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Fonte:
http://www.aspoitalia.it/component/content/article/2-documenti/118-scherzare-col-fuoco-mito-e-realtelle-nanopatologie-da-inceneritori
Pubblico molto volentieri questo splendido articolo sugli
inceneritori: spero che, prima o poi, lo legga anche un professore di matematica
del Politecnico di Torino di mia conoscenza, e che magari lo leggano anche
alcuni suoi colleghi di Ingegneria, nella speranza che, dopo, tutti insieme si
vergognino almeno un po' di far parte della lobby degli inceneritori.
Maurizio Gasparello
Economista improvvisato
16 dicembre 2008
Tags:
Inceneritore |
Inquinamento |
Nanopatologia |
Rifiuti
| Scritto da Ugo Bardi |
| Venerdì 08 Settembre 2006 09:37 |
Dipartimento di Chimica – Università di Firenze
Polo Scientifico di Sesto Fiorentino
50019 Sesto Fiorentino (Fi), Italia.
Queste note esaminano le origini e le
ragioni del recente dibattito sull’opportunità di costruire nuovi
inceneritori in Italia, originato in parte dalla campagna del ricercatore
modenese Stefano Montanari sul soggetto delle “nanopatologie”. Dati
recenti derivati da studi scientifici riportati sulla letteratura
internazionale indicano che le nanopolveri emesse da processi di
combustione ad alta temperatura potrebbero essere molto più dannose di
quanto non si ritenesse fino a non molto tempo fa. In particolare, le
norme attuali non sarebbero adeguate per tener conto dei danni che
causano. Per quanto riguarda gli inceneritori, anche se non siamo in grado
per ora di quantificare l’entità del rischio, è noto che i filtri attuali
non sono in grado di bloccare completamente le emissioni di polveri molto
fini. In ogni caso, il concetto stesso di incenerimento dei rifiuti
potrebbe essere reso rapidamente obsoleto da una serie di fattori che
includono, oltre ai danni dovuti alle nanopolveri, la necessità di ridurre
le emissioni di gas-serra per contrastare il riscaldamento globale e la
nuova realtà emergente di difficoltà di approvvigionamento delle materie
prime.
Guardate cosa c’è scritto sui pacchetti delle sigarette: “Il Fumo Uccide”
o altre frasi altrettanto minacciose, ben chiare in caratteri cubitali.
Per la verità, non ci sarebbe nemmeno bisogno di scrivere queste cose
perché lo sappiamo tutti che fumare fa male: il fumo uccide quasi
centomila italiani all’anno. Però, frasi minacciose o no, moltissimi di
noi non riescono a smettere.
Guardate ora l’immagine di un inceneritore; con le sue ciminiere svettanti
verso il cielo. Non vi sembrano delle grandi sigarettone? Non c’è scritto
sotto la fotografia dell’inceneritore che il fumo delle ciminiere ammazza
la gente, ma è probabile che non ne venga fuori proprio aria pura di alta
montagna. Se non fosse per questo, nessuno si sarebbe preso la briga di
coniare il curioso termine di “termovalorizzatore” per definire un
aggeggio il cui scopo principale non è certamente di termovalorizzare.
Il rapporto conflittuale che abbiamo con gli inceneritori somiglia molto a
quello che abbiamo con le sigarette. In entrambi i casi abbiamo qualcosa
che percepiamo come dannoso ma del quale non riusciamo a liberarci; Ci
piace, apparentemente, scherzare col fuoco; tutto quello che brucia ci
affascina. Nel caso delle sigarette, i danni alla salute non sono soltanto
percepiti, sono accertati. Nel caso degli inceneritori, c’è un dibattito
in corso sull’entità dei rischi e se li si possano giudicare accettabili o
no nel quadro generale dell’inquinamento atmosferico.
La vecchia generazione di inceneritori era, effettivamente, pericolosa per
la salute, soprattutto per le emissioni di quei composti chiamati
“diossine”. Ma, negli ultimi anni, gli inceneritori erano stati molto
migliorati, abbattendo quasi completamente le emissioni di diossine.
