
La Stampa, 28 Luglio 2006
Non ci
resta che decrescere
dialogo
Luciano Gallino
-
Serge Latouche
Il sociologo
«Nel corso del ‘900
lo sviluppo ha recato
progressi tangibili.
Ma ora si è rotto
qualcosa, siamo vittime
di una unità di misura
che si chiama Pil»
L’economista
«Negli Usa dagli Anni 70
il prodotto interno lordo
ha continuato a salire
ma il benessere
si è dapprima fermato
e poi addirittura
ha cominciato a calare»
LA CRESCITA INFINITA IN UN PIANETA DALLE
RISORSE FINITE È IMPOSSIBILE: LUCIANO GALLINO E SERGE LATOUCHE A CONFRONTO SULLE
PAGINE DI «MICROMEGA»
GALLINO:
«La teoria della decrescita, di cui Serge Latouche è il padre, è un'opzione
ideale che ha un forte contenuto politico, etico ed economico. Per questo credo
che abbia tutta la dignità per essere analizzata e messa a confronto con tesi
diverse, anche con quella, opposta, che vede nella crescita a oltranza la
soluzione di tutti i problemi dell'umanità. Il punto è capire quali siano i
contenuti effettivi di questa idea, perché decrescita può voler dire tante cose.
Si potrebbe pensare, per esempio, ad una società che continui sì ad essere
benestante e ricca, ma la cui ricchezza si fondi sullo sviluppo di settori
diversi da quelli su cui si punta oggi. \».
LATOUCHE: «\ La nostra società, da almeno una cinquantina
d'anni a questa parte, è stata totalmente fagocitata da un'economia della
crescita, un'economia che ha per unico fine la crescita per la crescita. Qui,
infatti, non è in questione ovviamente la crescita finalizzata al
soddisfacimento di bisogni. Il punto è che crescere per crescere è una cosa
stupida. Ma attenzione: anche decrescere per decrescere è altrettanto stupido.
Per questo ho cercato di articolare l'idea della decrescita in un programma
politico concreto, anzi, meglio, in un percorso le cui tappe fondamentali sono
costituite da quelle che io chiamo le otto "r": rivalutare, riconcettualizzare,
ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
In fondo dietro l'idea di una società della decrescita ritroviamo un progetto
molto più antico, quello di una società autonoma, una società che si dà le
proprie leggi e che non è eterodiretta dalle leggi del mercato. \
«La parola crescita è una parola
perversa. Gli economisti hanno preso in prestito le parole crescita e sviluppo
dalla biologia e hanno utilizzato la metafora dell'organismo naturale per
spiegare la struttura economica. Hanno però dimenticato di utilizzare l'analogia
fino in fondo: in natura gli organismi crescono, si sviluppano, poi iniziano il
declino e finalmente muoiono. Gli economisti invece hanno inventato
l'immortalità per l'organismo economico. Ma una crescita infinita in un pianeta
finito è impossibile.
«I concetti di crescita e di sviluppo
sono concetti tipicamente occidentali. Io ho lavorato per trent'anni in Africa e
mi sono accorto che è impossibile tradurre le parole sviluppo e crescita nelle
lingue africane. L'immaginario di quei popoli non contempla i concetti di
sviluppo e crescita. Queste parole contengono in sé ciò che per i greci era una
delle peggiori qualità umane, la hybris,
la dismisura. Potremmo dire che una società della decrescita è una società che
ritrova il senso della misura. Si tratta di ritrovare un legame con la natura,
che è stato rotto. Oggi ritrovare questo legame è diventato un imperativo, se
vogliamo garantire la sopravvivenza del pianeta».
GALLINO: «Io sono molto sensibile a diversi degli argomenti
che lei ha affrontato nei suoi libri e che sta richiamando adesso. Sono convinto
che nel corso del Novecento lo sviluppo economico abbia superato un limite oltre
il quale c'è l'esasperazione, lo smisurato, il fuori controllo. Non bisogna però
dimenticare che tutto sommato lo sviluppo ha recato, nei nostri paesi, ma anche
in molti altri nel mondo, benefici tangibili. All'inizio del Novecento si
lavorava 3 mila ore l'anno e si aveva una speranza di vita intorno ai 50-55
anni, e mi riferisco a paesi a noi familiari come l'Italia o la Francia. Oggi
lavoriamo in media 1.600 ore l'anno e abbiamo una speranza di vita che è di
quasi quarant'anni più elevata, superando ormai gli 80 anni, quale media della
speranza di vita di uomini e donne. Questi dati vanno tenuti in considerazione.
Non che questi benefici siano stati un regalo dello sviluppo. Sono state
conquiste faticose e sofferte, ma diciamo che lo sviluppo economico ha fornito
le condizioni nelle quali quelle conquiste sono state possibili. Di certo negli
ultimi anni si è rotto qualcosa. I dati degli ultimi decenni sono
impressionanti. Il mondo è afflitto da 2,7 miliardi di poveri che sopravvivono
con 2 dollari al giorno, mentre il reddito pro capite dei paesi benestanti è
enormemente cresciuto. Negli ultimi dieci anni nei paesi più benestanti, a
parità di potere di acquisto, il pil pro capite è cresciuto all'incirca di 6
mila dollari, mentre gli aiuti per combattere la povertà sono diminuiti di un
dollaro, e la sproporzione tra i paesi benestanti e i paesi poveri è diventata
spaventosa. Quindi non c'è soltanto il problema di restituire saggezza alla
crescita. C'è anche un problema di ridistribuzione, di equità, di giustizia
sociale.
