un
contesto nazionale specifico, in una comunità che ha una sua storia e delle
caratteristiche sue proprie.
Ciò non è vero solamente per le realtà dell’Asia ed in generale di quelle
regioni del globo che hanno conosciuto il giogo coloniale o che comunque si sono
trovate schiacciate dal rullo compressore imperialista. Anche in Europa tale
questione si impone alla riflessione in tutta la sua portata. Non si può
accettare il patriottismo di quanti lottano nel così detto Terzo mondo e poi
negare il proprio. Non si può inserirlo nel proprio orizzonte culturale quasi si
trattasse di un’appendice esotica e non saperlo armonizzare in un più ampio e
fecondo orizzonte politico e strategico. Innanzitutto perché anche la storia dei
comunisti in Europa è una storia segnata dall’importanza della questione
nazionale.
Ciò è particolarmente evidente in Russia, dove i comunisti arrivarono al potere
in un periodo di torbidi segnati dalla difficile eredità del fiasco zarista
nella prima guerra mondiale, dalla guerra civile e dall’interveto straniero.
Dopo aver superato queste difficoltà, si trovarono nelle condizioni di gestire
un paese accerchiato nel quale tutto ciò che non era da ricostruire era da
edificare. Così, come ha notato Losurdo, divennero con Stalin i principali
edificatori della Russia in quanto stato-nazione su nuove basi2.
Dopo il fallimento della rivoluzione in Occidente le attese messianiche vennero
messe da parte dalla svolta realista operata da Stalin. La costruzione del
socialismo in un paese solo, lungi dal rappresentare una marcata discontinuità
di natura ideologica volta a rompere con l’internazionalismo, rappresentò una
scelta obbligata in un contesto definito: quello dell’accerchiamento
imperialista del nuovo Stato sovietico. Il fine era costruire una Potenza
moderna su basi sovrane e non capitalistiche che potesse difendersi da un
possibile assalto esterno e dare vita ad un nuovo ordine che garantisse i
bisogni di un popolo che aveva affrontato la terribile prova della rivoluzione e
della guerra civile. Il mezzo per giungerci era dato da una industrializzazione
necessariamente rapida che avrebbe dovuto incrociare la generale modernizzazione
della società sovietica tramite la scolarizzazione di massa, la meccanizzazione
dell’agricoltura, la mobilitazione totale delle risorse umane e materiali
disponibili nell’immenso paese. La molla per far fronte a questa titanica sfida
fu data non solo dall’afflato a costruire una società socialista od a quello più
prosaico di ottenere un netto miglioramento delle proprie condizioni e delle
proprie aspettative di vita per milioni di persone (ed in questo la strategia di
Stalin incontrava sicuramente le aspettative della maggioranza della popolazione
più di qualsiasi altra suggestione, come ha notato lo stesso dissidente
Alexander Zinoviev) ma anche dal richiamo al patriottismo. L’inserimento della
rivoluzione bolscevica e della successiva difesa del paese dall’intervento
straniero nell’epopea storica nazionale furono un primo passo per legittimare il
nuovo regime come l’incarnazione di un potere nuovo, popolare, sulla base della
gloriosa, tradizionale, storia del paese. La prova della seconda guerra mondiale
contro la Germania hitleriana, non a caso chiamata “Grande guerra patriottica”,
fu il momento culminante di questo processo3. Ancora oggi la vittoria sul
nazifascismo rappresenta un elemento chiave del patriottismo russo ed un momento
particolarmente sentito della loro storia, della loro identità. Un fatto questo
che ha indissolubilmente legato la Russia al periodo sovietico, pur tramontato.
Anche in Europa la questione nazionale si è imposta. Basti pensare al fenomeno
della Resistenza europea ed al peso che in essa ebbero i comunisti, specialmente
in alcuni paesi (dalla Jugoslavia alla Grecia, dalla Francia all’Italia…).
