
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/17/financial.shtml
«Voto: l'Italia rischia l'uscita dall'euro»
L'editoriale del Financial Times: «Possibile default
sul debito e addio all'eurozona entro il 2015 dopo la vittoria
risicata di Prodi»
LONDRA - Un default sul debito e l'uscita dall'euro entro 10 anni. Sono molto nere le previsioni del
Financial Times sull'Italia dopo la vittoria, di
strettissima misura, di Romano Prodi nelle ultime elezioni politiche. La tesi è
contenuta nell'ascoltatissimo commento settimanale dell'editorialista Wolfgang
Munchau, condirettore del quotidiano londinese. «La
risicata vittoria della coalizione di centrosinistra
guidata da Romano Prodi - si legge nell'editoriale - costituisce il peggior
esito immaginabile in termini di possibilità dell'Italia di rimanere nell'eurozona oltre il 2015». «Prevedo che gli
investitori internazionali inizino ad assumere scommesse speculative sulla
partecipazione italiana all'euro entro la durata di un governo Prodi. Queste -
puntualizza Munchau - non sono scommesse sull'impegno politico di Prodi nei
confronti dell'euro. Sarebbe infatti difficile trovare un
politico più a favore dell'Europa dell'ex presidente della Commissione europea. Queste sono
scommesse sulle circostanze economiche che potrebbero obbligare un governo a
prendere decisioni che sono inimmaginabili fino al momento in cui diventano
inevitabili».
LA COMMISSIONE UE: «IMPOSSIBILE» - Ai dubbi espressi dal quotidiano
inglese risponde in modo netto il portavoce della Commissione europea Ferran Tarradellas, che,
richiesto di un commento, ha dichiarato: «L'euro è una realtà e resterà tale».
Il portavoce ha quindi aggiunto che «non è possibile che l'Italia esca dall'euro».
L'ECONOMIA ITALIANA - «Tutti sappiamo
- sottolinea Munchau nell'editoriale del Financial Times - che l'economia italiana si trova in
profonde difficoltà. Ma è importante ricordare che i problemi italiani sono
differenti da quelli della Francia e della Germania.
Molte economie continentali sono afflitte da bassa crescita e alta disoccupazione.
Anche l'Italia soffre di un basso livello
di crescita anche se la sua creazione di posti di
lavoro è stata rilevante. Ma il problema dell’Italia è quello di non essere
pronta a una vita nell'Unione monetaria».
LE RIFORME DI PRODI
- Il Financial Times segnala la forte
discrasia tra problemi e soluzioni proposte. Da un lato
infatti «sin dalla nascita dell'euro nel 1999, l'Italia ha registrato un massiccio
apprezzamento del suo tasso reale di cambio. I suoi costi unitari del lavoro
sono cresciuti del 20% rispetto alla Germania. Ma
mentre le retribuzioni tedesche reagiscono alla domanda aggregata, i salari
italiani continuano a crescere a un ritmo del 3%
annuo. L'Italia registra anche un problema
di competitività di prezzo in molti settori economici. Un programma sensibile
di riforme economiche dovrebbe concentrarsi sulla contrattazione salariale e
sulla regolamentazione dei mercati dei beni e servizi». Dall'altro lato «Prodi offre il tipo sbagliato di riforme. Che
consiste nello stesso tipo di riforme che sono fallite in altri Paesi europei.
E dal momento che la sua frammentata coalizione di
moderati, socialisti e comunisti, avrà una sottolissima
maggioranza in Senato, potrebbe anche non essere in grado di portare a
compimento il suo insufficiente programma. Se l'Italia continuerà
a perdere competitività macroeconomica, un movimento politico populista
potrebbe ben emergere con un programma per l'abbandono dell'euro. Proviamo a
immaginare l'inimmaginabile e ipotizziamo che un futuro governo italiano riporti la
lira. Cosa succederebbe al debito del Paese, prevalentemente denominato in
euro, che attualmente raggiunge il 106,5% del Pil? L'Italia sarebbe quasi certamente incapace di rimborsare
pienamente le sue obbligazioni nei confronti degli investitori. E dovrebbe o
riconvertire tali debiti in lire a un tasso di cambio
sfavorevole agli investitori, o addirittura dichiarare apertamente l'insolvenza». Il condirettore del Financial Times snocciola qualche
altra cifra rilevante. «Dal punto di vista di un investitore l'abbandono dell'eurozona è equivalente a
un'insolvenza sovrana. E data questa
prospettiva, perché i mercati finanziari non stanno ancora scommettendo su un tale evento? La scorsa settimana i rendimenti sui titoli
pubblici decennali italiani registravano solamente un differenziale di 0,3
punti al di sopra degli equivalenti titoli tedeschi. E
tale valutazione suggerisce che i mercati non vedono attualmente
un alto rischio di default. Ma
certamente, anche se qualcuno reputa improbabile l'abbandono italiano dell'eurozona, il rischio non è nemmeno pari a
zero».
