Quanto ci costa la casta dei giornali?
Per provare ad avere un’idea di quanto ci costa la casta dei giornali, diamo uno sguardo al bilancio, relativo all’esercizio 2005, di uno dei più grandi editori italiani, il “Gruppo Editoriale l’Espresso”, reperibile all’indirizzo http://download.kataweb.it/gruppoespresso/bilancio2005ita.pdf.
A pag. 167 rileviamo che, sotto
Considerato che il “Gruppo Editoriale l’Espresso” presentava nel 2005 un utile netto di oltre 83 milioni di euro (pag. 32), è del tutto evidente che le cosiddette “provvidenze per l’editoria” sono un vero e proprio gentile omaggio a carico dei contribuenti, nel filone del “togliere ai poveri per dare ai ricchi” tanto in voga nel regime del nostro belpaese.
Inoltre, se consideriamo che il contributo sulla carta copre il 22% degli oltre 76 milioni di euro spesi per le retribuzioni (pag. 168), possiamo dire che gli stipendi d’oro dei direttori dei giornali e dei giornalisti di grido, che imperversano anche nei salotti televisivi, sono di fatto pagati dalla collettività: il mondo della carta stampata, attraverso il meccanismo delle provvidenze, vive ben al di sopra delle sue possibilità.
A livello consolidato, i
contributi totali elargiti all’intero settore dell’editoria sono stimati in
circa 700 milioni di euro (circa 1.355 miliardi di Lire), così come apprendiamo
dall’ottimo testo “La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è
stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici”, di Beppe Lopez (Editore:
Nuovi equilibri – Collana: Eretica).
Ai giornalisti che, di tanto in tanto, provano
ad irridere sulla nostra idea del reddito di cittadinanza e distribuiscono
sermoncini sulle taumaturgiche virtù dell’economia di mercato e della
competizione globalizzata (quando si tratta di farla pagare sulla pelle di
operai ed impiegati, naturalmente), ci permettiamo di ricordare quanto segue:
1. che, con l’equivalente dei 700 milioni di euro elargiti in provvidenze all’editoria, si potrebbero finanziare 1.400.000 mensilità di reddito di cittadinanza da 500 euro cadauna;
2. che, se le leggi dell’economia di mercato fossero applicate anche all’editoria, molti dei pennivendoli che distribuiscono lezioni a destra e manca sulle virtù della libera concorrenza oggi sarebbero disoccupati o a lavorare sull’asfalto.
Ma se qualcuno si illude che i costi sostenuti dai contribuenti, riconducibili ai carrozzoni dell’informazione, finiscano qui, si sbaglia di grosso.
Tra le più inutili trovate
partorite dalle italiche menti stataliste vi sono i CO.RE.COM (Comitati
Regionali per le Comunicazioni), ossia una delle più ambite greppie dei
sottogoverni regionali: i loro membri, infatti, portano mediamente a casa
svariate migliaia di euro al mese, ai quali occorre aggiungere i non
indifferenti costi di funzionamento d’ufficio (segreterie, uffici stampa,
locali, viaggi e convegni, materiali divulgativi e promozionali, consulenze
esterne ecc.). Per non parlare dell’ “Autorità per
le Garanzie nelle Comunicazioni” che, come quasi tutti i garanti
inventati alla fine degli anni ’90 dal primo governo Prodi, non garantisce un
bel nulla se non i lucrosi stipendi pubblici dei suoi burocrati.
Dite la verità: lo avreste mai detto che essere presi per i fondelli dal regime dell’informazione e dai suoi vari corollari vi sarebbe costato così tanto?
2 aprile 2008
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RASSEGNA STAMPA SULLA CASTA DEI GIORNALISTI
Da:
http://www.ariannaeditrice.it/vetrina.php?id=14629

La Casta
dei
Così l'editoria
italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici
Autore: Beppe Lopez,
Prezzo: € 10,00
Anche le più recenti inchieste sulla “casta” e sui
“costi della politica” glissano o ignorano uno dei più grossi scandali degli
ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. Non si tratta solo di un
intricato caso di rapina delle risorse pubbliche, ma anche di una micidiale
distorsione del mercato editoriale (che penalizza, marginalizza ed elimina
l’editoria indipendente, minore e locale) e di una sistematica manipolazione
della circolazione delle idee e della vita democratica.