L’aggiunta dei sistemi di recupero del calore era un ulteriore
miglioramento e, di conseguenza, l’installazione di nuovi inceneritori era
programmata in diverse regioni in Italia. Tuttavia, il giudizio sugli
inceneritori dell’ultima generazione potrebbe dover cambiare sulla base di
una serie di studi recenti sui danni alla salute dovuti alle emissioni di
polveri ultrasottili (“nanopolveri”).
Che le polveri sottili, ovvero di diametro inferiore ai 10 millesimi di
millimetro (PM10), fossero dannose, è noto da lungo tempo. Tuttavia, le
norme esistenti si limitavano a stabilire dei limiti alla quantità emessa
al di sotto di queste dimensioni. Viceversa, gli ultimi dati indicano che
particelle molto piccole (“ultrafini” o “ultrasottili”) ovvero di
dimensioni inferiori ai 2.5 millesimi (PM2.5) o anche più piccole,
potrebbero essere molto più dannose per la salute di quanto non si
ritenesse fino a poco tempo fa. In altre parole, non basta dare dei limiti
al peso totale delle particelle emesse, ma bisogna limitarne il
numero. La consapevolezza della
gravità del problema sta soltanto oggi cominciando a diffondersi. In
Italia, il dibattito ha avuto origine in gran parte dal lavoro di due
ricercatori modenesi: Antonietta Gatti e suo marito, Stefano Montanari.
La storia comincia nel 1997, quando Antonietta Gatti, docente presso
l’Università di Modena, riceve una telefonata da un collega che ha un
problema. Il collega racconta che un suo paziente ha sviluppato dei
granulomi molto gravi al fegato e ai reni e non si riesce a capirne le
ragioni. Per trovare una risposta, Gatti usa un microscopio elettronico
dell’ultima generazione per andare a esaminare direttamente i tessuti
danneggiati del paziente. I risultati sono sorprendenti: il microscopio
mostra che il fegato del paziente contiene particelle di silicato di
alluminio; la comune porcellana. Si riesce anche a scoprire da dove sono
venute: il paziente si è letteralmente mangiato il suo impianto dentale
mal realizzato, i cui detriti sono finiti nel suo fegato e nei suoi reni.
Intorno a questi detriti si è formata un’infiammazione e da questa i
granulomi. E’ una scoperta inaspettata che queste particelle, fatte di un
materiale in teoria innocuo, abbiano avuto questi effetti devastanti.
Questa prima scoperta viene pubblicata da Antonietta Gatti e dai suoi
collaboratori nella rivista “Gastroenterology.
Da li’, nasce tutto un nuovo filone di ricerca nel quale Antonietta Gatti
coinvolge suo marito, Stefano Montanari, laureato in farmacia e consulente
scientifico. Insieme, nel 2001 fondano l’istituto di ricerca
“Nanodiagnostics.”
Il microscopio elettronico esamina gli organi infiammati dei pazienti e
mostra particelle di ogni tipo che appaiono come macchie brillanti sullo
sfondo grigio dei tessuti. La dimensione delle particelle varia a seconda
dei casi. Certe volte si tratta di particelle relativamente grosse, ma
sempre dell'ordine del millesimo di millimetro. In altri casi si vedono
particelle molto più piccole; di dimensioni dell'ordine dei milionesimi di
millimetro ("nanoparticelle"). Queste particelle estremamente fini
riescono a penetrare la membrana cellulare e, certe volte, addirittura a
installarsi nel nucleo della cellula. Non si sa con certezza che danni
possano fare in queste zone, ma è possibile che possano danneggiare il
materiale genetico cellulare, il DNA.