L'OTTIMISMO DEL
MERCATO -
Secondo Munchau «tre fattori potrebbero spiegare l'ottimismo del mercato». Primo: «l'opinione che l'Italia potrebbe essere
effettivamente intrappolata dentro l'Eurozona; lasciarla non risolverebbe alcun
problema economico». Secondo: la Banca centrale europea in ultima istanza interverrebbe per evitare l'insolvenza di uno stato membro. Ma tale argomento - si legge ancora sul Financial
Times - sembra sottovalutare la decisione della Bce a rispettare la propria regola di "non
salvataggio" in tali circostanze». Il terzo fattore è quello che «anche se si accettasse lo scenario peggiore, è ancora molto
improbabile che l'insolvenza si materializzi entro la vita residua di un’obbligazione
decennale. E tale argomento - sottolinea Munchau - offre la spiegazione più plausibile per cui i
mercati non hanno ancora fatto pagare un premio di rischio più elevato sui
titoli di stato italiani. E spiega anche perché i
mercati obbligazionari sono notoriamente cattivi indicatori anticipati del
rischio d’insolvenza. I mercati obbligazionari sono compiacenti fino a quando iniziano ad andare nel panico».
IL GOVERNO DELL'UNIONE - Il Financial Times chiede retoricamente: «dopo i risultati delle elezioni italiane gli investitori rimarranno altrettanto ottimisti
sui seguenti dieci anni durante la vita di un governo Prodi? Esiste una
ragionevole possibilità che nei prossimi cinque anni il premio di rischio
(italiano, ndr) salirà nei prossimi cinque anni. E prevedo - aggiunge Munchau -
anche un aumento per gli swap sull'insolvenza creditizia italiana,
strumenti finanziari attraverso i quali gli investitori possono assicurarsi
contro il rischio. La scorsa settimana gli investitori avrebbero pagato un premio
annuale di 21.750 euro per assicurarsi contro l’insolvenza su di un
investimento di 10 milioni di euro in un titolo di
stato italiano a 10 anni. E si tratta di un livello
molto basso, date le incertezze economiche e politiche. Tali swap, non sono sofisticati
strumenti speculativi. Un acquirente di swap
sull’insolvenza creditizia italiana viene rimborsato
solo se l’Italia cade in uno stato d’insolvenza. Ma gli investitori sofisticati sanno come costruire strategie di trading
profittevoli da una situazione così sbilanciata. I mercati finanziari non
possono provocare l'uscita di un Paese dall'Unione monetaria attraverso la
speculazione valutaria, come fecero nel 1992 facendo
uscire la Gran Bretagna dal meccanismo di cambio europeo. Ma
per gli investitori esistono altri modi per sfruttare le difficoltà di un Paese
dentro un'Unione monetaria».
PARALLELI ROMA-LONDRA
- «Ecco perché - conclude Munchau
- esistono dei paralleli tra l'Italia di oggi e la Gran Bretagna del 1992. Allora
l’impegno della Gran Bretagna per il meccanismo di cambio appariva incrollabile
come l'impegno di Prodi per l'euro ora. Ma
la Gran Bretagna non era pronta né economicamente né politicamente a vivere in
un regime di cambi semifissi. E la partecipazione dell'Italia all'euro è basata su fondamenti
parimenti traballanti. Quattordici anni fa per gli investitori ci vollero pochi
giorni per smascherare una bugia politica».
