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Elezioni europee 2009: un contributo per il programma politico del Movimento No Euro di Maurizio Gasparello Fonte: www.europadeipopoli.org
L’EUROPA DELLA GLOBALIZZAZIONE La globalizzazione è l’applicazione dell’ideologia del libero mercato (liberismo) a livello mondiale: nella sua fase più estrema, l’egemonia politica e culturale di questo sistema porta alla dittatura dell’economia. Il liberismo si basa sulla supposizione che, se ogni individuo cerca egoisticamente il miglior beneficio economico per sé stesso, la sommatoria di tali comportamenti porterà ad ottenere il migliore dei mondi possibile. L’armonizzazione dei comportamenti dei singoli avviene attraverso il libero mercato, l’unica struttura in grado di ottimizzare il benessere collettivo mediante la competizione economica ed il meccanismo della “mano invisibile”. La presunta oggettività di tale filosofia si basa sul fatto che il benessere economico è l’unico parametro in grado di misurare razionalmente il livello di felicità delle persone. In un sistema capitalistico il mercato non può esistere se non attraverso l’intermediazione del denaro, che valorizza monetariamente ed in maniera univoca la diversa natura degli scambi ai quali è preposto. La logica del profitto monetario riveste pertanto il valore supremo di tale sistema, in grado di modificare antropologicamente gli individui ed i loro rapporti sociali: se il mercato è il sistema oggettivamente più razionale sul quale costruire i rapporti economici e sociali, solo ciò che è suscettibile di essere valorizzato monetariamente ha dignità di riconoscimento e, di conseguenza, qualsiasi attività umana (comprese le più profonde pulsioni dell’inconscio) dovrà tendere ad uniformarsi ed assoggettarsi a tale sistema. La progressiva sottomissione di tutti gli aspetti della vita all’economia destruttura i legami sociali: in una società puramente commerciale, tutti gli uomini sono necessariamente non associati ma in competizione, quindi in lotta permanente tra di loro. Si tratta quindi di un ritorno allo “stato di natura”, antropologicamente modificato in funzione puramente economica. Sulla base della loro presunta superiorità ideologica, i sacerdoti della globalizzazione si sentono autorizzati a colonizzare l’intero pianeta con le armi del libero mercato, ossia con l’incontrollata libera circolazione delle merci e dei capitali e la continua rilocalizzazione dei luoghi di produzione delle merci e dei servizi in funzione delle massime opportunità di profitto. Occorre quindi fare tabula rasa di ogni organizzazione economica e sociale differente, colpevole di creare resistenze al libero flusso della riproduzione della ricchezza secondo il modello della crescita infinita, alla quale la massimizzazione del benessere economico deve necessariamente tendere, dati i presupposti costitutivi del sistema. Il risultato è pertanto una colossale opera di massificazione ed omologazione di tutte le attività umane tramite l’imposizione, a livello planetario, di tale sistema di valori che, in virtù della sua unilaterale superiorità, può essere imposto ai più riottosi - ovviamente a fin di bene - anche con l’uso delle armi. Lo sviluppo economico, essendo un bene di per sé, deve quindi crescere senza soluzione di continuità, utilizzando a tale scopo ogni entità che faccia parte degli ecosistemi della Terra: suolo, sottosuolo, aria, acqua, fino a tutti gli esseri viventi che abitano il pianeta, tutto è suscettibile di essere trasformato in una “risorsa” utile ad alimentare tale sviluppo. A titolo di esempio, ricordiamo che le anime candide e pie dei buonisti sostenitori della globalizzazione “solidale” sono arrivati a rubricare persino gli immigrati sotto l’etichetta del “sono una risorsa”. Entrambe le sottocategorie ideologiche attualmente in voga in Occidente, normalmente rappresentate - nelle “moderne democrazie dell’alternanza” - come “destra” e “sinistra”, sono integralmente dedicate ad assecondare e promuovere tale meccanismo sviluppista. Il fallimento di questo ordinamento è tangibile: l’idea assurda che si possa ottenere una crescita infinita all’interno di un sistema finito come la Terra sta iniziando ad incontrare il limite delle sue contraddizioni: il potere di autogenerazione della natura è stato sopraffatto dal sistema di crescita del capitale e della tecnica, con tensioni economiche che stanno sgretolando i sistemi sociali esistenti. L’immaginario utilitarista legato all’espansione del consumo e alla corrispondente distruzione delle risorse , che trova nella formula magica della “crescita del PIL” lo strumento propagandistico per rintontonire le masse con espressioni ad effetto in quanto incomprensibili per la maggior parte delle persone, deve essere destrutturato e sostituito da una coscienza identitaria che porti alla riscoperta di valori che, come l’integrità della natura e la tutela della salute, non sono monetizzabili e di conseguenza non disponibili ad essere indiscriminatamente utilizzati in funzione di un processo di crescita economica che ha, come fine delle èlites che la dominano, la compulsiva accumulazione di potere e denaro.