La capacità di analisi del microscopio mostra che queste particelle sono
spesso il risultato di processi industriali; si trovano metalli, ferro,
cobalto, piombo, rame e molti altri, come pure zolfo, cloro fosforo ed
altri elementi. Si trovano queste particelle anche su sostanze alimentari
in commercio. E' difficile provare che queste particelle provengano da
inceneritori, ma si può sospettare che in un certo numero di casi questa
sia la loro origine.
Il successo più importante del lavoro di Montanari e Gatti è probabilmente
il contributo alla studio del mistero della “sindrome dei Balcani”,
termine con il quale si indicano una serie di sintomi diffusi fra i
veterani delle recenti guerre. C’era chi aveva attribuito le malattie dei
veterani alla radioattività o alla tossicità chimica dell’uranio
impoverito utilizzato per i proiettili da parte delle forze NATO. Ma Gatti
e Montanari dimostrano non c’è traccia di uranio nel corpo dei pazienti.
Invece, nei tessuti danneggiati dei soldati malati si trovano in molti
casi nanoparticelle derivate delle strutture colpite. L'uranio si usa come
proiettile perché è piroforico e porta i bersagli che colpisce ad oltre
3000 gradi, facendoli evaporare in parte. I soldati avevano letteralmente
respirato quello che avevano distrutto ed era questa la causa principale
delle loro malattie. E’ un’illustrazione moderna dell’antico concetto
evangelico che “chi di spada ferisce, di spada perisce”.
I risultati di Montanari e Gatti sono all’avanguardia ma non certamente
isolati nel panorama della letteratura scientifica internazionale, dove
una serie di studi si stanno accumulando sulla pericolosità delle
nanopolveri (vedi bibliografia). La Commissione Europea ha stimato
recentemente che in tutta Europa almeno 350.000 decessi all’anno sono
causati da polveri ultrafini (Thematic Strategy on Air Pollution
(COM(2005) 446)). Sempre secondo la Commissione Europea, questo
corrisponde a circa 8 mesi di vita in meno, in media, per ciascuno di noi.
C’è ancora molta cautela sull’argomento, ma in Europa sta nascendo un
movimento di scienziati che preme per spingere i politici a una
legislazione molto più restrittiva sulla quantità di polveri ultrafini che
si possono emettere nei processi industriali (vedi note).
Il concetto di tossicità delle nanoparticelle si sta progressivamente
diffondendo dagli esperti al grande pubblico. In Italia, questa diffusione
è stata opera soprattutto di Stefano Montanari che, con l’appoggio di
Beppe Grillo, si è impegnato in una pubblica campagna contro gli
inceneritori. Secondo Montanari, i nuovi inceneritori sono un obbiettivo
primario nella lotta contro le nanoparticelle pericolose, non tanto perché
le loro emissioni sono più pericolose di quelle di altri processi
(traffico, industrie, ecc.) ma perché sono una tecnologia di cui si può
fare a meno senza dover drasticamente cambiare il funzionamento
dell’economia. La campagna di Montanari ha generato molta attenzione e ha
fatto nascere un forte movimento di opinione contrario agli inceneritori.
Ha però incontrato delle forti resistenze da almeno quattro gruppi diversi
di persone.
- Politici. Tutto un sistema di
legislazione, di prassi e di interessi economici ha creato dei binari sui
quali si suppone che a un certo punto debba passare l’inceneritore;
fermarlo è difficile, è come bloccare a mani nude un eurostar in corsa.
Molti politici, anche se personalmente perplessi, si trovano in difficoltà
a bloccare procedure ormai in corso da anni.
- Tecnici. Un buon numero di
tecnici nei vari settori del trattamento rifiuti ritiene che gli
inceneritori siano il miglior metodo disponibile per il trattamento dei
rifiuti e che i danni alla salute causati dalle nanopolveri siano di
piccola entità in confronto alle emissioni da altre sorgenti, come il
traffico automobilistico o i riscaldamenti domestici.
- Lobbies. La costruzione di un
impianto di incenerimento muove capitali non indifferenti e genera e
sostiene posti di lavoro. Non dobbiamo pensare a oscuri figuri che tramano
nell’ombra, ma è soltanto naturale che chi è interessato da questi
movimenti tenda a fare lobby in favore dell’inceneritore.