Il caso del Pci è in particolar modo indicativo dell’attenzione e del rilevo che
venivano dati alla questione nazionale. Non va dimenticato che Gramsci e
Togliatti erano innanzitutto uomini di una profonda cultura che si sentivano
eredi delle correnti più avanzate del Risorgimento e che si ponevano
(analogamente ad altre tendenze democratiche di diversa ispirazione) il problema
dell’inserimento delle masse popolari e lavoratrici nella vita dello Stato
unitario, da cui erano state escluse dal regime liberale. I due storici leader
del Pci nascevano cioè da un brodo culturale tipicamente nazionale, con i suoi
pregi ed i suoi difetti. Approdarono al comunismo nella convinzione che esso
rappresentasse il moto storico, la prospettiva strategica, capace di condurre
all’emancipazione delle classi popolari ed alla risoluzione di tutte quelle
contraddizione che la nostra storia nazionale aveva, per un insieme complesso di
cause, lasciate aperte. Questo aspetto è evidente in tutta l’azione svolta dal
Pci nella Resistenza e nella costruzione dello Stato democratico, dalla svolta
di Salerno in poi. Ma la questione nazionale ed il richiamo al patriottismo
emergono già prepotentemente dai discorsi che Togliatti rivolse agli italiani da
Radio Mosca.
Anche nella guerra di Liberazione, proprio nella guerra di Liberazione, il Pci
si pone come forza patriottica ed internazionalista al tempo stesso. Si pone
l’obiettivo di lottare contro l’occupante tedesco e contro i residui del
fascismo che hanno seguito Mussolini nel suo tradimento. Ma la sfida in quel
frangente è anche un’altra, non meno impegnativa, cercare di risollevare il
paese dalla sconfitta in cui era stato trascinato dal precedente regime e
garantire all’Italia la possibilità di disporre nuovamente di sé, unita e
sovrana, all’indomani della guerra. Contrariamente alle interpretazioni oggi in
voga l’assetto postbellico era allora assai fluido ed a Yalta non venne deciso
tutto. L’ordine bipolare sanzionato dalla cortina di ferro prese corpo
progressivamente per effetto delle ambizioni e delle reciprocità che
caratterizzarono le relazioni tra le Potenze nell’immediato dopoguerra.
Beninteso, l’avanzata degli eserciti degli occidentali piuttosto che dei
sovietici poneva certamente delle ipoteche, ma quale effetto queste avrebbero
avuto e fin dove il controllo dei vincitori si sarebbe spinto era questione
aperta a più soluzioni.
L’impegno profuso nella lotta avrebbe dovuto garantire al Pci il peso ed il
prestigio necessari per esercitare un’influenza nelle vicende politiche italiane
al fine di superare l’istituto monarchico e completare il processo rimasto
incompiuto con il Risorgimento accanto ed in sintonia con le altre forze
patriottiche. Queste erano le intenzioni alla base della svolta.
E’ da notare che anche quando la collaborazione con i partiti di massa venne
rotta dall’esplodere della guerra fredda fu il Pci ad ergersi a difensore della
sovranità nazionale contro la tutela crescente esercitata dagli Usa tramite il
patto atlantico. Da allora nella storia politica dell’Italia repubblicana la
lotta per l’attuazione della Costituzione e quella per uno sviluppo democratico
del paese fecero il paio con quella per l’autonomia della politica estera
italiana come appare evidente nel periodo di scontro cruciale tra queste opzioni
(1953-1963), allorché ci si trovò alle prese con la transizione dal centrismo al
centrosinistra.
Ma i richiami al patriottismo erano insiti anche nella simbologia, con il
ricorso al tricolore nello stemma del partito o (ancora precedentemente) con la
scelta del nome “l’Unità” quale testata del proprio organo ufficiale.
Successivamente questa ricca ed efficace elaborazione è venuta meno. E solo
paradossalmente questo scivolamento della questione nazionale nell’oblio si è
prodotto proprio quando, con il nuovo corso dell’eurocomunismo, il Pci ha
attuato uno strappo con gli altri partiti comunisti ed ha accettato l’ombrello
atomico della Nato. La rimozione della questione nazionale è avanzata lentamente
ma inesorabilmente nella sinistra italiana di pari passo con altre rimozioni
analoghe fino a configurare uno snaturamento o, come qualcuno lo ha definito, un
processo di “mutazione genetica” del partito e del corpo militante che vi faceva
riferimento. Resta una questione aperta comprendere quanto a tale svolta abbia
concorso la penetrazione di alcune suggestioni e di alcune interpretazioni della
storia del movimento operaio che confusamente si sono affermate dopo lo
sconvolgimento politico, ideologico e culturale prodotto dal ’68 fino agli inizi
degli anni ’70.
