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La ricreazione è finita
di Carlo Bertani - 09/06/2009
Fonte:
Carlo Bertani [scheda fonte]
"Noi siamo tanti, siam qua, già la chiamiamo papà
di quei papà che non si conoscono."
Roberto Vecchioni, Signor giudice, dall’album Robinson, come
salvarsi la vita, 1979.
Gentile signora Marcegaglia,
anzitutto ci scusiamo, per non averla nominata amministratrice, dottoressa,
avvocatessa, presidentessa o madre badessa: ancora riteniamo che l’appellativo
“signora”, quando viene riferito ad una donna, contenga già in sé rispetto ed
ammirazione. Dovrebbe essere la stessa cosa anche per gli uomini ma i maschietti
– mi creda – sono degli inguaribili narcisi: forse per mascherare il timore
d’essere “minus” in luoghi assai misteriosi, allungano a discrezione il cognome,
aggiungendo titoli su titoli.
Ci scusiamo anche per l’incipit, che è riferito all’universo maschile, ma
confidiamo nella sua intelligenza che saprà sostituire “papà” con “mammà”.
Ma veniamo a noi.
Ci siamo decisi a scriverle perché crediamo che lei soffra un poco di
solitudine, almeno così ci pare dalle sue ultime dichiarazioni.
“La ricreazione è finita” è stato il suo appello alle forze politiche.
Ci rendiamo conto dell’importanza della classe politica, però riteniamo che –
prima di rivolgersi alle “stelle” – sarebbe meglio fare una capatine nelle
“stalle”, per sincerarsi delle condizioni di cavalli e muli. Questa era, almeno
un tempo, l’abitudine della vecchia imprenditoria, più attenta alle condizioni
generali del Paese piuttosto che a quelle dell’Olimpo che dovrebbe governarlo.
Se il tempo le è stretto, provi almeno ad avvicinarsi alla finestra, lassù,
all’ennesimo piano del grattacielo nel quale certamente si trova il suo ufficio.
Provi, se non soffre di vertigini, a guardare in basso, in strada. Cosa vede?
Minuscole formiche che passeggiano, arrancano, s’affrettano, sostano…
Siamo noi, i destinatari di tanto clamore: le minuscole formichine che
s’adoperano, ogni giorno, per far funzionare le cose. Come possono, come ci
riescono, come sanno fare.
Provi ad immaginare quale eco hanno riscosso le sue parole quaggiù, nel
formicaio: “La ricreazione è finita”. Tutti si sono chiesti: “Ma era iniziata?”
Le nostre condizioni di formiche-operaie sono presto dette: riesce ad immaginare
come si vive con una pensione minima di 512 euro il mese? Sono milioni di
vecchietti e vecchiette – gente che ha attraversato la guerra e la fame – che si
ritrovano a vagare nei mercati rionali, intorno all’ora di chiusura, per
spuntare il miglior prezzo di pomodori e insalata. Il passo seguente porta
dritto dritto a rovistare nel cassonetto, altro che le “social-card”.
Noi, saccenti del III Millennio, consegniamo alla miseria proprio le persone che
ricostruirono porti e ferrovie, strade e case distrutte dalla guerra. Perché
hanno solo pensioni minime?
Glielo spiego in due parole: perché, all’epoca, il lavoro nero era prevalente,
poiché tanti furono fregati da imprenditori che non pagavano loro i contributi,
oppure furono vittime di fallimenti che fecero loro perdere le liquidazioni e le
“marchette” per la pensione.
Se ancora non bastava – per quelli che avevano conservato qualche risparmio – ci
hanno pensato alcuni banditi in doppiopetto – mi spiace doverglielo ricordare,
ma fanno proprio parte della categoria degli imprenditori – che rispondono ai
nomi di Tanzi e di Cragnotti (per citare solo i più noti). Questi signori, pur
di rapinare loro quei soldi, hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto: fino a
falsificare certificati di credito di banche americane con uno scanner. Sappiamo
che la giustizia sarà inflessibile con questi signori (!), ma il danno per quei
poveracci c’è oggi, mica quando la giustizia (!) intimerà loro di restituire il
maltolto (!).