- Pubblico. Una parte del pubblico
ha un atteggiamento nei riguardi dei rifiuti che si può riassumere come
“fateli sparire, non importa come”. L'inceneritore, in effetti, da
l'impressione di far sparire i rifiuti anche se, ovviamente, questa è
soltanto un'illusione.
Queste posizioni pro-inceneritore hanno le loro ragioni e ci sarebbe
spazio per un dibattito che, ragionevolmente, dovrebbe essere basato su
una valutazione complessiva dei rischi e dei benefici degli inceneritori.
Tuttavia, la discussione è rapidamente degenerata in uno scontro muro
contro muro fra fautori e oppositori degli inceneritori, dove si è finito
col perdere l’aggancio con i fatti per dedicarsi a uno sport assai diffuso
in Italia, quello della polemica.
Come esempio della degenerazione del dibattito, vale la pena di leggere la
risposta data dalla giunta provinciale di Firenze a una petizione
anti-inceneritore dei cittadini (delibera N. 202 del 31/05/2006). Il testo
della delibera recita: “le argomentazioni
relative alle nanopatologie <..>
trovano eco unicamente sui media non scientifici, restando invece prive di
riscontro sulla letteratura scientifica”. La giunta non specifica
su cosa abbia basato questa sua dichiarazione un tantino avventata, per
non dir di peggio. Infatti, a una ricerca sulla letteratura scientifica
internazionale, si trovano facilmente centinaia di riferimenti a lavori
recenti sulla tossicità delle nanoparticelle.
Non risulta che i membri della giunta provinciale di Firenze abbiano
particolari qualifiche scientifiche; può darsi pertanto che abbiano
sentito dei loro consulenti che, però, forse non erano proprio i migliori
sulla piazza se non sono stati nemmeno in grado di fare una ricerca
bibliografica. Oppure, più semplicemente, non hanno chiesto ai loro
consulenti di approfondire. La delibera stessa, infatti, dice che le
argomentazioni dei cittadini sono state giudicate “così
come presentate” il che indica che nessuno si è preso la briga di
verificarne le basi scientifiche. Questo, del resto, appare chiaro quando
leggiamo nella delibera che non c’è bisogno di “nessun
ulteriore approfondimento scientifico” riguardo alla petizione.
Così, la giunta provinciale di Firenze ha definito nella delibera il
proprio piano di smaltimento rifiuti come “perfetto”
(termine forse appena un zinzino esagerato) e ha approvato la costruzione
di un nuovo inceneritore il 28 Luglio 2006.
E’ perfettamente lecito sostenere che non ci sono dati sufficienti per
concludere che gli inceneritori fanno danni significativi alla salute
umana. Tuttavia, se non altro perché ci va di mezzo la salute umana, la
costruzione di un nuovo inceneritore è una decisione importante che
dovrebbe essere presa sulla base di una seria valutazione dei dati
disponibili. Se questa valutazione fosse stata fatta, ne sarebbe venuto
fuori il crescente numero di studi sulla tossicità delle nanoparticelle e
che non si può mettere a rischio la salute dei cittadini liquidando la
faccenda in poche frasi, come nella delibera della giunta provinciale di
Firenze.
Oltre alla salute dei cittadini, che è comunque una cosa primaria,
l’approfondimento della questione inceneritori avrebbe portato a notare
che esiste un movimento che mira a una legislazione molto più restrittiva
dell’attuale nei riguardi delle emissioni ammesse. Se questo portasse a
dei decreti specifici a livello nazionale o Europeo, questo metterebbe in
difficoltà l’attuale generazione di inceneritori; i filtri esistenti sono
abbastanza efficaci per le particelle grossolane, ma molto meno per le
nanoparticelle (vedi note). Può darsi che nel futuro si riescano a
sviluppare filtri per particelle molto fini più efficienti degli attuali,
ma questo non è un problema di facile soluzione. Non c’è in vista, almeno
per il momento, una “terza generazione” di inceneritori che potrebbe
risolvere il problema nanopolveri così come l’ultima generazione di
inceneritori aveva risolto in gran parte quello delle diossine. In queste
condizioni, oltre a mettere a rischio la salute dei cittadini, si rischia
di costruire un’altra cattedrale nel deserto come, purtroppo, ce ne sono
ormai già troppe.