° ° ° ° ° ° ° ° °
18 aprile
2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/17/visco.shtml
Le
reazioni all'editoriale del Financial Times
«Fuori dall'euro? Analisi malevola e
forzata»
L'ex ministro Visco:
«Situazione recuperabile, anche se difficile. Colpa dell'eredità di Berlusconi». Tremonti: «Opinione diffusa»
ROMA - Nessun problema, non c'è alcun rischio come quello paventato dal Financial Times di un'uscita dell'Italia dall'Eurozona: «Potremmo andare in default solo se la gestione dell'economia ricadesse in mani
irresponsabili, come accaduto negli ultimi cinque anni». È questo il parere
dell'ex ministro dell'Economia Vincenzo Visco,
secondo il quale al momento «la situazione è recuperabile, anche se difficile».
Semmai i rischi paventati dal quotidiano inglese
«derivano dall'eredità che ci lascia il governo Berlusconi, ma da qui a dire
che c’è il pericolo di default ci corre. Già il fatto
che il Financial Times
parli di 2015 vuol dire che la morte è procastinata».
Visco definisce il contenuto dell'editoriale di Ft «molto malevolo e
molto forzato»: «In Italia - spiega l'esponente dei Ds
- un titolo come quello sarebbe passibile di aggiotaggio».
E, nello specifico, ha detto Visco, quella del Financial Times «è un'analisi sbagliata perché il
programma di Prodi è un programma di modernizzazione, di liberalizzazione e di interventi incisivi». Invitando a non prendere «sotto
gamba le preoccupazioni» espresse dal Financial Times, Daniele Capezzone
(Rosa nel Pugno) lancia un avvertimento agli alleati: «L'Unione ha bisogno di
una svolta economica: più Biagi, ripartendo dal Libro
Bianco, e più Giavazzì, più Ichino
e più Boeri».
Diverso il commento di Giulio Tremonti. «Purtroppo per il nostro Paese l'articolo del Financial Times non è isolato ma riflette un'opinione diffusa nelle
capitali e nei circoli internazionali più responsabili - afferma il vicepremier - Per quanto ci riguarda, faremo tutto il
possibile nell'interesse esclusivo dell'Italia».
Secondo il senatore di Forza
Italia, Paolo Guzzanti, «è cominciato malissimo l'esame internazionale di Romano
Prodi: mentre il New York Times si chiede se il leader dell'Unione sia soltanto un tipo
soporifero "dall'apparente pace interiore ma incapace di governare",
il Financial Times prevede
che l'Italia governata da Prodi si
ritrovi fuori dall'Europa in meno di dieci anni».
18 aprile
2006
° °
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www.lastampa.it
18 Aprile 2006
L’UNIONE: ANALISI FORZATA. LA
CASA DELLA LIBERTA’: E’ UN’OPINIONE MOLTO DIFFUSA. LA
COMMISSIONE UE: IPOTESI IMPOSSIBILE
«L’Italia rischia di uscire dall’euro»
Il Financial Times critica Prodi, si
apre un altro fronte tra i Poli
UNA PARTITA DA GIOCARE
Mario Deaglio
UN
debito pubblico che cresce più rapidamente della produzione; una maggioranza
troppo risicata per realizzare le riforme necessarie a
far crescere la produttività italiana alla stessa velocità di quella degli
altri Paesi europei; la ricomparsa del «rischio Italia» sui mercati finanziari
con un maggior onere per lo Stato tale da rendere ingestibile la finanza
pubblica; e, in conseguenza di ciò, l’uscita dell’Italia dall’euro nel 2015,
ossia alla fine della legislatura successiva all’attuale.
Questo
«futuro possibile» delineato ieri con evidenza dal «Financial Times» segue di pochi
mesi un’analisi di analogo tenore di «The Economist» e la richiesta polemica del più diffuso
quotidiano finlandese che l’Italia - indicata come
Paese che non fa sacrifici - esca dalla moneta comune. A cavallo di due legislature
e di due maggioranze, tutto ciò dimostra che il
giudizio negativo sull’Italia è dettato da qualcosa di più strutturale, più
profondo e più tecnico di una possibile antipatia della stampa internazionale
per il passato governo e non può essere affrontato con un semplice rigetto e
con un patriottico sventolio di bandiere.
Questa
non lusinghiera dimensione internazionale della situazione italiana viene trascurata, o del tutto ignorata, nel dibattito
economico mentre dovrebbe essere trattata non già come un atto di malanimo
bensì come un’ipotesi coerente con la quale ci dobbiamo confrontare.