USCIRE DALLE TRAPPOLE IDEOLOGICHE DEL ‘900 Non è più possibile limitarsi a correggere le “ingiustizie” di tale sistema partendo da un approccio critico di matrice ideologica. Le ideologie, con il loro astrattismo, sono un formidabile mezzo per coltivare dispensiero individuale[1] e schizofrenia istituzionalizzata[2]. Il senso di appartenenza ad un gruppo (ma meglio sarebbe dire ad un branco) connotato ideologicamente, ha funzione di formidabile depressivo delle facoltà critiche individuali: si creano così i presupposti per il pensiero eterodiretto di massa, gestito dalle oligarchie che utilizzano l’identitario ideologico come strumento del “dividi et impera”. Il bene ed il male non sono più stabiliti dalla coscienza individuale, intesa come esperienza del pensiero e del dialogo interiore, ma codificati ed imposti dal conformismo dell’ortodossia ideologica. Edificare un diverso ordine spirituale e sociale implica quindi la rottura con ogni matrice ideologica, in quanto sia l’internazionalismo di mercato liberista che lo statalismo progressista socialista conducono alla dittatura dell’economia dell’era della globalizzazione, al feticismo del mercato quale azzeramento delle differenze culturali (legittimato filosoficamente dall’affermazione del relativismo), al primato dei valori mercantili che riducono gli esseri umani, la natura e tutti i viventi ad una variabile esogena al sistema della crescita. “Decolonizzare l’immaginario”, per riprendere l’espressione di Serge Latouche, dal senso dell’inevitabile servizio all’economia, basato sull’egemonia del dio denaro e sull’adorazione dell’idolo dello sviluppo, è la premessa indispensabile per agire politicamente al fine di portare il nostro sistema fuori dalla contraddizione distruttiva tra la crescita infinita ed i limiti dell’ambiente naturale in cui viviamo.
L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLA CRESCITA Le civiltà del passato e la cultura contadina avevano ben presente che nessuna organizzazione sociale può perpetuarsi senza tenere conto dell’ambiente naturale in cui si svolge. La riproducibilità del ciclo biologico è stata la base di tutte le culture umane fino al XVIII secolo: ogni contadino era, senza saperlo, un esperto di ecosostenibilità, e la visione di tale necessità spaziava anche nella prospettiva del continuo delle generazioni. Un simbolo di tale sentimento del mondo era la coltura (e la cultura) dell’ulivo, che impiega molti anni per diventare pianta che porta frutto: la consapevolezza d'aver piantato un albero non per il proprio bene, ma per quello dei figli e dei posteri, creava un legame materiale e spirituale tra più generazioni. Anche il potere pubblico era consapevole di tale necessità: Colbert, disciplinando i tagli di bosco per assicurare la ricostruzione delle foreste, faceva piantare le querce che avrebbero dovuto fornire gli alberi alle navi centinaia di anni più tardi. Con la rivoluzione industriale, con la quale venne introdotto il principio che ciò che è buono per la crescita economica è buono anche per l’umanità, le risorse naturali furono derubricate al ruolo di fattore produttivo, nell’illusione che fossero infinite e, quindi, pienamente ed illimitatamente disponibili per il processo di sviluppo industriale. Tale visione era comprensibile ai tempi in cui non tutte le terre emerse erano ancora state scoperte ed esplorate, mentre è un atto di estrema stupidità in un’epoca in cui tutto il pianeta è stato mappato dai satelliti orbitali. Con l’avvento della società industriale l’arricchimento ed il consumo del presente attinge a risorse accumulate nel passato (esempio eclatante il petrolio, che si è formato durante un periodo geologico durato milioni di anni), impoverendo le possibilità di prosperità e sopravvivenza nel futuro. La società dell’opulenza sancisce il passaggio dalla necessità della frugalità e del