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Un biglietto da 100 euro vale un biglietto da 100 euro?

 

info©frontefriulano.org ha scritto:

di Maurizio Blondet     13 giugno 2008  
 
Un biglietto da 100 euro equivale a un biglietto da 100
euro. Giusto? No, secondo i cittadini tedeschi. Il giornale
popolare Handelsblatt rivela un curioso comportamento:
quando vanno in banca a ritirare contanti, i tedeschi
controllano le banconote per vederne l’origine; quelle
stampate nell’area mediterranea se la fanno scambiare con
banconote «Made in Germany» (1).

I bigliettoni stampati in Germania  sono riconoscibili in
quanto esibiscono una X davanti ai numeri di serie; il che
li distingue da quelli fabbricati dalla Moneda iberica (che
hanno una V) e dal nostro Poligrafico, dove il numeri di
serie sono preceduti da «S».

Ogni Paese stampa un numero di banconote in stretto rapporto
con il suo peso economico, secondo regole severe della Banca
Centrale Europea. E in ogni caso si tratta di «moneta ex
nihilo», non coperta da alcun tallone. Di conseguenza, la
preferenza dei tedeschi per i loro euro nazionali sembra del
tutto idiota.

Se la preferenza è giustificata per chi compra BOT - e
infatti i BOT italiani pagano un interesse maggiore dei BOT
tedeschi, per convincere i risparmiatori a comprarli da un
debitore poco credibile, e questa forbice ( «spread»)
tende ad allargarsi - non ha alcun senso quando si prendono
contanti.

Le banconote in euro sono perfettamente intercambiabili in
tutta la zona euro, anzi nel mondo. Solo in un caso i cento
euro stampati a Madrid o ad Atene, a Roma o a Lisbona,
potrebbero valere meno dei cento euro fabbricati in
Germania: se l’unità monetaria si spaccasse. Oppure in
caso di caotica crisi, estrema.

Avvenne in USA nel decennio attorno al 1840, sotto la
presidenza di Andrew Jackson, quando banconote in dollari
stampate in differenti Stati erano scambiate a valori
diversi (ma allora circolavano dollari «privati», emessi
da oltre un migliaio di banche locali). Può succedere?

In fondo, oscuramente, i tedeschi lo pensano. Molti di loro
hanno una casa di vacanza in Spagna, e ne hanno visto
crollare il valore di mercato. Vedono come fumo negli occhi
i tentativi di Parigi - cui si aggiungono Spagna e Italia -
di dettare alla Banca Centrale Europea un ribasso dei tassi,
il che indebolirebbe il cambio dell’euro, e sarebbe una
«intrusione della politica» nel regno immacolato della
moneta, che gli impolitici tedeschi credono meglio
abbandonare ai tecnici, secondo loro immacolati.
Soprattutto, i consumatori germanici vedono l’inflazione
che galoppa.

Le autorità tedesche hanno ammesso quello che gli altri
governi europei  tacciono, o su cui alzano fumo: che
l’inflazione in Germania è all’8,1%, un livello mai
visto da un quarto di secolo. E in Germania si ricorda
l’iper-inflazione degli anni ‘20 come il grande incubo
nazionale. Si ricordano ancor meglio dell’inflazione del
1948, che fu provocata da una riforma monetaria: gli attivi
finanziari dei risparmiatori furono tosati anche del 90%. Il
problema si ripresenta.

Se l’inflazione è all’8% reale in Europa, i
risparmiatori che mettono il loro gruzzolo in banca (al
tasso massimo del 3,20% pronti-contro-termine) o in BOT al
4,6% (lordo), si accorgono di venire - ancora una volta -
semplicemente derubati dei loro risparmi dalle banche
usurarie. Le quali in Europa si procurano il denaro di cui
hanno estremo bisogno dati i loro problemi di liquidità, a
costo zero. Anzi negativo.

Il liberismo terminale non retribuisce il capitale, lo tosa
e lo distrugge. In tutto il mondo la ruberia dei risparmi
è in corso, con tassi bancari che regolarmente non coprono
l’inflazione. La finanza anglo-americana accusa (come al
solito) gli altri, anzitutto i Paesi emergenti (2). Per
esempio la Russia, dove l’inflazione supera il 15% ma
l’interesse che si dà ai depositi non arriva all’11%.
O il Vietnam, inflazione al 25%, e interessi al 12%.