Dobbiamo
apertamente riconoscere che il primo obiettivo della politica economica del
prossimo governo non può non essere il recupero di una soddisfacente crescita
della produttività, unica fonte stabile di una maggiore competitività del
Paese. Non facciamoci illusioni: senza questo recupero scompariremo dalla scena economica e, proprio per questo, un simile
obiettivo dovrebbe essere condiviso da maggioranza e opposizione, nei loro
rispettivi ruoli.
Da
queste premesse deriva la conclusione che politiche puramente redistributive, pur apparentemente ragionevoli, devono
considerarsi del tutto inadeguate e che le politiche
migliori sono quelle contemporaneamente redistributive
e stimolatrici di produttività. L’aumento di produttività non si può ottenere
soltanto con metodi tradizionali come le manovre fiscali. Sarà necessario
eliminare, o, perlomeno, attutire alcune delle anomalie strutturali di questo
Paese. Bisognerà quindi far molto di più di una, pur
doverosa, riduzione del cuneo fiscale.
Non
si potrà, a esempio, ignorare che una serie di
servizi, dall’elettricità alle libere professioni, hanno un costo nettamente
più elevato in Italia che in altri Paesi concorrenti; che l’Italia spende di
più, in proporzione al proprio prodotto lordo per la politica, lo sport, per
certi sussidi all’agricoltura; che i tempi della giustizia (in particolare, in
questo contesto, quella amministrativa) sono troppo lunghi; che gli studenti
italiani escono dalle scuole superiori con una preparazione peggiore, in molte
materie significative, della media degli studenti dei Paesi avanzati; e
l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Se l’Italia affronterà questi problemi scomodi, nonostante
le difformità di vedute dentro la maggioranza, il «Financial Times» e «The Economist» avranno torto. Le previsioni negative
sull’Italia sottovalutano infatti da sempre la
capacità del Paese di rispondere alle crisi. La stampa internazionale mostrò
nel 1992 un pessimismo pari a quello di oggi, quando
l’Italia fu costretta ad abbandonare il Sistema Monetario Europeo ed era
pressoché unanime la convinzione che non sarebbe riuscita a entrare nell’euro.
E mezzo secolo fa ben pochi all’estero avrebbero
scommesso sul miracolo economico italiano.
Occorre
registrare alcuni segnali spontanei di miglioramento, per lo meno
congiunturale, sui quali una politica di più lungo respiro può oggi contare. Le
grandi imprese italiane, sia pubbliche sia private, si
sono date, negli ultimi due anni, strategie credibili che dovrebbero por
termine alla lunga uscita dell’Italia dai settori produttivi avanzati. Dalle
imprese piccole e medie, dopo lo shock dell’«aggressione» cinese, si notano
segnali di nuove iniziative, di più efficace resistenza, di inversione
di tendenza. Banche e mercati finanziari devono ancora fare la loro parte ma si osserva qui una nuova consapevolezza della
situazione. Abbiamo, insomma, ancora una partita da giocare; senza l’arrogante
ottimismo del passato in cui credevamo di avere già vinto e senza il pessimismo
viscerale di chi pensa che non ci sia più nulla da fare.
mario.deaglio@unito.it
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Financial Times: possibile uscita dell'Italia dall'Euro entro il 2015
Un default
sul debito e l'uscita dall'euro entro
10 anni. Sono molto pessimistiche le previsioni del Financial
Times sull'Italia dopo la vittoria, di
strettissima misura, di Romano Prodi nelle ultime elezioni politiche
17/4/2006
La tesi è contenuta
nell'ascoltatissimo commento settimanale dell'editorialista Wolfgang
Munchau, condirettore del quotidiano londinese.
«La risicata vittoria della coalizione di centro-sinistra guidata da Romano
Prodi - si legge nell'editoriale - costituisce il peggior esito immaginabile in
termini di possibilità dell'Italia di rimanere nell'eurozona oltre il 2015. Prevedo che gli
investitori internazionali inizino ad assumere scommesse speculative sulla
partecipazione italiana all'euro entro la durata di un governo Prodi. Queste -
puntualizza Munchau - non sono scommesse sull'impegno politico di Prodi nei
confronti dell'euro. Sarebbe infatti difficile trovare un
politico più a favore dell'Europa dell'ex presidente della Commissione europea. Queste sono
scommesse sulle circostanze economiche che potrebbero obbligare un governo a
prendere decisioni che sono inimmaginabili fino al momento in cui diventano
inevitabili».