risparmio a quello dello spreco, promosso dall’istigazione al consumo dettato dalle mode, dai bisogni indotti, dai cicli di obsolescenza predeterminati dei prodotti. I continui appelli a sostenere la domanda in funzione della produzione e della “crescita del PIL” sono il segnale di questa profonda mutazione di senso. Il valore della biosfera è inestimabile in quanto costituisce la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie umana e delle altre forme di vita. Il suo utilizzo non può essere assoggettato ad una quantificazione monetaria, ad una valutazione puramente economica: ridurre il suolo, l’aria e l’acqua a semplici fattori produttivi è pura follia. La moltiplicazione delle misure ispirate al sostegno della crescita rafforza l’autorità dei burocrati nazionali ed internazionali ed il controllo tecnocratico, abolisce l’autonomia della politica ed il controllo democratico dei cittadini a favore delle “espertocrazie”, trasformando gli stati e le loro istituzioni a meri strumenti di controllo sociale. L’Europa dell’Euro e dei banchieri, dei tecnocrati e delle lobbies, sciolti da ogni forma di controllo politico e di legittimazione autoritativa da parte dei cittadini, è perfettamente instradata su questo percorso di sviluppo autodistruttivo.
UN’EUROPA FEDERALE PER L’EUROPA DEI POPOLI E DELLA DECRESCITA Il Liberismo è un’ideologia, ossia un sistema dottrinale, mentre il Federalismo è una forma di organizzazione dei poteri decisionali. Il modello federale si oppone al modello classico dello stato-nazione, accentratore ed omologante. Lo stato nazione può essere messo a servizio di ideologie molto differenti tra loro, cosa che non si è verificata nel caso del federalismo. La globalizzazione va di pari passo con l’entrata in crisi del modello dello stato-nazione, che è la forma politica più diffusa nella modernità e con una vocazione intrinsecamente unitaria, in quanto mira a far coincidere su un dato territorio un popolo, una nazione e uno stato (quindi anche una cultura ed una lingua). Questo modello ha funzionato, con alterne fortune e dolorose forzature, fino a quando le frontiere hanno avuto un significato sostanziale, oggi superato perché non frenano più un bel nulla: né gli uomini, né le merci, né i capitali, né i tentativi di colonizzazione culturale, e nemmeno la disinformazione a livello planetario e le mafie globalizzate (sia quelle storiche che quelle legalizzate della finanza e dell’impresa di rapina) dell’ “economia canaglia”. Lo stato-nazione si caratterizzava per il monopolio della sovranità, indivisibile ed inalienabile. Questa sovranità è oggi estremamente debole perché non più in grado di opporsi ai fenomeni transnazionali che si sono creati con la globalizzazione, che ha trovato nel libero mercato mondiale il cavallo di Troia per superare le mura delle frontiere dello stato-nazione. Ne risulta depotenziata la democrazia rappresentativa in particolare e la politica in generale, che tende ad essere soppiantata dalle regole economiche in quanto, essendo queste proprie del mercato, sfuggono al controllo democratico e risultano vincenti sul principio della sovranità popolare, che viene così ridotto ad un ruolo puramente formale. In questo contesto, l’Unione Europea rappresenta un super-stato totalmente svuotato di ogni rappresentanza politica popolare, al servizio dell’economia di mercato e dei suoi potentati: la moneta è in mano ai banchieri, le direttive comunitarie rispondono sostanzialmente alle pressioni lobbistiche, le imposizioni dei singoli stati nazionali (come le grandi opere che riguardano le reti di comunicazione per gli scambi di merci) sono dettate in funzione degli interessi delle oligarchie economico-finanziarie e non sui bisogni dei popoli. L’Unione Europea ha quindi adottato un sistema di governo burocratico e centralizzato, ossia una sorta di giacobinismo su scala