Ma naturalmente la causa motrice di tutto è la Federal
Reserve: che per tenere a galla le sue banche speculatrici e
in rovina non ha fatto che abbassare i tassi, perchè
abbiano denaro a basso costo. Ciò  favorisce gli USA -
dove non esistono risparmiatori, ma solo indebitati, dalle
famiglie allo Stato, quindi favoriti dai bassi tassi - ma
è un disastro per Paesi dove si risparmia ancora. Come in
Germania o, sempre meno, in Italia.

Attualmente 3 miliardi di esseri umani nel mondo sono sotto
la bufera dell’inflazione che rode i loro averi monetari.
Senza contare lo Zimbabwe (inflazione, un milione per cento)
si va dal 25-30% di Argentina e Venezuela, al 21% egiziani;
dal 14% del ricco Katar all’8-9% di Cina e India, che
forse è l’11-12%.

La causa, ovviamente, sta negli Stati Uniti: che stanno
facendo pagare il loro immenso deficit commerciale e
pubblico agli altri, svalutando il dollaro. Quanto agli
«altri», i loro governanti e capi delle Banche Centrali
hanno creduto di fare i furbi comprando a man bassa buoni
del Tesoro USA per mantenere alto il tasso di cambio delle
loro monete, e dunque più competitive le loro
esportazioni.

Hanno comprato i Bond americani stampando la loro moneta
nazionale in libertà: ora questa affoga i mercati interni
causando la fiammata inflattiva, mentre i Bond USA che hanno
accumulato in cassaforte si sciolgono come gelati
d’agosto. Ora stanno diversificando comprando euro,
attratti dal tasso di ben due punti più alto che quello
del dollaro. Ma dato che Trichet ha anche lui stampato
moneta per salvare le banche, l’euro è un ben pericoloso
rifugio contro l’inflazione.

Trichet vuol far credere di «controllare» l’inflazione
tenendo fermo il tasso ad oltre il 5%, e minacciando di
aumentarlo. Ma se proprio volesse prendere la misura reale,
dovrebbe alzare il tasso più dell’inflazione, ossia
sopra l’8%, per retribuire i risparmi. Il che è
ovviamente improponibile, con i milioni di gente che ha il
mutuo a tasso variabile e le aziende che già non riescono
ad esportare. Ma con le mezze misure non si ottiene nulla.
Finchè  si adottano mezze misure, i prezzi non caleranno,
e avremo inflazione più stagnazione.

Se non dovessimo mangiare ogni giorno, sarebbe interessante
osservare come il sistema liberista mondiale imposto dal 
Washington consensus, e portato all’assurdo dogmatico da
Bush, si stia sgretolando pezzo per pezzo.

La globalizzzazione aveva promesso prezzi bassi, e tutto
rincara. I tedeschi non credono più all’euro e hanno di
fatto ricreato il marco. Le banche americane, nonostante
tutti i sostegni pubblici della Federal Reserve, continuano
a crollare (l’ultima è la Lehman). La Turchia, membro
della NATO e soggetta agli USA, ha praticamente stretto
un’alleanza con l’Iran, scambiando con Teheran
intelligence e coordinando le azioni militari contro il
comune nemico, i kurdi (3).

Le minacce di Bush e di Israele all’Iran hanno l’effetto
di rincarare ogni volta di più il prezzo del petrolio, con
ciò mettendo nelle tasche dell’Iran profitti sempre
maggiori, ed aumentandone l’importanza strategica nella
regione agli occhi di Cina ed India, i suoi clienti (4).

Quanto alla Cina, metà delle 800 fabbriche di scarpe nel
Guangdong hanno chiuso, e migliaia di piccole fabbriche
tessili hanno il fiato corto (per cause convergenti:
inflazione, apprezzamento dello yuan, costo dei trasporti
crescente, rincaro dell’energia). La federazione
industriali di Hong Kong  avverte che diecimila aziende che
operano nella Cina meridionale potrebbero presto fallire.

Insomma la globalizzazione predicata dalle armi USA sta
crollando su se stessa, spargendo miseria anche fra i
«favoriti». Il tutto sotto un regime di menzogna
ufficiale che gabella l’inflazione al 5%, come le armi di
distruzione di massa di Saddam e la bomba atomica di
Teheran.

In questa situazione, c’è però qualcuno che continua a
credere che Bush sia un buon cristiano ed abbia fatto la
cosa giusta: il Santo Padre. Ovviamente, è meglio
informato di noi: dal cardinal Bertone - il segretario di
Stato tifoso di calcio - e dal «politologo» Vittorio
Emanuele Parsi, messo in cattedra alla Cattolica come
fantolino di Ruini, e che sta ancora studiando da Katz. Alle
elementari.