A queste argomentazioni, si controbatte spesso domandando, “Ma qual è
l’alternativa all’inceneritore?” Qui possiamo subito dire che non esiste
un alternativa se quello che intendiamo è qualcosa che faccia magicamente
sparire i rifiuti, come gli inceneritori danno l’illusione di fare. In
realtà, non abbiamo bisogno di alternative, abbiamo bisogno di
soluzioni. Ovvero: cosa sarebbe
giusto fare di questa immensa massa, sempre ingombrante, spesso
puzzolente, a volte velenosa, che chiamiamo “rifiuti”?
Il problema rifiuti esiste da secoli nelle città, ma una volta era solo
una questione di buone fognature. Oggi, abbiamo quantità di rifiuti
immensamente superiori a quelle del passato e per questo motivo la
riduzione di volumi del solido che gli inceneritori fornivano sembrava un
punto molto forte a loro favore. Ma le cose continuano a cambiare in un
mondo in cui nulla sta fermo e dove le certezze di oggi diventano le
superstizioni di domani. In questo rivolgimento continuo, la riduzione di
volume della frazione solida dei rifiuti non è più il punto cruciale.
Viceversa, diventa importante il fatto che la riduzione del volume dei
rifiuti solidi per mezzo dell'incenerimento si ottiene al prezzo di un
aumento considerevole della massa gassosa che risulta dalla combustione.
Il gas principale emesso dagli inceneritori è il biossido di carbonio
(CO2) che è innocuo per la salute, ma che è dannoso per l'equilibrio
termico dell'atmosfera.
In sostanza, potremmo trovarci fronte a due problemi gravi che potrebbero
rendere l'ultima generazione di inceneritori già antiquata, una specie di
dinosauri ormai in via di estinzione.
- La crescente preoccupazione sul riscaldamento globale potrebbe portare
anche in italia all’esigenza di fare qualcosa di serio per ridurre le
emissioni di biossido di carbonio. Gli inceneritori bruciano una frazione
importante di materie plastiche e quindi immettono nell’atmosfera biossido
di carbonio di provenienza fossile. Questa emissione di biossido di
carbonio è compensata soltanto in parte dalla co-generazione di energia
termica e elettrica.
- La crisi globale delle materie prime, con aumenti di prezzi e scarsità
di fornitura, rende sempre più importante usare bene i materiali,
conservandoli e riciclandoli quando possibile. In particolare, la plastica
si fa dal petrolio e, quando bruciamo plastica in un inceneritore, bisogna
poi estrarre nuovo petrolio per sintetizzare nuova plastica. Questo è un
uso sbagliato di una risorsa che si fa sempre più preziosa e che dovremmo
cercare di utilizzare con estrema parsimonia.
Quindi, la questione degli inceneritori è solo un tassello di un problema
molto più complesso che riguarda la gestione delle materie prime, la cui
soluzione è cruciale per la sopravvivenza stessa dell’economia
industriale. Se è ovvio che non si possono eliminare certe usanze ormai
consolidate, è anche vero che esistono soluzioni positive per indirizzare
il sistema economico verso metodi produttivi e trattamenti che ci
permettano di far fronte sia al problema climatico sia al problema della
crescente scarsità di materie prime.