continentale. Un sistema destinato al fallimento dal momento che, privilegiando il dominio economico, commerciale e finanziario ai danni della politica, porterà ad una crescita esponenziale delle tensioni a livello sistemico, in grado di provocarne il collasso per implosione. La prospettiva alternativa è quella di un’Europa dei Popoli come modello di civiltà, in grado di definire gli orientamenti politici e strategici comuni sulla base delle diversità e della sostenibilità delle comunità locali, con istituzioni di vertice controllabili politicamente e grandi differenze alla base in funzione delle diversità storiche, culturali ed economiche dei territori. In questo modo è possibile superare l’approccio economicista e tecnocratico del liberismo dottrinale. Questo significa accettare il principio che il rispetto dell’ambiente e dei sistemi sociali deve essere preminente rispetto alla selvaggia ricerca dei minori costi marginali possibili, dei più elevati tassi di profitto ottenibili esasperando la dicotomia territoriale tra la delocalizzazione delle produzioni ed i mercati che offrono la domanda più remunerativa. In altre parole, alla domanda su che cosa produrre, come e per chi, la risposta spetta in via prioritaria alla politica e non al capitale. La presunta efficienza dei mercati deve esplicarsi all’interno di un contesto che imponga la non piena disponibilità delle risorse non riproducibili (terra, acqua, aria) in quanto facenti parte di un sistema collettivo e quindi da considerare come bene pubblico; la libertà di commercio deve essere consentita solo fra aree economiche e sociali omogenee, in modo che la globalizzazione non diventi un gioco al massacro sulle tutele sociali che i popoli liberamente scelgono di darsi. La moneta deve tornare ad essere pubblica e non in mano agli interessi dei banchieri privati, la costruzione di nuove infrastrutture deve avvenire solo quando strettamente necessario e non in funzione di visioni oniriche di stampo sviluppista e, in ogni caso, mai contro la volontà delle popolazioni dei territori che le devono accogliere. Tutto questo deve quindi fondarsi sul principio dell’autonomia dei popoli, senza cadere nelle tentazioni reazionarie ed anacronistiche dell’indipendentismo. La retorica dell’indipendentismo (che molto spesso si basa su un autoreferenziale senso di superiorità etnica o culturale) nasce infatti da un delirio di onnipotenza che si riversa nel desiderio, di un individuo come di una collettività, di creare un “io” o un “noi” in grado di sopravvivere in maniera totalmente autosufficiente, fino a spingersi nella visione catatonica dello “splendido isolamento”. L’autonomia, al contrario, organizza il rapporto con gli altri in maniera flessibile tenendo conto dell’interdipendenza, che consente di individuare e fruire dei beni comuni con livelli di aggregazione spontanea sempre più ampi in relazione alla complessità dei problemi che si devono affrontare. La forma federale è l’unica in grado di rispondere a tale esigenza: oggi l’Europa si sta invece organizzando su un modello centralizzato che comporta la spoliazione e la redistribuzione della sovranità dei singoli stati nazionali, ridotti al rango di esecutori materiali delle direttive provenienti da centri di potere oligarchici, che agiscono indisturbati anche contro gli interessi dei popoli. Ma un vento di fronda, proveniente dalla Francia, sta iniziando a soffiare su tutto il continente...
[1] Lo scrittore George Orwell, nel suo libro intitolato "1984", individua nel “dispensiero” l'arbitrarietà del significato, assegnato alle parole, imposta dal Socing o Grande Fratello. [2] comportamenti sistematicamente opposti agli enunciati della coscienza, che spesso generano, come sottoprodotto culturale, ossimori come “guerra umanitaria”, “tangenziale verde”, ecc. |
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