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Militarizzare la Valle di Susa: per il TAV prove tecniche di guerra civile.

14 ottobre 2011

Forse, prima di aprire la ciabatta per far prendere aria ai denti, personaggi come Roberto Cota, Emma Marcegaglia, Mariella Enoc, Roberto Maroni, Altero Matteoli, Roberto Castelli, e compagnia cantante Sì-Tav, farebbero bene a rendersi conto delle conseguenze delle loro gesta.

Avere richiesto, e poi attivato, l’intervento di un avamposto di Alpini in Valle di Susa (di ritorno dalla missione in Afghanistan, dove le vittime italiane di questa guerra mai apertamente dichiarata si contano oggi nel numero di 45), equivale nei fatti ad aprire uno scenario di guerra civile (per ora “soft”) sull’italico suolo.

Come militare in congedo (ai miei tempi, per fortuna, la leva era ancora obbligatoria, e non mi parve il caso di imboscarmi nel ventre mammone e molliccio del servizio civile, essendo il sottoscritto una persona pacifica ma non un pacifista), fui a suo tempo istruito in merito alla reale natura tecnica dell’intervento di un esercito, il cui compito non è quello di distribuire caramelle o tavolette di cioccolato ai bambini, ma di usare la forza, nel senso di usare le armi per sparare, al fine di difendere od attaccare gli obiettivi comandati, il tutto con una certa “rigidità” dal punto di vista tecnico, sia per la tipologia degli armamenti e dell’equipaggiamento di cui un esercito è dotato, sia per il tipo addestramento con il quale i soldati vengono preparati. Tale “rigidità” nelle modalità di un intervento militare è, per definizione, uno dei requisiti che lo distingue dall’operatività delle forze dell’ordine, che sono strutturate per fronteggiare con ben altra flessibilità situazioni molto eterogenee e con un equipaggiamento ed una preparazione totalmente differente rispetto a quella dei soldati.

Di conseguenza, con l’intervento degli Alpini, quello che stiamo vedendo in Valle di Susa non è più un problema di ordine pubblico, ma una dichiarazione di guerra civile da parte dello stato italiano nei confronti delle popolazioni indigene per il controllo del territorio interessato dal passaggio del TAV. Territorio che il democratico governo italiano vorrebbe utilizzare e rivoltare a proprio piacimento per i fini di lucro di determinati soggetti privati (puro servizio in nome del dio denaro, nello specifico costituito da una manciata di milioni di contributi della UE). Soggetti privati che ormai utilizzano con totale sfacciataggine le funzione pubbliche della politica, dell’ordine pubblico e della difesa così come i pupari utilizzano le loro marionette (cosa possibile solo nella misura in cui i politici si sono ridotti a solerti camerieri delle varie Emme Marcegaglie e Merielle Enoc).

Dal punto di vista qualitativo (e quindi morale e spirituale), l’uso degli Alpini a difesa del cantiere TAV a Chiomonte, non è molto differente dall’uso che Saddam Hussein fece dell’esercito iracheno nei confronti dei Curdi. E se dal punto di vista quantitativo in Valle non sono ancora stati effettuati interventi draconiani, è solo perché le circostanze storiche ora come ora non lo permettono (ancora). Tra la repressione in Valle di Susa perpetrata dello stato italiano e la persecuzione dei Curdi effettuata dell’ex dittatore iracheno la differenza è puramente di grado ma non di natura, ed entrambe nascono nel nome del vecchio vizio della natura umana di sopraffare gli abitanti di un determinato insediamento quanto questi diventano un intralcio per lo sfruttamento economico del loro territorio da parte di soggetti terzi (vedi la distruzione delle popolazioni indigene delle Americhe da parte degli Europei).