- Cos’è il patriottismo e perché è necessario
Il patriottismo ed il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale non
comportano affatto l’estraneità, l’insofferenza od il disprezzo verso coloro che
di quella comunità non sono parte. Vi è una differenza abissale tra chi apprezza
la propria cultura e lotta per il proprio paese mostrandosi solidale con le
lotte compiute da altri popoli per le stesse ragioni e chi sostiene la
superiorità del proprio paese e vuole negare ad altri ciò che per lui vi è di
importante. Il generale De Gaulle soleva dire che il patriottismo è amare il
proprio paese, il nazionalismo odiare quello degli altri. Questo inciso è
piuttosto efficace, ma non vi è bisogno di risalire allo statista francese per
trovare nella storia elementi che dovrebbero bastare per archiviare l’insulsa
osservazione in base alla quale basta sentirsi parte di una comunità per avere
atteggiamenti esclusivi o ghettizzanti nei confronti degli “altri”. Dal
Risorgimento in poi tutti i veri patrioti non hanno mai mancato di mostrare
solidarietà alle lotte di liberazione di altri popoli, spesso non solo a parole.
In questa chiave il patriottismo si sposa con l’internazionalismo. Nell’età
dell’imperialismo il nazionalismo è invece stato utilizzato per rivendicare alle
Potenze il diritto di soggiogare altri popoli, altre nazioni. Notava Pietro
Secchia che nell’età della più aspra competizione inter-imperialista i ceti alto
borghesi ed oligarchici dei paesi sviluppati, legati tra loro dal comune
sentimento cosmopolita, utilizzarono l’arma del divulgare una visione astratta
della nazione al fine di irreggimentare i popoli in una solidarietà di facciata
con le loro élites e farli marciare contro gli altri per i propri scopi. L’idea
di nazione che avevano i comunisti era, sosteneva l’ex commissario delle brigate
garibaldine, più concreta perché la nazione è nella sua stragrande maggioranza
il popolo e l’interesse della nazione è quello del popolo. Quanto avesse il
senso della nazione la grande borghesia italiana lo si vide quando, nel secondo
dopoguerra, corse a ripararsi sotto l’ombrello atomico americano. Il
patriottismo non è la sua degenerazione imperialista ed il cosmopolitismo non
c’entra nulla con la solidarietà internazionalista4.
In realtà nel linguaggio corrente degli ultimi decenni il termine di
patriottismo è stato reso interscambiabile con quello di nazionalismo laddove si
descrivevano i movimenti di liberazione di gran parte del mondo (dall’Algeria
alla Palestina, dall’Africa nera all’Oriente asiatico).
Si può distinguere l’ambiguità dei termini tenendo presente ciò che sosteneva
Huey Newton, fondatore del Black Panther Party: “Ci sono due generi di
nazionalismo, il nazionalismo rivoluzionario ed il nazionalismo reazionario. Il
nazionalismo rivoluzionario dipende dal processo rivoluzionario del popolo ed ha
come obiettivo di portare il popolo al potere. Di conseguenza essere un
nazionalista rivoluzionario porta necessariamente ad essere socialista”.
Nel suo celebre scritto Il marxismo e la questione nazionale Stalin metteva in
relazione le rivendicazioni nazionali con il segno di classe che esse di volta
in volta assumevano in un dato contesto e soprattutto con l’effetto che
esercitavano nel computo generale della lotta contro l’imperialismo. Che vi sia
un legame tra questione nazionale e classe sociale appare vero sin da quando,
all’inizio della rivoluzione francese, Sieyès sostenne che il “Terzo Stato” era
la nazione e che gli ordini aristocratici perciò non erano nulla, se non un
corpo estraneo che campava parassitariamente su di essa. Che vi siano stati
nella storia, e che vi siano oggi nella storiografia, diversi e molteplici modi
di guardare alla questione nazionale, di definire il senso di concetti
utilizzati frequentemente in modi diversi e divergenti (come appunto quelli di
nazione e nazionalismo) è un fatto acclarato e che meriterebbe però una più
ampia ed esaustiva trattazione.
Qui interessa per il momento togliere una prima patina di ambiguità ad un
termine e ad un concetto, ad una prospettiva, che sono stati posti per lungo
tempo all’indice con risultati catastrofici.