«Quando si parla di dismisura,
bisogna anche conoscere bene gli strumenti di misurazione. Noi sicuramente siamo
vittime di una unità di misura che si chiama pil, prodotto interno lordo, che è
una pessima misura dello stato delle nostre società. Se viene tagliato un
milione di ettari di bosco per fare delle cassette o dei mobili, questo si
traduce in un aumento del pil, mentre il fatto che sia stato distrutto un
milione di ettari di bosco non incide affatto sulla diminuzione del pil. O
ancora, per esempio, se abbiamo 100 mila gravi incidenti d'auto all'anno, ci
saranno le auto da sostituire, le auto da riparare, le fatture dei medici e
molte altre cose che costituiscono gravi danni per una popolazione, e che
tuttavia concorrono all'aumento del pil. Per ragionare su crescita e decrescita,
e anche per ragionare su uno sviluppo più equilibrato, bisognerebbe cominciare
con l'inventare e adottare misure più sagge della ricchezza di un paese \».
LATOUCHE: «\ Sono molto sensibile, naturalmente, da buon
occidentale, ai progressi che la crescita economica degli ultimi due secoli ha
portato nei paesi del Nord. Ma ci sono dei "ma". Il progresso tecnico fin dal
suo inizio si è sempre basato su energie fossili non rinnovabili, prima il
carbone, oggi il petrolio. Abbiamo avuto la crescita al prezzo della distruzione
e della predazione della natura e anche al prezzo dello sfruttamento e della
colonizzazione dei paesi del Sud del mondo. Voglio essere chiaro. Senza dubbio
c'è una crescita positiva fino a un certo punto, ma arriva un momento in cui il
benessere si trasforma in malessere. Prendiamo proprio la speranza di vita. Oggi
l'innalzamento della speranza di vita è molto più problematico perché si stanno
sviluppando nuove malattie, alcune delle quali create proprio dall'attività
dell'uomo (si pensi alla crescente incidenza dei tumori). Ed è plausibile che
queste malattie si diffonderanno sempre di più, visto l'aumento costante dei
livelli di inquinamento ambientale.
«Un ex economista della Banca
mondiale, Herman Daly, ha fatto un calcolo molto interessante. Ha sottratto dal
prodotto interno lordo le spese di "compensazione" e di "riparazione",
dimostrando che è vero che guadagniamo sempre di più in termini assoluti, ma che
alla fine siamo sempre più poveri in termini di benessere, perché oggi, per
esempio, dobbiamo comprare l'acqua, paghiamo per andare in montagna a respirare
aria pura di tanto in tanto, eccetera. Herman Daly ha creato un altro indice che
si chiama genuine progress indicator,
un indicatore del progresso autentico, di cui in Italia ha parlato molto il
professor Stefano Zamagni. Questi studi dimostrano che, per esempio, negli Stati
Uniti fino agli anni Settanta la crescita economica e il benessere sono andati
più o meno di pari passo, ma dagli anni Settanta in avanti il prodotto interno
lordo ha continuato a crescere, mentre il benessere, il genuine progress
indicator, si è dapprima fermato e poi addirittura ha iniziato a scendere. Penso
quindi che siamo arrivati a un punto della nostra storia in cui la crescita
economica crea più problemi che soluzioni.
«C'è un momento in cui il processo di
crescita e di sviluppo diventa un processo di mercificazione, di trasformazione
delle relazioni umane in merci. Questo processo di mercificazione non ha limiti
perché è basato soprattutto sul credito. E quando si chiede un prestito si deve
poi restituire con gli interessi. E per pagare gli interessi si deve vendere di
più, e quindi produrre di più. Ma per vendere di più bisogna convincere la gente
a consumare sempre di più. È un meccanismo propriamente diabolico, che oggi
rischia di portarci alla distruzione del pianeta. La strada per uscirne sarebbe
quella di riportare l'economia sotto il controllo della politica, il che è molto
difficile visto che si è fatto di tutto per sottrarre l'economia a questo
controllo e renderla totalmente indipendente dalla politica. Oggi si può dire
che la politica è al servizio dell'economia, sono le grandi imprese
transnazionali che dettano l'agenda politica.
«Non è detto però che tutto sia
perduto. In questo momento in Francia stiamo lavorando ad un programma politico
concreto in vista delle prossime scadenze elettorali. Questo programma gira
intorno a due idee fondamentali. La prima è quella dell'"internalizzazione"
degli effetti esterni, cioè l'idea che a pagare i danni ambientali, per esempio,
sia chi inquina piuttosto che gli utenti e le generazioni future. Il secondo
punto del programma, che è complementare al primo, è la "rilocalizzazione" delle
attività produttive \. La cosa più importante però è il cambiamento
dell'immaginario collettivo, ma per quello ci vuole una vera e propria
rivoluzione culturale.
«Dico molto spesso che la decrescita
è una scommessa e, come per tutte le scommesse, la vittoria non è affatto
scontata. Forse l'umanità deciderà per il proprio suicidio, ma vale la pena
scommettere».
Luciano Gallino:
è ordinario di
sociologia all’Università di Torino. Tra i suoi libri più recenti:
Italia in frantumi, Se tre milioni vi sembran pochi, L’impresa irresponsabile,
La scomparsa dell’Italia industriale, Globalizzazione e disuguaglianze.
Serge Latouche:
è professore di
Scienze economiche all’Università di Paris Sud e all’Institut d’études du
devoloppement économique et social di Parigi. Il suo ultimo libro,
Come sopravvivere allo sviluppo,
è tradotto da Bollati Boringhieri.