L’inchiesta di Lopez fa luce sul portentoso flusso di danaro pubblico,
all’incirca 700 milioni di euro all’anno, che finisce per mille rivoli, sotto
forma di contributi diretti o indiretti – attraverso una stratificazione di
norme clientelari, codicilli, trucchi e vere e proprie truffe – nelle casse di
grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e
giornaletti, agenzie, radio e Tv locali, ma anche di finti giornali di partito,
periodici di “movimenti” inesistenti e di cooperative fasulle. Rimpolpando gli
utili degli azionisti di grandi testate in attivo. Alimentando sottogoverno e
clientele. E consentendo illecite rendite e privilegi mediatici a un esercito
di “amici degli amici”. Di destra, di sinistra e di centro.
Ne La casta dei giornali si ripercorre la storia
ultra-venticinquennale di questa vicenda: dalla legge 416 del 5 agosto 1981 (“Disciplina
delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria”) e dalle prime ragionevoli
motivazioni dell’intervento economico pubblico diretto all’editoria, alla
stratificazione progressiva di privilegi, norme clientelari, codicilli,
trucchi, mediazioni, trattative di corridoio, accordi trasversali, inciuci e vere
e proprie truffe attraverso le quali quell’iniziale intervento si è via via
degradato e gonfiato a dismisura. Sino all’attuale, disperato tentativo – già
fallito dall’ultimo governo Berlusconi e ora ripreso, fra mille, potenti
resistenze trasversali dal governo Prodi – di risanare e ridurre quell’esborso
pubblico.
Lo scandalo è per la straordinaria entità di questa voce dei “costi della
casta”, ma anche sul piano etico e morale perché esso è stato sostanzialmente
nascosto alla pubblica opinione e “trascurato” dai giornali, direttamente
percettori di rendite inconfessabili o comunque “politicamente scorrette”. I
giornali, in questa vicenda, sono venuti meno non solo al sistema di principi
deontologici che ne hanno conformato la funzione storica, sociale e morale, ma
al principio più elementare che solo ne determina, giustifica e consente la
sopravvivenza: dare le notizie.
In definitiva il finanziamento pubblico dei giornali e le particolari
tipologie d’intervento applicate hanno accentuato le caratteristiche di
autoreferenzialità, di separatezza dalla gente e dal mercato, e di subalternità
al potere politico ed economico che hanno storicamente qualificato il nostro
sistema della comunicazione. Sino a farne complessivamente – a esclusione di
poche isole di professionalità e di impegno civile – un pezzo della casta del
potere.
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Da: http://www.ilconsapevole.it/articolo.php?id=8554
LA CASTA DEI
GIORNALI un libro di Beppe Lopez
di Sara
Nicoli
“La storia dei contributi
diretti e indiretti all’editoria è antica, ma da ieri è possibile per la prima
volta andare a spulciare l’elenco dettagliato di chi li riceve e dei relativi
stanziamenti”. Era il 4 gennaio del 2006 e solo due quotidiani italiani
aprivano un ‘operazione trasparenza sul mondo dell’editoria e sui finanziamenti
di Stato ai giornali di partito (ma non solo) destinata, nei mesi
immediatamente successivi, a scoperchiare il vaso di pandora della distorsione
del mercato della carta stampata. Venivano alla luce sovvenzioni a pioggia,
spesso elargite a giornali semiclandestini, attori di un teatrino di inganni ed
imposture a discapito del cittadino contribuente. Circa 700 milioni di euro in un anno che finiscono
in mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti, nelle tasche di
grandi gruppi editoriali così come nelle borse di finti giornali di finti
movimenti e di cooperative fasulle, rimpolpando gli utili degli
azionisti di grandi testate in attivo e alimentando, in questo modo, una sorta
di sottogoverno e di clientele. Una vera e propria rapina di risorse pubbliche,
una distorsione del mercato che, tuttavia, fa anche capire la mortificazione in
cui versa la stampa italiana costretta, per ragioni di pagnotta dei soliti
“amici degli amici”, ad essere grancassa e specchio della “casta” del potere
politico.
Qualche tempo dopo, intorno a marzo 2006, un’inchiesta televisiva di
Report di Raitre, svelerà all’ignaro mondo dei lettori dei quotidiani italiani
l’esistenza di un mondo di giornali poco venduti e omologati tra di loro.
Soprattutto finanziati dallo Stato, dalla casta dei partiti, per mere questioni
di propaganda politica e destinati a tutto tranne che a informare davvero il
cittadino-lettore ed elettore: informazione “embedded” non destinata alle
edicole ma alle scrivanie dei poteri forti del Paese.
Ce lo ricorda Beppe Lopez, cronista di razza e
scrittore, autore di un’inchiesta scomoda, “La casta dei giornali”, che sarà in libreria a
partire dalla prossima settimana per “Stampa Alternativa”. E dove si dà conto,
per la prima volta in modo organico e puntuale, di come l’organizzazione della
“casta” della politica trovi nell’editoria asservita, propagandistica e -
soprattutto - sovvenzionata dai soldi pubblici, il proprio braccio armato.
