
La Stampa,
25 Agosto 2006
Attenti
al branco
Caccia al branco di
maghrebini che, da fine giugno, terrorizza la città, centro e periferie
comprese. Davanti al capo del 113, Antonio Baglivo e ai dirigenti dei
commissariati di zona c’è la mappa delle aggressioni, spesso feroci. I
cerchietti rossi si infittiscono nei quartieri centrali e in San Paolo. Ma non
esiste un epicentro che sarebbe utile per circoscrivere le indagini. Non c’è una
sola zona salva.
L’elenco è lungo: via Bardonecchia,
zona San Paolo, Lungo Dora, Vanchiglia, corso Grosseto, Madonna di Campagna,
Murazzi, piazza della Repubblica, via Nizza; coinvolte Barriera Milano, corso
Palermo, corso Giulio Cesare, corso Ferrucci, via Berthollet, altre in San
Salvario, corso Monte Cucco, corso Regina Margherita. A luglio, venticinque
aggressioni. Decine anche ad agosto, sino a poche ore fa.
Adesso la polizia ha le idee un po’
più chiare sulla composizione del branco: ragazzi, tra i 20 e 25 anni,
marocchini e algerini; fanno base in una fabbrica abbandonata di strada del
Fortino, non hanno niente da perdere, non hanno sogni, non hanno speranze e non
vogliono nulla, dalla società, immuni pure dal buonismo di maniera che motiva
certe imprese criminali come frutto inevitabile della disperazione e della
marginalità.
Non ci sono gerarchie, non ci sono
formazioni fisse, nè tecniche seriali. Nè limiti. Il branco si forma in un
istante e decide di passare all’azione in base alle circostanze, all’occasione,
al tipo di bersaglio. Il più anziano, il più violento o il più deciso, quasi mai
lo stesso, individua l’obiettivo, impartisce gli ordini e i gregari obbediscono.
Hanno ormai la fisionomia delle baby-gang già da tempo radicate a Milano e nel
Nord Est. Tra loro, anche minorenni.
Vogliono qualsiasi cosa abbia valore,
soldi e cellulari, intanto. Ma con significative varianti, basta solo sfogliare
il catalogo degli oggetti del desiderio di un qualsiasi adolescente: scarpe da
ginnastica di marca, occhiali da sole, vestiti, zainetti.
Le «pantere» della volante si muovono
lentamente nelle aree più colpite. Gli identikit tracciati dalle vittime sono
incompleti, sfuggenti, spesso inutili. Pochi elementi: l’etnìa, le armi, i
soliti blue jeans e le magliette. Nere, rosse, che importa? I minori arrestati
non collaborano. Conoscono bene i propri diritti e con i poliziotti hanno un
atteggiamento beffardo. Li informano che sono minori. E stop. Impenetrabili.
Aspettano pazienti di essere affidati alle comunità di recupero, da cui fuggono
nel volgere di poche ore. Per ritornare a dormire nei capannoni dal tetto
sfondato, con i segni di vecchi incendi. Materassi per terra, tra polvere e
rifiuti. Legioni di grossi topi si perdono nei sotterranei delle ex officine
abbandonate. La gente vede il branco arrivare al tramonto e poi andarsene via
alla mattina.
Sanno bene che la prima tappa della
polizia, dopo le rapine a catena, è proprio quella fabbrica in rovina. Hanno
sfondato una paratia di lamiera, a un passo dal Sermig o scavalcano un muro
sbrecciato. «Dopo - spiega il dirigente del commissariato Centro, Vincenzo Di
Gaetano - si precipitano dai ricettatori, localizzati in piazza della
Repubblica. Due li abbiamo arrestati mentre rivendevano i cellulari appena
rubati». Unico denominatore comune di decine di azioni, le armi (cocci di
bottiglia, coltelli, cacciavite) e l’attacco in gruppo, rapidissimo e brutale.
A una vittima hanno spaccato in testa
una bottiglia, altri picchiati selvaggiamente. Nel mirino, tutti. Italiani e
stranieri, uomini e donne. L’altra sera, a Porta Palazzo, alla fermata del tram
4, un operaio marocchino è stato accoltellato e derubato da quelli che lui
stesso ha definito suoi connazionali; ieri alle 2 si notte la stessa sorte è
toccata a un ghanese, in corso Massimo d’Azeglio, non distante da corso Vittorio
Emanuele II, vicino al parco del Valentino. Ha raccontato ai militari di essersi
trovato circondato da un gruppo di persone, che chiedeva insistentemente della
droga. Che lui non aveva. Un primo tentativo di sfuggire al branco è finito nel
nulla, perchè il gruppo l’ha rincorso e nuovamente circondato, cercando di
strappargli una collana, poi camicia e giacca, tra strattoni e calci. Il giovane
è riuscito poi ad allontanarsi di corsa per qualche attimo, sufficiente a
comporre il 112 sul display del cellulare. I carabinieri sono riusciti ad
arrestare due degli aggressori.
Modalità che si ripetono: un
automobilista fermo a un semaforo rosso ieri si è visto portare via il
navigatore satellitare della vettura da due maghrebini, che gli hanno spaccato
il finestrino. E’ accaduto in via Capua. E oggi, quante?