Per agire e per ottenere risultati in questo campo si può fare di meglio
che combattere “contro” qualcosa a furia di petizioni e manifestazioni in
piazza. Si possono fare scelte a livello individuale o di comunità:
possiamo generare energia dal sole per mezzo delle tecnologie rinnovabili
senza bisogno di bruciare niente; possiamo scaldare le nostre case per
mezzo dell’energia solare, senza bisogno di caldaie; possiamo muoverci in
modo più razionale bruciando meno combustibili, anche senza bruciarne per
niente usando motori elettrici; possiamo trattare i rifiuti senza bisogno
di bruciarli ad alta temperatura, riciclandoli in tutto o in parte e
liberando il paese dal peso delle importazioni di materie prime
dall’estero.
Queste sono vere soluzioni, cosa ben diversa da semplici alternative.
Anche se si trovasse un “tappo” efficace per ridurre o magari eliminare le
emissioni di nanopolveri dagli inceneritori, non sarebbe lo stesso la cosa
di cui abbiamo bisogno. Possiamo e dobbiamo liberarci dall’idea che per
fare qualcosa di buono dobbiamo per forza bruciare qualcosa, che sia
necessario sempre “scherzare col fuoco”.
Andiamo verso un mondo dove il risparmio non sarà più una virtù ma una
necessità; questa è una grande sfida, ma a lungo andare potrà rivelarsi un
bene. Non sappiamo ancora con esattezza quanto siano dannose le
nanoparticelle da combustione ad alta temperatura, ma se ce ne saranno di
meno in giro staremo tutti più tranquilli.
Nota: L’autore ringrazia
Antonietta Gatti, Stefano Montanari, Massimo del Bubba e Luciano Lepri per
i loro commenti e le loro critiche su questo manoscritto. Ovviamente, le
opinioni qui espresse sono soltanto quelle dell’autore.
La foto a lato mostra l'autore sul suo motorino elettrico. Si sa che la
maggior sorgente di polveri ultrafini è dovuta al traffico
automobilistico; ebbene questo aggeggino porta l'autore da casa al lavoro
tutte le mattine e lo riporta a casa la sera senza generare né polveri né
niente di altro di robaccia. Vedete che si possono fare cose concrete per
migliorare l'ambiente; e si risparmia anche!
Note e bibliografia
Nanopatologie
Dato che qualcuno ha detto che le nanopatologie sono inesistenti in quanto
“prive di riscontro sulla letteratura
scientifica” è forse il caso di riportare qualche dato leggermente
diverso. Una ricerca sul database internazionale “Sciencedirect” rivela un
gran numero di pubblicazioni recenti sull’argomento dove si discute sulla
tossicità delle nanoparticelle e sulle patologie da esse causate. Di
queste, vale la pena esaminare il review di Rejindeers del 2006
Cleaner nanotechnology and hazard
reduction of manufactured nanoparticles,
Journal of Cleaner Production, Volume 14,
Issue 2, 2006, Pages 124-133 L. Reijnders
che da solo cita 114 riferimenti ad altre pubblicazioni sull’argomento. Di
queste 114 pubblicazioni, la maggioranza riportano indicazioni di
tossicità delle nanoparticelle come risultato di studi epidemiologici.
A proposito del lavoro di Antonietta Gatti e Stefano Montanari, la lista
delle loro pubblicazioni si trova sul sito
www.nanodiagnostics.it. Fra
quelle riportate, 11 riguardano esplicitamente le nanopatologie e sono
pubblicate su riviste scientifiche internazionali.
Il documento della Commissione Europea citato nel testo (8 mesi di meno di
vita per tutti) si trova a
ec.europa.eu/environment/air/cafe/pdf/strat_com_en.pdf
Un documento firmato da 37 scienziati che chiedono alla Commissione
Europea standard più stringenti sull’emissione di nanoparticelle è stato
inviato il 31 Ottobre 2005 dall “Institute for Risk Assessment”
dell’università di Utrecht. Lo si trova a
www.iras.uu.nl/EPletter/EUletterFINAL.pdf
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Filtraggio delle nanoparticelle
Ci sono state molte discussione sull’efficacia dei filtri industriali per
filtrare le nanoparticelle. Uno studio sperimentale si può trovare a
Ultrafine aerosol penetration through
electrostatic precipitators.
