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Fonte:
www.lavoce.info
16-04-2007
Sulle morti bianche si dicono e scrivono una marea di ipocrisie. E' un problema di lunga data del nostro paese, non un'emergenza degli ultimi giorni. Affrontarlo con nuove leggi non serve, perché nasce dalla disapplicazione delle leggi già in vigore, peraltro allineate a quelle di paesi con il numero più basso di incidenti mortali sul lavoro. Se il sindacato non si fosse opposto a suo tempo alla riconversione del personale del collocamento, avremmo ora un corpo di ispettori del lavoro in grado di effettuare molti più controlli. Si è ancora in tempo di farlo, basta che il sindacato lo consenta. Un’emergenza da anni, non da venerdì scorso
Molti politici sembrano essersene accorti solo sabato scorso quando i giornali
hanno dato ampio risalto alle quattro morti bianche avvenute il giorno
prima. Ma è da anni che in Italia c’è un più alto numero di incidenti mortali
sul lavoro che negli altri paesi europei con un livello di reddito pro capite
comparabile al nostro. Le statistiche non sono strettamente comparabili perché
in paesi con un forte settore informale, molte morti bianche vengono fatte
passare come incidenti automobilistici. Ad esempio, è noto che in molti
cantieri irregolari, le vittime di incidenti mortali vengono portate ai bordi
di una strada, fingendo che siano state investite da una macchina. Non è un problema di leggi, ma di controlli Da più parti è stata invocata negli ultimi giorni la rapida approvazione di una nuova legge contro gli infortuni sul lavoro. Ma la legislazione italiana attuale è stata allineata nel corso degli anni '90 agli standards comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Nessuna legge, comunque, potrà mai affrontare in modo efficace il problema delle morti bianche finchè le normative di sicurezza continueranno a essere largamente disapplicate, come lko sono oggi in Italia. Il problema vero è quello dei controlli sull’applicazione delle norme di sicurezza nella vasta area dell’economia sommersa e anche in molte imprese cha agiscono alla luce del sole, ma in cui c’è un insufficiente radicamento della cultura della sicurezza. I controlli richiedono una presenza più capillare degli ispettori del lavoro su tutto il territorio. L'apparato esistente consta di circa duemila ispettori, che sono stati negli ultimi anni quasi tutti promossi (quasi il 50 per cento ha oggi l'inquadramento più alto contro il 10 per cento che lo aveva nel 2000). Il che riduce il numero di quelli che operano quotidianamente nel vivo del tessuto produttivo.
Le responsabilità del sindacato
È difficile dare torto al segretario generale
della Cgil Guglielmo Epifani quando dice che ogni morte bianca è una sconfitta
del sindacato, ma al tempo stesso denuncia che "resta irrisolto il
problema degli ispettori del lavoro" e in particolare della grave
insufficienza dei loro organici. (1) Va, però, anche detto che
all’insufficienza degli organici degli ispettorati del lavoro hanno
contribuito e contribuiscono in modo determinante le rigidità caratteristiche
dell’impiego statale.
L’inamovibilità dei "collocatori"
L’operazione di trasferimento dei collocatori agli ispettorati avrebbe potuto essere compiuta senza alcun grave sacrificio per loro, salvo quello di dover frequentare un corso di riqualificazione e incominciare a svolgere una funzione veramente utile e impegnativa. Il sovradimensionamento degli uffici del lavoro meridionali avrebbe consentito un corrispondente maggiore rafforzamento degli ispettorati proprio nelle regioni dove il lavoro nero è più diffuso e dove il tasso di disapplicazione della legge è più alto. Senonché questa operazione è stata impedita dall’inamovibilità di fatto degli impiegati pubblici, efficacemente presidiata, come sempre, dai sindacati del settore. Settemila statali addetti agli uffici di collocamento sono stati, sì, trasferiti con il decreto legislativo n. 469/1997: ma solo nominalmente, nel senso che quel decreto ha imposto la sostituzione sulla porta dei loro uffici della denominazione di "ufficio statale del lavoro" con quella di "ufficio regionale", poiché la funzione del collocamento veniva, appunto, decentrata alle Regioni. E, a scanso di equivoci, su pressante richiesta dei sindacati del settore, quello stesso decreto si premurava di precisare che struttura e funzione degli uffici avrebbero dovuto rimanere inalterate.
Quali sono le vere priorità del sindacato?
Ora Epifani e gli altri dirigenti sindacali
confederali giustamente chiedono un rafforzamento degli organici degli
ispettorati. Operazione sacrosanta; e attuabile con costi davvero
ridottissimi per l’erario. A condizione che le confederazioni stesse
consentano di fare oggi ciò che i loro sindacati di settore non consentirono
di fare dieci anni fa. Si tratta di trasferire d’ufficio, nell’ambito
di ciascuna provincia, dunque senza alcun mutamento di residenza, un congruo
numero di impiegati pubblici dagli uffici in cui oggi sono male o per nulla
utilizzati agli ispettorati del lavoro, affidando agli ispettori più esperti e
qualificati il compito di introdurre questo nuovo personale alle funzioni che
esso potrà svolgere in affiancamento a loro e, dopo qualche mese di
addestramento, anche in loro sostituzione.
(1) Su Repubblica del 15 aprile 2007. |
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