Nell’attesa della Giustizia (maiuscolo), cerca nel cassonetto.
Prima di questi veri e propri banditi, altri avevano pensato a ridurre a zero
l’elettronica (De Benedetti, Olivetti) e la chimica (Gardini, Enimont), mentre
altri ingoiavano il patrimonio statale (cioè di noi tutti) come Telecom e la
Società Autostrade. Tutte aziende che potevano rendere bene, acquistate per un
pezzo di pane: perché non avete acquistato anche le Ferrovie? Ah già…quelle
devono mantenere un minimo d’utilità sociale, e non rendono abbastanza…
Mentre sovvenzionavamo FIAT, al punto che oggi ne potremmo avere almeno una
decina – tutte pubbliche – voi cercavate con ogni mezzo di privatizzare
l’azienda italiana che, da anni, inanella successi dopo successi, tecnologici ed
economici. Vorreste prendere anche Italcantieri, farne un bello “spezzatino” e
dividervelo fra i soliti noti – lo abbiamo imparato – e sappiamo anche che,
prima o poi, ci riuscirete.
Già che ci sta osservando dalla finestra, provi ad immaginare d’incrociare i
nostri sguardi qui, in basso: questo, è ciò che pensano gli italiani della loro
classe imprenditoriale. Praticamente, gente che guarda allo Stato come un bene
privato da spolpare, ed alle formichine che lavorano come a rinnovelli schiavi.
Se lei prova disgusto per noi, mi creda, il sentimento è reciproco.
Siccome non ci ritiene interlocutori attendibili, lei si rivolge alla classe
politica, in primis al Governo, ritenendolo espressione coerente del Paese. Ci
faccia il piacere.
Anzitutto, vediamo di fare chiarezza sui risultati elettorali.
Secondo i dati[1],
ha votato il 66,5% degli italiani, vale a dire i due terzi.
Va per la maggiore che i partiti, prendiamo il PdL, abbiano conquistato le
percentuali comunicate fra tutti gli italiani, ovvero 35 italiani su 100 abbiano
votato per Berlusconi. In realtà, ha votato per Berlusconi solo il 35% del 66%,
vale a dire pressappoco 23 italiani su 100.
Questi, sono i risultati “corretti” tenendo conto dei voti reali, ogni 100
abitanti[2]:
PdL: 24 su 100.
PD: 17 su 100.
Lega Nord: 7 su 100
IDV: 5 su 100
UDC: 4 su 100.
57 italiani su 100 sono – in qualche modo, tutto poi da verificare –
rappresentati. Fine. In particolare, sono soltanto 30 italiani su 100, circa,
che determinano i destini del Paese e, come avevo già indicato nei miei
precedenti articoli[3],
sono la parte più ricca e benestante del Paese.
E gli altri 43?
Per effetto della legge elettorale, 9 italiani circa su 100 non avranno diritto
d’essere rappresentati, mentre gli altri 34 sono quelli che non hanno
partecipato al voto. Praticamente, un partito di maggioranza relativa.
Quando, in un Paese, 43 abitanti su 100 non hanno rappresentanza democratica, la
democrazia è praticamente defunta. E’ solo più oligarchia.
Qualcuno, più “furbetto”, affermerà che le elezioni europee sono poco
sentite…che l’astensione è stata alta in tutta Europa…
Rifletta che le elezioni amministrative sono quelle che registrano, in genere, i
più alti dati d’affluenza, e che questa tornata non ha certo brillato per
assiduità al voto.
Il quadro che si ricava è quello di un Paese stanco, nel quale il 100% della
rappresentanza politica sposa totalmente l’assioma imperante, quello della
globalizzazione über alles, della salvaguardia, in primis, del sistema
bancario, costi quel che costi, sangue e lacrime compresi per i paria. Ossia per
noi, le formichine giù in basso.
Il 90% della rappresentanza parlamentare è favorevole al nucleare (non abbiamo
registrato, da parte del PD, prese di posizione in senso chiaramente
antinucleare), mentre fra la popolazione il rapporto s’inverte[4],
47 a 38, ma dei 38 favorevoli solo 30 sarebbero disposti ad accettare una
centrale sul loro territorio. I soliti 30.