Environmental Science and Technology 2002;36:4625e32. Huang S, Chen
C.
I risultati indicano che i filtri attuali non sono in grado di filtrare le
nanoparticelle se non in parte.
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Efficienza dei “termovalorizzatori”
Ci sono molte controversie sulla questione di quanto siano efficienti gli
inceneritori come metodo di produzione di energia elettrica e termica. Uno
studio recente sull’argomento, interessante in quanto si riferisce in
particolare alla situazione italiana è
Alternative strategies for energy recovery
from municipal solid waste: Part A: Mass and energy balances.
Waste Management, Volume 25, Issue 2,
2005, Pages 123-135 S. Consonni, M. Giugliano and M. Grosso
L’articolo dimostra che la produzione di energia da parte di un
inceneritore è positiva, nel senso che è superiore alla somma dei costi
energetici di trattamento e trasporto dei rifiuti, e per l’operazione
dell’inceneritore stesso. Il contributo ai consumi di un cittadino che si
trovi nel raggio di azione di un inceneritore equipaggiato con recupero
energetico è modesto ma non nullo, dell’ordine dell’1%-2% dei consumi
totali. Il limite di questa analisi, tuttavia, è che presume che i rifiuti
siano da valutarsi unicamente come combustibile, ovvero siano a costo
zero. In realtà, bruciare – per esempio – plastica rende necessario creare
altra plastica per rimpiazzarla. Per questo occorrono energia e materie
prime (petrolio o gas naturale) che hanno un costo energetico. La
comparazione con la strategia alternativa del riciclaggio indica
chiaramente che il riciclaggio è energeticamente superiore
all’incenerimento. Vedi per esempio:
Life cycle assessment of energy from solid
waste—part 1: general methodology and results.
Journal of Cleaner Production, Volume 13,
Issue 3, February 2005, Pages 213-229 Göran Finnveden, Jessica
Johansson, Per Lind and Åsa Moberg
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La catastrofe da cassonetti stracolmi
Una delle argomentazioni a favore degli inceneritori è la necessità di
difenderci da quella che viene percepita come la possible “catastrofe da
rifiuti”, ovvero l’impossibilità di smaltire il flusso. Questa
preoccupazione è legittima, ma anche esagerata. Attualmente, in italia si
producono circa 500 Kg/ anno di rifiuti solidi urbani per persona,
corrispondenti a meno di 500 litri compattati. In vent’anni, questo
corrisponde a meno di 10 metri cubi a persona, il volume di una piccola
stanza. Una città di un milione di persone potrebbe produrre circa 10
milioni di metri cubi di rifiuti in vent’anni, che occuperebbero, molto
approssimativamente, non più di qualche decina di ettari di terreno;
un’area molto piccola rispetto all’area della città stessa. Di tanti guai
che ci potrebbero capitare, finire sommersi dai rifiuti non sembra il più
preoccupate.
Ovviamente, questo non vuol dire che non si possa gestire male il
trattamento dei rifiuti; basta qualche giorno di sciopero degli addetti
per ritrovarsi con i cassonetti debordanti di rifiuti, e la città invasa
dal puzzo. Tuttavia, questo non succede, di norma, per la saturazione
della capacità di smaltimento a valle di tutto il processo.
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Limiti alla crescita
Per quanto riguarda la questione della riduzione del flusso di materie
prime nel sistema economico, il testo più recente e aggiornato è l’ultima
edizione (2005) dei “Limiti alla Crescita” di Meadows e altri, in italia
uscirà con Mondadori a Settembre del 2006-08-22
Un approfondimento scritto dall’autore di queste note sul tema generale
dei rifiuti si trova a
http://www.aspoitalia.net/documenti/bardi/rifiuti/bardirifiuti.html
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| Ultimo aggiornamento ( Domenica 02 Novembre 2008
01:15 ) |
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