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La notizia
"Il Sole 24 Ore" del 28 maggio 2011:
intervista a Mariella Enoc
«La società civile ora faccia
sentire la propria voce»
TORINO
Per Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte, è arrivato il
momento di un impegno diretto della società civile nella vicenda della
linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione.
Sino ad ora sulla Tav si sono
viste solo le proteste di chi è contrario all'opera. Come è possibile
coinvolgere, in un impegno diretto, chi è invece favorevole alla nuova
linea ferroviaria?
Ovviamente non penso ad una sorta di contromanifestazione per arrivare a
uno scontro. Noi, che siamo favorevoli, dobbiamo usare le parole di carta
contro i sassi dei violenti. Ma non ci sono più tempi per continuare a
discutere a vuoto. È arrivato il momento della riflessione seguita
immediatamente dall'impegno.
Quando si rivolge alla società civile, pensa a qualcuno in particolare?
All'intera società civile. A tutti coloro che sono in grado di comprendere
i benefici che l'Alta velocità garantirebbe al territorio piemontese,
oltre che all'intera Italia. Tutti devono ora dare un segnale per il sì,
dopo che per tanti anni abbiamo solo visto il proliferare di segnali per
il no. È ora che la società civile smetta di limitarsi al solito e inutile
borbottare e dimostri di avere coraggio. Sempre nei limiti della legalità.
Ma le sassaiole nei giorni scorsi, unite all'impunità di cui godono a
Torino gli esponenti dell'ultra sinistra, non aiutano ad infondere
coraggio alla società civile.
È vero, bisogna aiutare chi è favorevole alla Tav ad esprimersi
liberamente. C'è una paura serpeggiante che impedisce di far sentire la
propria voce, occorre intervenire per garantire la libertà di parola anche
a chi sostiene la nuova linea ferroviaria.
Ma i problemi sono soltanto di ordine pubblico? O ci sono resistenze e
dubbi anche a livello governativo?
Nessun dubbio, nessuna remora. A livello governativo c'è l'assoluta
volontà di realizzare l'opera. Non ci sono tentennamenti di sorta,
d'altronde tutti i partiti di tutti gli schieramenti si sono dichiarati
favorevoli. La volontà politica, dunque, non manca. Però bisogna passare
dalla volontà ai fatti, bisogna che l'opera parta.
Il problema della violenza, tuttavia, rimane.
Indubbiamente i toni ed i comportamenti dei sostenitori del "no" sono
diventati intollerabili per un Paese democratico; lunedì scorso hanno che
la loro forza di comunicazione è ormai legata alla sola violenza, una
violenza che vuole ostacolare il lavoro e l'occupazione e che non può
essere assolutamente accompagnata dalla connivenza di istituzioni locali e
da rappresentanti sul territorio dello Stato e della legalità. Tra le
persone contrarie all'opera ci sono gli irriducibili per principio e
ideologia che vorrebbero un mondo paralizzato e rivolto alla preistoria:
professionisti del "no" a qualunque progetto. D'altra parte è facile
bloccare e distruggere. Con questi oppositori non c'è spazio per
dialettiche costruttive.
C'é anche un'opposizione diversa?
Sì, ci sono i contrari per varie altre ragioni. E a loro ci si deve
rivolgere – istituzioni, categorie imprenditoriali, università – per
renderli partecipi di una progettazione che supera il contingente e che
deve proporre modelli, percorsi e partnership per una Valle di Susa che
vuol ritrovare una dimensione di crescita e di sviluppo. Io personalmente
e Confindustria Piemonte siamo a completa disposizione per raccogliere
idee e proposte ed elaborarle insieme sui tavoli di approfondimento aperti
a tutti i livelli istituzionali e territoriali.
Ma se, in questi giorni, dovesse prevalere l'ala violenta, come si può
riuscire a far iniziare i lavori alla Maddalena?
Nei giorni scorsi si è ipotizzato di rendere l'area militare. Se non
dovesse prevalere la ragionevolezza, allora potrebbe essere la soluzione.

Il commento
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Come già evidenziato nell'articolo "E opplà!
Adesso i TAV sono due!",
il
tav produce danni di guerra in tempo di pace
(villette, cascinali, impianti sportivi e pure una fabbrica metalmeccanica
distrutti per far posto ai binari) e mutamenti paesaggistici paragonabili a
quelli provocati dalle calamità naturali come i terremoti (formazione di nuove
colline e altri mutamenti nella morfologia del territorio), a testimonianza
della spiritualità malata che è alla base della TAV-follia;
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sono andato a rileggermi casualmente un articolo
pubblicato da "The Guardian" nel lontano 1990 (vedi:
Treni, super-velocità per un super-disastro),
e già allora l'autorevole quotidiano inglese evidenziava come:
«I progetti delle linee superveloci svolgono lo
stesso ruolo delle industrie belliche: consumano capitale, deviano le risorse
già insufficienti verso progetti di poca utilità e sono giustificati dalla
pura ideologia». Chi ne trae vantaggi è una piccola fetta della
società, costituita per la maggioranza da maschi, in età compresa tra i 25 e i
45 e generalmente ben salariati. Penalizzate invece quelle categorie
meno abbienti o socialmente meno incisive come la maggior parte delle donne, i
giovani, gli anziani, i poveri e i disoccupati. «Il movimento ferroviario -
continua il quotidiano - diventerà sempre più simile a quello aereo sia nei
modi che nei tempi, nella clientela che servirà e nella sua totale inutilità
ai fabbisogni della maggioranza. E' arrivato il momento di vedere la linea
ferroviaria veloce per quello che è: senza vantaggi sociali, ambientali o di
trasporto». La conclusione del Guardian è cupa: «la linea veloce vanta
l'equazione "treno = amico dell'ambiente", ma in realtà distorce il sistema
ferroviario e genera una forza distruttiva che porterà a un prosciugamento sul
piano economico e a una rovina su quello ambientale»;
-
a questo punto sorge spontanea una domanda: chi sono i
violenti? Chi difende la propria terra da un progetto invasivo e devastante, o
i criminali che quella terra vogliono usare a loro
piacimento, utilizzando l'esercito per spianare la resistenza delle
popolazioni locali così come fecero i coloni nei confronti dei Nativi
d'America? (vedi anche:
In mezzo ai Navajos della Val di Susa, di Guido
Ceronetti (06.07.2011)
Maurizio Gasparello
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