Se il paese reale non coincide più con quello politico, questa “fine della
ricreazione”, a chi era diretta?
Era diretta ad un governo che è espressione di 30 italiani su 100, che ha
costruito una legge elettorale a sua misura per rendersi invincibile, che ha
messo il tappo alla Magistratura con il Lodo Alfano, che da quindici anni non
rispetta gli standard minimi di confronto democratico nell’informazione. Non è
certamente Fascismo, ma qualcosa che inizia ad assomigliargli senza avere, per
contrappeso, la parte “sociale” del Fascismo.
Il fatto che in un Paese europeo – non nel Bingo Bongo – il Presidente del
Consiglio controlli praticamente tutto l’etere televisivo non è un’anomalia:
all’estero, la raccontano come una barzelletta.
E lei, persona che dovrebbe rappresentare il fervore dell’imprenditoria…si
rivolge a questi? Ma cosa s’aspetta?
Lo sappiamo, perché lo ha specificato.
A dire il vero, era stata preceduta di qualche giorno – accidenti, le ha
soffiato la primogenitura… – da Mario Draghi, che aveva praticamente cantato la
stessa canzone: perché, al prossimo Festival di Sanremo, non ci fate ascoltare
un bel duetto?
La “cantata” è parsa scorrere senza suscitare onde anomale, ma soltanto perché è
la medesima da vent’anni.
Gli assiomi sono due, e sono sempre gli stessi: lavoro e previdenza.
Tradotto per le formichine, significa che – passata la buriana elettorale –
bisognerà rimettere mano ai conti e, siccome quei 30 ricchi che comandano non
vorranno scucire manco un centesimo (sono loro a reggere il governo!), bisognerà
farla pagare agli altri, soprattutto alle formichine.
Se il lavoro non è ancora abbastanza “flessibile”, bisognerà meditare d’infilare
ai giovani una molla nel deretano, cosicché siano pronti a piegarsi all’istante,
on-demand.
Siccome pagare dei contributi almeno decenti per questi ragazzi costerebbe
troppo alle di lei casse, vi siete inventati un sistema di previdenza che
mantiene al lavoro i vecchietti (oh, ogni tanto qualcuno crepa pure!) e per i
giovani, per i giovani…beh, ci penseremo quando saranno vecchi! I cassonetti
della verdura marcia esisteranno sempre.
Quello che non vi rendete conto è che questo sistema, prima o dopo, non
travolgerà soltanto le formichine – che oggi sono quelle che più pagano le
vostre sciagure – ma, piano piano, inizierà ad erodere anche i vostri
grattacieli, iniziando dai piani bassi, per poi…
Nessuno di voi si rende conto, mentre blatera come dei mantra senza senso le
stupide ricette della globalizzazione e del “mercato”, che quel “mercato” regge
fin quando le formichine hanno qualcosa da comprare: i segnali, a ben vedere, ci
sono già oggi, ben visibili. Produzione industriale a picco, conti statali allo
sfascio, occupazione sotto terra, stato sociale vaporizzato: eppure, continuate
sulla strada che ci ha condotti a questo disastro. Ogni tanto, come
“ricreazione”, ci presentate pure il giochetto elettorale, un po’ di suspense e
di adrenalina per sapere se chi doveva vincere ha vinto abbastanza, e se chi
doveva perdere ha perso meno del previsto. Sinceramente, troviamo più avvincente
il campionato di calcio, seppur truccato.
Se, invece, volessimo esser seri, dovremmo allontanarci un poco da questo
bailamme di frivolezze da Bagaglino della classe politica e da quello di cose “serissime”,
dense come palloncini d’aria, che ci raccontate, in coro, da Confindustria a
Bankitalia.
La Storia racconta invece che, quando una nazione sta correndo pericolosamente
giù per la china, verso il disastro, e non s’avvede in tempo ch’è ora di
cambiare mantra e di provare altre strade, le prime a saltare sono proprio le
regole del gioco. Rifletta: così è sempre stato, almeno dalla caduta di Roma in
poi.
E, se saltano le regole del gioco, i primi a saltare sono i grandi burattinai
che reggono i fili – politici, banchieri ed imprenditori – perché, non
dimentichi, che anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano.
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