Titolava, infatti, il Qn il 5 settembre di un anno fa: “
“Nei due giorni
successivi alcuni quotidiani - scrive Lopez nella sua inchiesta - aprendo una
crepa nel muro di reticenza e di complice silenzio eretto e scrupolosamente invalicato
negli anni dalla quasi totalità dei giornali, sviluppava una breve campagna
d’informazione, con un taglio quasi di contro-informazione, sullo scandalo dei
contributi: “160 milioni di euro a editori che si nascondono spesso dietro
fantomatici movimenti politici” e “una legge del 2000 (poi modificata) che
concede prebende a coop fatte ad hoc”. Incipit di uno dei servizi? “Il bello è
che tra loro ci sono alcuni dei campioni del liberismo economico, editori che
da anni chiedono, pretendono la libera impresa rispetto all’antico Stato
assistenziale. E ricordano, giustamente, che il rischio fa parte del gioco.
Gente con le idee chiare e col portafoglio zeppo di milioni di euro, frutto
delle elargizioni”. Conclusioni: “E’ il grosso delle elargizioni che, in tempi
di carestia, andrebbe rivisto. Per dare un segnale al Paese, alla gente che
deve arrivare a fine mese senza contributo pubblico”.
Parole che potrebbero
essere state scritte ieri godendo di una maggiore attualità di allora. Perché
nulla è cambiato. Anzi. Ecco perché Beppe Lopez ha avuto buon gioco nel
rispolverare questo scandalo che non trova giustizia (la casta tende a tutelare
se stessa e i suoi vassalli del quarto potere), stavolta elencando
pedissequamente le elargizioni statali ai giornali di partito, alle finte
cooperative, ai grandi gruppi editoriali, citandoli tutti contributo per
contributo, provvidenza per provvidenza. E
annunciando – senza tema di smentite – che il prossimo, possibile “V-Day”, avrà
come imputati eccellenti proprio “la casta dei giornali”, intimamente legata a
quella politica e quindi non meno colpevole dello sfascio del sistema.
Ma si farebbe un errore a
giudicare il dotto pampleth di Lopez come un’operazione furbesca, dettata
dall’apertura di un mercato di denuncia sull’onda dell’emozione (e
dell’impressione) causata dal forte seguito avuto da Grillo e dalle sue piazze.
Lopez, in realtà, con il libro
denuncia l’assenza di un mercato reale dell’editoria. Che in
quanto sovvenzionata e tutelata, rimane asfittica rispetto alla necessità di
innovarsi guardando anche alle nuove tecnologie come risorse e non come
avversari da contrastare per tutelare il proprio orticello. Oggi la “casta dei
giornali” è solo lo specchio fedele di quella politica, autoreferenziale ed
elitaria, piegata sul mantenimento di interessi di bottega e, dunque, mai
veramente libera, perché il potere si autoalimenta impedendo al mercato di
espandersi.
In ultimo, Lopez fornisce
anche qualche idea su come uscire da questa spirale scandalosa, come quella di
rivedere le attuali norme per favorire, attraverso le sovvenzioni pubbliche, la
nascita di nuovi soggetti editoriali che aprano il mercato a nuove voci,
secondo regole rigide e mai a tempo indeterminato. Ne trarrebbe giovamento la
cultura e, soprattutto, la democrazia. Per ora è proprio questo che la “casta
dei giornali”, su mandato dei padroni e dei padrini, si guarda bene dal fare.
Fonte:
altrenotizie.org 21 ottobre 2007
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da Beppegrillo.it del 1 Febbraio 2008
Il vero Costo della Editoria
Se l'editoria ci costasse solo un miliardo
di euro di finanziamenti all'anno ce ne faremmo una ragione. Ma il costo della
disinformazione ci costa molto di più. L'economia senza informazione libera non
si sviluppa. Genera mostri come Tanzi, Cragnotti, Fiorani e Consorte. Produce
milioni di cittadini derubati. La Parmalat insegna, tutti sapevano, nessuno lo
scriveva. Senza informazione libera non c'è mercato e neppure protezione per i
consumatori.
"Quanto costa complessivamente agli italiani il sistema di provvidenze
accumulatosi nel tempo a favore, diciamo così, dell’editoria?
