
Che la grande distribuzione
sarebbe diventata il laccio al collo della produzione, soprattutto per le
piccole-medie imprese, lo avevamo previsto da tempo.
Quando tutto il piccolo commercio
scomparirà e i produttori dovranno inevitabilmente passare attraverso le forche
caudine della grande distribuzione, i piccoli-medio imprenditori scompariranno e
andremo tutti quanti a fare la spesa dal "grande fratello" (magari per comprare
gli OGM che arriveranno da chissà dove con la TAV...).
Maurizio Gasparello

La Stampa, 10 Dicembre 2006
Intervista
Lorenzo
Ercole
VANNI CORNERO
“Grande distribuzione tiranna del mercato”
INVIATO AD ASTI
Sull’ultima sua fornitura
abbiamo deciso di praticare un ulteriore 3% di sconto. Lei è libero, però, di
scegliere se accettare o meno. Nel caso non accettasse la sua azienda verrà
depennata dai fornitori abituali della nostra società di distribuzione». A
riportare questa lettera - senza destinatario nè mittente - è lo scorso numero
della rivista «Food», considerata dagli addetti ai lavori una piccola «Bibbia»
dell’agroalimentare italiano. L’editoriale intitolato «Contributi &
investimenti» prosegue spiegando che la comunicazione è a firma di una grande
catena distributiva ed indirizzata ad un’azienda di trasformazione.
Ma non è l’unico esempio citato da «Food»: nell’editoriale si parla di un’altra
società della Gdo che dilaziona ripetutamente i pagamenti ai fornitori e di
un’altra ancora che ha addirittura deciso di congelarli, mentre un terzo gruppo
chiede tre punti percentuali di sconto per aver aderito ad una centrale
d’acquisto. L’immagine che resta a chi legge è quella di una grande
distribuzione tiranna del mercato.
«Non so a quali realtà specifiche si riferisca l’articolo di “Food”, ma certo la
situazione per molte aziende alimentari italiane si sta facendo parecchio
pesante, soprattutto se si tratta di società di dimensioni medie o piccole»,
commenta Lorenzo Ercole, presidente di Saclà, uno di più noti marchi del
settore.
E qual è la situazione a cui si riferisce?
«Per queste aziende l’85% delle vendite è rappresentata dalla grande
distribuzione e la totalità del mercato è rappresentata da cinque centrali
d’acquisto».
Il che vuol dire...?
«Vuol dire che chi è più forte paga meno, ossia riesce a spuntarla meglio nei
contratti con la grande distribuzione».
Ma non è normale che chi compra tenda a spuntare prezzi più bassi? E’una regola
del commercio.
«Sì, però le aziende che non hanno dimensioni di multinazionali non ce la fanno
a reggere il gioco. In Italia sono ormai molti a lavorare in perdita sul mercato
interno».
Quindi?
«Quindi se le cose vanno avanti così l’alternativa sarà vendere le imprese alle
multinazionali, oppure chiuderle».
Lei ha un ruolo importante nell’Associazione italiana produttori alimentari,
legata a Federalimentare e a Confindustria. Cosa fate su questo fronte?
«Gli sforzi sono stati finora principalmente indirizzati ad aiutare le aziende a
far sistema, soprattutto sui mercati internazionali. Sono certo che la nuova
presidenza di Federalimentare, da gennaio affidata a Giandomenico Auricchio, si
dovrà occupare della questione. Alle imprese serve una nuova politica di
lavoro».
Perchè alcune aziende dell’alimentare soffrono più delle altre la battaglia dei
prezzi?
«Perchè la qualità costa e le materie prime di qualità sono essenziale per certi
prodotti. Per fare il pane basta una buona farina, ma le olive, tanto per
parlare di casa mia, devono essere anche belle, altrimenti nessuno le compra».
D’altronde la grande distribuzione ha più volte aiutato a tenere sotto controllo
l’inflazione calmierando i listini
«Certo, con tutte le conseguenti ricadute sui fornitori».
Ma l’internazionalizzazione delle imprese non può essere la soluzione vincente?
«L’internazionalizzazione è come una gemmazione: ci vuole il ramo, cioè la
struttura finanziaria per sostenere le gemme. E in giro vedo rami sempre meno
forti».
Come mai, allora, si delocalizza?
«La delocalizzazione in certi comparti non esiste. L’alimentare “made in Italy”
non si può fare altrove. Andare in un’altra nazione a produrre cibo generico è
un conto, ma non il gusto italiano».

Ma forse c'è ancora una
piccola speranza...
La Stampa, 10 Dicembre 2006
Una filiera “fai da te” per accorciare i
prezzi
GIANNI STORNELLO
Il problema è la filiera? Contro i passaggi di mano lunghi,costosi e dispersivi
una soluzione l’hanno trovata a Torino quelli del Consorzio agriturismo
Piemonte: un negozio, una caffetteria, un ristorante, ma soprattutto un
contenitore di proposte legate alla cultura del cibo e dell’alimentazione nel
cuore del capoluogo subalpino. «Abbiamo capito che occorreva unire la
moltitudine di aziende che lavorano bene, ma che da sole non possono emergere e
sopravvivere con le loro piccole produzioni in un mercato globalizzato», spiega
la presidente, Margherita Borri. Quindi dal Consorzio, nasce «Divizia». Sin
dalla scelta del nome che deriva dal latino e significa «abbondanza» si è voluto
caratterizzare quest’iniziativa-pilota per i suoi contenuti culturali, più che
per quelli commerciali, per la varietà dei prodotti tipici offerti e per le
ricette della tradizione piemontese su cui si basa il ristorante. Ed anche per
le proposte per il tempo libero, offerte dalle aziende agrituristiche della
nostra regione. Il fatto, poi, di avere sede tra piazza San Carlo e piazza
Castello, in via San Tommaso 22 b, ne aumenta l’immediatezza del rapporto con i
consumatori.
Lo schema di Divizia è su cinque settori. Reception agrituristica, in cui si può
prenotare un soggiorno nelle oltre 70 aziende agrituristiche che hanno aderito
al Consorzio. Caffetteria e gelateria, dove la maggior parte dei prodotti è
realizzata con i prodotti dei soci. Un punto vendita, con una gamma sorprendente
di vini, formaggi, salumi, carni, conserve, marmellate, dolci, verdure
rigorosamente stagionali. Un ristorante, con ottimo rapporto qualità-prezzo,
basato sulle produzioni agricole di pregio a partire dalle carni bovine di razza
piemontese. Un servizio di catering.
«Costituire una linea diretta tra agricoltura e trasformazione alimentare
artigianale tipici del Piemonte - riassume Margherita Borri -. E’ questo il
ruolo istituzionale scelto da Divizia, per le iniziative di enti locali e
associazioni». Senza contare i Laboratori di degustazione organizzati per gruppi
di appassionati e le iniziative tematiche sui temi dell’alimentazione e del
consumo consapevole.
http://www.provincia.torino.it/agrimont/punto_immagine/