Di tutto questo si sono ben accorti gli Alpini No-TAV, che si sono schierati contro i loro Compagni di Penna impegnanti nell’azione di difesa del cantiere di Chiomonte. Sotto questo punto di vista, occorre dare atto ai compagni di merende Sì-Tav citati all’inizio dell’articolo di essere riusciti in un’impresa mai accaduta prima nei 139 anni di storia degli Alpini: dividere lo spirito di corpo delle Penne Nere. E questo nel nome dei sudici affari della legalizzata associazione a delinquere Sì-Tav: un vero record per il 150° anniversario di questo sciagurato paese, ormai ridotto al ruolo di patetica controfigura di una repubblica delle banane. 

Maurizio Gasparello

 

 Da “La Stampa” del 13 ottobre 2011.

Tav, il cantiere verso l'allargamento. Cota: "Pronti a militarizzare la Valle"

Il cantiere di Chiomonte deve allargarsi, il Governatore: «Vanno adottate tutte le misure necessarie». I Comitati si mobilitano: marcia contro le reti il 23 ottobre. E la Comunità Montana boccia le compensazioni

MAURIZIO TROPEANO

torino

«A Parigi ho ascoltato l’apprezzamento per le nostre forze dell’ordine impegnate nel presidio dell’area di cantiere. Si parte da qui e dalla gestione equilibrata dell’ordine pubblico per fare valutazioni successive compresa la decisione di dichiarare l’area dei lavori alla Maddalena di Chiomonte sito di interesse strategico nazionale». La presa di posizione del presidente della Regione, Roberto Cota, arriva dopo la conclusione positiva della commissione intergovernativa sulla Torino-Lione e le indicazioni del commissario dell’Ue per il corridoio 6, Laurens Jan Brinkhorst, sull’irreversibilità del Tav. Se è così allora è necessario fare «di tutto per garantire che questa situazione permanga nel lungo periodo sia per quanto riguarda la sicurezza dei lavori sia per l’avvio delle compensazioni nei comuni interessati».

Cota sottolinea la necessità di tenere insieme «fermezza e coinvolgimento delle amministrazioni locali e che da questo punto di vista tutte le misure necessarie dovranno essere adottate». Se questo è l’obiettivo, allora «ci può anche stare il sito di interesse strategico». Una decisione che comunque spetta al Governo anche se è chiaro che l’apertura del presidente rafforza il pressing del Pd (soprattutto del parlamentare Stefano Esposito) e del Pdl (il coordinatore regionale Enzo Ghigo) per ottenere la dichiarazione di sito militare da parte di Palazzo Chigi.

La determinazione del Governatore nasce anche dal comportamento della delegazione francese nel corso del vertice di Parigi che ha sgomberato il campo da ogni ipotesi alternative. Certezze confermate ieri dalle dichiarazione del ministro ai Trasporti Thierry Mariani che ha spiegato al quotidiano Le Parisien come «quello della Torino-Lione sia il più grande cantiere d’Europa, più importante del tunnel della Manica e che interessa a tutti». E ancora: «Chi di voi oggi potrebbe fare a meno di quel tunnel? La Torino-Lione è un investimento che guarda all’avvenire».

In Valsusa, comunque, continuano a non pensarla così. Da una parte c’è il movimento No Tav che sta organizzando una nuova protesta per il 23 ottobre con appuntamento a Giaglione e una marcia fino alla baita della Clarea con l’obiettivo dichiarato di tagliare le reti di recinzione del cantiere. Dall’altra ci sono gli amministratori locali che per bocca del presidente della Comunità Montana respingono al mittente l’offerta di Cota. Sandro Plano fa una premessa: «Siamo contrari alla Torino-Lione e dunque non ci interessano e non chiediamo compensazioni. Da tempo abbiamo indicato le questioni che creano grandi problemi sul nostro territorio: scuola e sanità pubblica, assetto idrogeologico, trasporto locale. Si tratta di priorità a cui dare risposta e che non c’entrano con le compensazioni». Plano, comunque, non perde occasioni per criticare la scelta della Regione di aprire una «trattativa Comune per Comune. Da anni gli enti locali lavorano insieme, così si ritorna indietro».