Considerata la molteplicità delle normative stratificatesi nel tempo, con
emendamenti, sub-emendamenti, sovrapposizioni e integrazioni, mediante il
ricorso a differenti strumenti legislativo-finanziari; rilevata l’evidente
indeterminatezza delle numerosissime e non sempre inequivocabili tipologie di
contributi e rimborsi; tenuto conto della pluralità delle fonti decisionali e
di spesa; constatato infine l’intreccio dei tempi applicativi (o anche di
sospensione) di ogni singola tipologia di contributo, è oggettivamente
problematico, se non impossibile, acquisire e dare una cifra esatta e incontestabile
delle pubbliche sovvenzioni per l’editoria.
Provando a prendere come riferimento i contributi per il 2005, si potrebbero
quantificare quelli della Presidenza del Consiglio per la sola carta stampata –
articolati su sette voci (contributi diretti, credito d’imposta per la carta,
agevolazioni postali, credito agevolato per gli investimenti, credito d’imposta
per investimenti, fondo mobilità e rimborsi per teletrasmissione) –
complessivamente in 600 milioni circa. Ad essi vanno aggiunte le provvidenze
per radio e televisioni locali (radio di organi politici, rimborso per il costo
delle agenzie, agevolazioni elettriche e satellitari) e del ministero delle
Telecomunicazioni (contributi radio e TV tramite i Comitati regionali per la
comunicazione, contributi per il digitale, integrazioni telefoniche e
satellitari per giornali e radio e TV), calcolabili in 180 milioni.
Ma non abbiamo ancora considerato i circa 120 milioni delle “convenzioni” con
la RAI e le agenzie di stampa. Né considerato altre spesucce come i 10 milioni
per le “dirette parlamentari” di Radio Radicale.
Ci sarebbero poi da conteggiare, per una corretta quantificazione dell’intero
esborso pubblico in favore dell’editoria, le convenzioni firmate dai vari
Ministeri con agenzie e organi d’informazione, gli interventi a loro favore di
Regioni ed enti, ecc. L'esborso complessivo dello Stato italiano a favore della
Casta dell’editoria – compresi i peones della comunicazione e poche decine di
piccole e medie testate e imprese, in essa cooptate o ad essa assimilate, che
cercano di fare dignitosamente informazione – tende a toccare il tetto dei
mille milioni di euro." Beppe Lopez, La Casta dei giornali, ed. Nuovi
Equilibri/Stampa Alternativa
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Da: http://www.stampalternativa.it/wordpress/2007/10/17/la-casta-dei-giornali-i-contributi-alla-stampa/
Il libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.
Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.
Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.
Come avviene questo finanziamento?
La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”:
agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della
carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche,
ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con
molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno
a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il
Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10…
È vero che
Sono molti i giornali liberisti o comunque molto severi sui “costi della
politica” e sull’assistenzialismo pubblico – dal Corriere della Sera a
ItaliaOggi, dal Sole-24 Ore al Riformista, dal Foglio a
Dal 2004, però, questo trucco è stato neutralizzato. A parole. Nei fatti,
Ha un nome e un numero la legge che consente questo genere di finanziamenti?
Le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative.
Questi contributi pubblici sono compatibili con la normativa europea, che vieta gli aiuti di Stato?
Non sono un esperto di diritto europeo. Credo che effettivamente il sistema delle provvidenze per l’editoria presenti profili di illegittimità per quello che riguarda l’intervento dello Stato nel mercato e, in particolare, per le regole e i principi della libera concorrenza. L’intervento pubblico nel campo dell’informazione – nelle proporzioni e con le modalità acquisite in Italia – costituisce un caso clamoroso di dilapidazione delle risorse pubbliche, di distorsione del mercato e di manipolazione della circolazione delle idee e della vita politica e democratica. Confesso che mi chiedo ancora come, dall’Europa, non sia mai arrivato alcun richiamo o sanzione al nostro paese.
Il modello dell’intervento pubblico all’editoria ha avuto origine nel ventennio fascista ed è sopravissuto in epoca repubblica. Perché?
In effetti, il modello si è evoluto - praticamente senza soluzione di continuità - più sul piano quantitativo che su quello qualitativo. In origine, si trattava di corrompere e di reclutare, in via del tutto riservata, singoli giornalisti e testate. Poi si è cominciato con il contributo ufficiale e “a pioggia” per la carta.
Infine, diciamo negli ultimi venticinque anni, si è dato vita ad un accumulo progressivo di norme mirate su aspettative e favori specifici (riservati agli “amici degli amici”), ma diventate inevitabilmente per tutti, a pioggia. E più norme ad personam si confezionavano, più la platea dei profittatori – anche non previsti – si ampliava. Sino a raggiungere le attuali, mostruose dimensioni, per tacere delle modalità per molti aspetti addirittura truffaldine.