- La questiona nazionale al crocevia delle scelte nodali
Il recupero del patriottismo e il ritorno alla riflessione sulla questione
nazionale si impongono all’Italia di oggi, da più punti di vista. Dal punto di
vista economico solo il ritorno ad un qualificato intervento pubblico può
permettere di lasciarci alle spalle il fallimentare modello neoliberista
importato dall’Anglo-America. Il neoliberismo ha azzoppato la nostra economia e
scosso fino alle fondamenta la nostra società generando miseria, esaltando la
cancrena individualista, seminando disillusione, sfiducia, rabbia, sottocultura
e violenza. E’ la punta di lancia di un più ampio e preoccupante processo di
americanizzazione che rischia di distruggere la nostra civiltà (messa in crisi
da qualcosa di assai più concreto del fenomeno migratorio). La crisi economica e
sociale lascia ampio spazio alla demagogia disgregatrice di forze secessioniste
e xenofobe, oggettivamente anti-nazionali. Sul piano economico solo una politica
di programmazione può raccogliere le risorse che servono per far fronte alla
sfida portata dalla crescita dei paesi emergenti. L’investimento nella ricerca e
nelle tecnologie d’avanguardia non è più rinviabile e deve rappresentare uno
sforzo lucidamente coordinato verso obiettivi definiti. Dal punto di vista
sociale occorre sostenere la necessità di restituire agli italiani quel potere
d’acquisto la cui erosione ha bloccato l’economia e lo sviluppo del paese. Il
recupero della questione nazionale, dell’attaccamento ai valori della Patria
repubblicana, la riscoperta dei momenti alti della nostra storia rappresenta il
filo di un discorso da riprendere e da riallacciare alla necessaria politica di
giustizia sociale che impone, per il bene dell’intera comunità nazionale, una
equa ripartizione del carico fiscale ed una capillare redistribuzione della
ricchezza nella spesa sociale. Dal punto di vista più strettamente politico e
istituzionale consente di imprimere maggior forza ed incisività alla necessaria
e vitale battaglia di sostegno alla Costituzione Repubblicana, che rappresenta
“quel patto giurato tra uomini liberi che si chiama ora e sempre Resistenza” e
che, piaccia o meno, rappresenta la base sulla quale è rinata la Nuova Italia ed
al tempo stesso contiene in nuce gli elementi utili per il suo felice ed
armonico sviluppo.
Il recupero di tale tematica permette di raggruppare e di parlare ad un numero
maggiore di persone, quale che sia la loro origine, la loro ideologia, o le loro
sensibilità; rappresenta qualcosa di rassicurante, proprio perché nelle attuali
convulsioni la gente è in cerca di certezze, punti fermi. La questione nazionale
consente di traghettarla ad approdi sicuri, consente di rimettere in circolo una
alternativa politica su tutte le questioni essenziali e strategiche del nostro
tempo. Rappresenta, infine, una potente arma di delegittimazione e di
legittimazione che non è possibile lasciare a coloro che operano contro gli
interessi nazionali. Consente, infine, di disegnare una prospettiva strategica
di uscita da una crisi che non è solo economica e/o congiunturale. Senza tale
prospettiva qualsiasi singola battaglia, benché giusta, resta una scaramuccia di
retroguardia che non può diventare controffensiva.
La drammatica fase che attraversiamo impone la ripresa di una bandiera per fare
intendere determinati, cruciali, discorsi a tutti gli italiani, quali che siano
le loro origini, le loro sensibilità le loro appartenenze. Impedisce che il
tricolore venga strumentalizzato da coloro che concretamente operano contro
l’Italia trascinandola alla rovina e consente di additare di fronte a tutti ciò
che è necessario in questo momento. Non è poco.
---
Note
1. E. Collotti Pischel, “Fenomeno nazionale” e questione coloniale; in: AA.VV.,
Momenti e problemi della storia dell’URSS; Roma, Editori Riuniti 1978,
pp.242-243
2. Si veda: D. Losurdo, Stalin: storia e critica di una leggenda nera; Roma,
Carocci 2008
3. Per tali aspetti rimando al pur discutibile saggio di Giuseppe Boffa,
Componente nazionale e componente socialista nella rivoluzione russa e
nell’esperienza sovietica; in: Momenti e problemi, op. cit., pp.15-32
4. P. Secchia, Nazionalismo borghese e patriottismo proletario; Roma, La stampa
moderna, 1951