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La rivoluzione nemmeno un cannone però tuonerà...
“La rivoluzione, nemmeno un cannone però tuonerà...” è il testo di una ormai vecchia canzone degli anni ’60 del secolo scorso. Ora, per chiunque abbia la capacità di gettare uno sguardo un minimo disincantato sui libri di storia e sulla nostra quotidianità, appare evidente che le possibilità di uscire dal degrado politico e sociale nel quale è finita l’Italia, evitando il passaggio attraverso eventi più o meno cruenti, siano invece ormai ridotte al lumicino. Siccome siamo però troppo pacifici, o non abbastanza coraggiosi od incoscienti, per auspicare eventi del genere (ma da un certo punto di non ritorno in poi la storia procede purtroppo incurante delle volontà dei singoli e della collettività), ci corre comunque l’obbligo di proporre alcuni provvedimenti che, forse in una visone onirica della realtà, a nostro avviso potrebbero fare uscire il paese dal disastro, senza il ricorso al tuono dei cannoni o loro succedanei. Prima però una piccola premessa: lo sfascio del paese non è solo un problema politico. Il degrado della politica è solo il punto terminale di un fallimento generazionale, ossia delle attuali sedicenti classi dirigenti, che sono state psicologicamente allevate nel brodo di coltura e cultura dell’astrattismo dal punto di vista delle idee e dell’irresponsabilità dal punto di vista delle azioni. Non è questa la sede per puntualizzare i punti, le virgole e i punti e virgola su questa disastrosa situazione, ma di questo fatto dobbiamo iniziare a prendere coscienza, se vogliamo avere ancora qualche speranza di riuscire ad imbroccare una via d’uscita senza passare dalle porte che conducono a tumultuosi eventi. In breve i provvedimenti per risanare, o almeno riportare ad un livello minimo di decenza, la politica italiana sono, a nostro sommesso avviso (e l’elenco non pretende di essere esaustivo): 1. cariche elettive ripartite sul numero degli aventi diritto al voto e non sui voti validi in tutte le assemblee politiche (dai consigli di circoscrizione al parlamento); 2. azzeramento, con effetto retroattivo, di tutte i “diritti” alle prebende post-carica, in denaro e natura, cumulate dai politici, a tutti i livelli (dai consiglieri comunali al presidente della repubblica), nella storia dell’Italia repubblicana (speriamo, ma non siamo pronti a giurarci, che quelli precedenti siano già andati tutti in cavalleria), a testimonianza della necessità di rottura di ogni soluzione di continuità con il precedente sistema; 3. aggancio dello stipendio dei parlamentari alla media delle retribuzioni dei dirigenti d’azienda dell’industria e trattamento previdenziale equiparato a quello dei lavoratori dipendenti (versamento dei contributi INPS senza nessuna ulteriore indennità di carica e post-carica sia in denaro che in natura), e di lì a scalare per tutte le cariche politiche nelle altre assemblee elettive regionali, provinciali e comunali. Questo per sottrarre le retribuzioni dei politici a meccanismi di casta autoreferenziali e riportarle nell’ambito della realtà economica e produttiva del paese; 4. età minima per l’elettorato passivo alla carica di parlamentare di 40 anni, massima 65 anni; abolizione della figura dei “senatori a vita”; limite di tre mandati consecutivi indipendentemente dalla durata della legislatura. Mentre i punti 2 e 3 sono, come direbbero gli inglesi, self-explanatory, per l’1 ed il 4 occorre qualche ulteriore precisazione. Per quanto riguarda il punto 1, le regole elettorali vigenti prevedono che i seggi delle assemblee elettive si spartiscono sui voti validi e non sul totale dei votanti. Introducendo la regola secondo la quale i posti assegnati saranno decurtati nella stessa misura percentuale dei non votanti e delle schede nulle e bianche, le sedie vuote (e gli stipendi politici risparmiati), oltre a documentare in maniera tangibile la proporzione di coloro che non hanno piacere di dare il loro appoggio a nessuna delle forze politiche in campo (con una riduzione di potere più marcata per le forze politiche maggiormente