Numerosi editori utilizzano il cosiddetto “panino”, ovvero paghi un giornale per acquistarne due. È un’iniziativa promozionale oppure c’è qualche altro motivo?
Se è per questo, è sempre più diffusa anche la “promozione” attraverso la
distribuzione gratuita dei giornali. Li trovi sempre più spesso: in aereo,
negli alberghi, nelle sale d’aspetto, nelle banche, persino per strada. Si
tratta di iniziative molto sfaccettate alle quali concorrono, a seconda dei
casi e in diversa misura, vari fattori. Ragioni autenticamente promozionali e
la ricerca di un aumento, anche fittizio, di diffusione da far valere sul
mercato pubblicitario valgono soprattutto per i grandi giornali. Ma una delle
ricadute più sciagurate delle provvidenze per l’editoria, specie a livello di
piccole testate (e di testate-fantasma), è proprio questa: più stampi e più
contributi prendi. Un caso ormai proverbiale è quello di Europa, organo della
Una stampa, un’editoria, tenute al cappio, attraverso i soldi pubblici, dal potere politico quanto possono essere indipendenti e liberi?
Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.
Come un cittadino può sapere a chi sono erogati i contributi all’editoria?
Basta collegarsi, su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
Nei paesi maggiormente industrializzati esiste un sistema analogo?
Mi risulta che esistano pratiche analoghe, ma non con le nostre modalità (accentuatamente assistenziali, clientelari e truffaldine) e non nelle nostre dimensioni economiche. Inevitabilmente, anche su questo terreno – come complessivamente per i “costi della politica” – l’Italia è un paese, diciamo così, anomalo.
L’aiuto statale non è una garanzia alla libertà di stampa, nel senso di consentire a tutti di poter esprimere le proprie idee?
Indubbiamente, la libertà di mercato è una strana libertà che va tutelata con interventi animati da interessi pubblici. Questo vale anche e soprattutto nell’informazione e nella comunicazione – settori produttivi democraticamente molto sensibili - investiti negli ultimi decenni da una forte tendenza alla concentrazione (anche pubblicitaria) e all’omologazione, Perciò vanno incoraggiate e incentivate le nuove iniziative, l’innovazione, la concorrenza, le cooperative, l’informazione locale e indipendente. In questi settori promuovere al massimo il ventaglio dell’offerta merceologica significa promuovere il pluralismo e quindi la democrazia.
Ma, come peraltro negli altri settori produttivi e merceologici, non bisogna esagerare e seguire alcune modalità anziché altre. Si dovrebbe, ad esempio, favorire (con contributi e agevolazioni) la nascita di nuovi giornali e poi, dopo un certo periodo, consentire che vadano avanti con le proprie gambe. Le attuali provvidenze, al contrario, arrivano solo a giornali pubblicati da almeno cinque anni e poi, di fatto, non vengono più tolte. E agevolano la potenza e prepotenza dei grandi gruppi editoriali, che stanno letteralmente desertificando l’area dell’editoria regionale, minore e indipendente.
Gli editori italiani non sono quasi mai editori puri, ma hanno interessi in altre attività. Come fanno i giornalisti a difendere l’informazione da questi interessi?
Bella domanda! La tutela dell’indipendenza dell’informazione può essere perseguita, in teoria, a tre livelli: le condizioni materiali di indipendenza e autonomia della professione (e delle aziende); una forte e non corporativa organizzazione sindacale; l’onestà intellettuale, il coraggio e le capacità professionali del singolo giornalista. Il fatto che, salvo pochi esempi che si contano sulla punta delle dita di una sola mano, in Italia non esistano editori puri di giornali – o meglio, che non siano mai esistiti – ha avuto e ha conseguenze strutturali devastanti su tutti e tre i livelli.
In Italia non esiste un vero e proprio mercato dell’informazione: perciò non esistono editori puri e non esiste una cultura professionale “di mercato”. Bisogna chiedersi, prima ancora di come possano fare i giornalisti a difendersi dagli interessi extra-editoriali degli editori, cosa si debba fare per avviare da qualche parte un meccanismo virtuoso che introduca pur progressivamente una vera logica di mercato e di pluralismo nel nostro settore. E qui l’intervista potrebbe ricominciare.
(Questa intervista è stata pubblicata su Virgilio Notizie il 15 ottobre scorso.)
La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è
stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici di Beppe
Lopez
Collana Eretica
208 pagine
ISBN 978-88-6222-001-9
Il libro viene pubblicato in collaborazione con Eri-Rai
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