colpite dall’allontanamento dei propri sostenitori), saranno la giusta punizione per l’inettitudine e l'inaffidabilità della classe politica nel suo complesso. Con riferimento all’innalzamento dell’età minima per l’elettorato passivo alla carica di parlamentare, la proposta nasce dalla constatazione di come si siano sedimentate in Italia intere generazioni di politici che, dall’età dei pantaloni corti alla tomba, non hanno fatto altro che campare di politica. Il fatto che ogni tanto vengano finalmente seppelliti personaggi che hanno stabilmente soggiornato in parlamento per 40 o 50 anni è diventato ormai insopportabile per la sensibilità delle gente comune che tira a campare, quando gli riesce, unicamente contando sul proprio lavoro. Chiusi nel loro limbo politico e partitico fatto di addetti ai lavori, grazie alla legge ferrea delle oligarchie, questi personaggi finiscono per sviluppare interiormente quel sentimento di interesse di casta che li rende, nel loro insieme, un corpo estraneo rispetto al resto della società, una classe di mantenuti che opera continuamente, nella migliore delle ipotesi, con il retropensiero del suo interesse particolare, inevitabilmente in rotta di collisione con quello delle classi produttrici che, con le loro tasse (che uno stagionato bamboccione altolocato ha avuto il coraggio di definire “bellissime”), coattivamente foraggiano gli stipendi politici dei loro inamovibili vessatori. Non deve quindi stupire il fatto che la maggior parte dei politici di lungo corso finiscano così per diventare degli autentici psicopatici, completamente avulsi da quella realtà che dovrebbero governare, e se qualcuno pensa che questa affermazione sia un po’ troppo forte, provi a guardarsi intorno ed inizi a chiedersi come è possibile che siamo finiti così in basso. E’ pur vero che, al di fuori dell’elettorato passivo per le cariche parlamentari, restano a disposizione per gli arrampicatori politici numerose ben remunerate cadreghe negli enti locali, ma con l’innalzamento dell’età minima per i parlamentari sarebbero almeno costretti a passare per la cosiddetta “gavetta”, prima di insediarsi nei lontani e dorati scranni romani. E nelle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, è molto più facile essere riportati alla realtà dagli elettori inferociti, come ben sanno i sindaci e gli assessori che si sono ritrovati con i municipi pieni di cittadini sul piede di guerra per gli abusi perpetrati a loro danno con le telecamere semaforiche o una disorganizzata raccolta rifiuti. Inoltre, rispetto al difficilmente scalabile livello nazionale, i sistemi elettorali degli enti locali sono ancora relativamente accessibili per le liste civiche e i piccoli movimenti politici, per cui si presume che la selezione degli eletti per i livelli di rappresentanza maggiormente legati al territorio siano sottoposti ad una maggiore salutare dose di “darwinismo democratico”. Resta il problema delle facce da leader dei soliti noti e delle loro coorti già in corso d’opera, che da lustri saltellano da un salotto televisivo all’altro nel sempre più improbo compito di imbonire il popolo: per questi rimando alle considerazioni espresse all’inizio del pezzo, ossia che lo spazio per un sovvertimento democratico dello “status quo” sia ormai ridotto ai minimi termini, complice una legge elettorale nazionale di stampo marcatamente fascista, che nessuna forza politica intende realmente cambiare, in attesa del definitivo “golpe bianco” che potrebbe scaturire dall’eventuale successo del probabile prossimo referendum (ovviamente presentato come il grimaldello per riportare la sovranità nazionale in mano ai Cittadini mediante il tanto decantato bipolarismo). In questa scomoda posizione possiamo solamente riporre le nostre residue speranze nel fatto che, nel buio della notte, anche una piccola luce si vede da lontano, e che gli italiani riescano, ancora una volta, a trovare il modo per “passare la nottata” senza perdere il prezioso dono della convivenza pacifica.
Gasparello Maurizio Consigliere Comunale No Euro |
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