«Tutti sappiamo - sottolinea Munchau
- che l'economia italiana si trova in
profonde difficoltà. Ma è importante ricordare che i problemi italiani sono
differenti da quelli della Francia e della Germania.
Molte economie continentali sono afflitte da bassa crescita e alta
disoccupazione. Anche l'Italia soffre di un basso livello di crescita
anche se la sua creazione di posti di lavoro è stata rilevante. Ma il problema
dell'Italia è quello di non essere
pronta a una vita nell'Unione monetaria».
Il Financial Times segnala
la forte discrasia tra problemi e soluzioni proposte. Da un lato infatti «sin dalla nascita dell'euro nel 1999, l'Italia ha registrato un massiccio
apprezzamento del suo tasso reale di cambio. I suoi costi unitari del lavoro
sono cresciuti del 20% rispetto alla Germania. Ma
mentre le retribuzioni tedesche reagiscono alla domanda aggregata, i salari
italiani continuano a crescere a un ritmo del 3%
annuo. L'Italia registra anche un problema
di competitività di prezzo in molti settori economici. Un programma sensibile
di riforme economiche dovrebbe concentrarsi sulla contrattazione salariale e
sulla regolamentazione dei mercati dei beni e servizi».
Dall'altro lato «Prodi offre il tipo sbagliato di riforme. Che consiste nello
stesso tipo di riforme dell'offerta che sono fallite in altri
Paesi europei. E dal momento che la sua frammentata coalizione
di moderati, socialisti e comunisti, avrà una sottolissima
maggioranza in Senato, potrebbe anche non essere in grado di portare a
compimento il suo insufficiente programma. Se l'Italia continuerà
a perdere competitività macroeconomica, u movimento politico populista potrebbe
ben emergere con un programma per l'abbandono dell'euro. Proviamo a
immaginare l'inimmaginabile e ipotizziamo che un futuro governo italiano riporti la
lira. Cosa succederebbe al debito del Paese, prevalentemente denominato in
euro, che attualmente raggiunge il 106,5% del Pil? L'Italia sarebbe quasi certamente incapace di rimborsare
pienamente le sue obbligazioni nei confronti degli investitori. E dovrebbe o
riconvertire tali debiti in lire a un tasso di cambio
sfavorevole agli investitori, o addirittura dichiarare apertamente l'insolvenza».
Il condirettore del Financial Times
snocciola qualche altra cifra rilevante. «Dal punto di vista di un investitore
l'abbandono dell'eurozona è equivalente a
un'insolvenza sovrana. E data questa
prospettiva, perché i mercati finanziari non stanno ancora scommettendo su un tale evento? La scorsa settimana i rendimenti sui titoli
pubblici decennali italiani registravano solamente un differenziale di 0,3
punti al di sopra degli equivalenti titolin tedeschi. E tale valutazione suggerisce che i
mercati non vedono attualmente un alto rischio di default. Ma certamente, anche se
qualcuno reputa improbabile l'abbandono italiano dell'eurozona, il rischio non è nemmeno pari a
zero».
Secondo Munchau «tre fattori potrebbero spiegare l'ottimismo del mercato. Primo l'opinione che l'Italia potrebbe
essere effettivamente intrappolata dentro l'Eurozona; lasciarla non
risolverebbe alcun problema economico. E tale argomento ignora oltretutto il fatto che l'insolvenza di solito non è la
conseguenza di una scelta razioanle ma del panico».
Il secondo fattore che spiegherebbe l'ottimismo del mercato sull'Italia «è l'opinione che la Banca centrale
europea in ultima istanza interverrebbe per evitare l'insolvenza di uno stato membro. Ma tale argomento - si legge ancora sul Financial
Times - sembra sottovalutare la decisione della Bcea a rispettare la propria regola di 'non salvataggio in tali
circostanze».
Il terzo fattore è quello che «anche se si accettasse
lo scenario peggiore, è ancora molto
improbabile che l'insolvenza si materializzi entro la vita residua di un'obbligazione decennale. E tale
argomento - sottolinea Munchau
- offre la spiegazione più plausibile per cui i mercati non hanno ancora fatto
pagare un premio di rischio più elevato sui titoli di stato italiani. E spiega anche perchè i mercati
obbligazionari sono notoriamente cattivi indicatori anticipati del rischio d'insolvenza. I mercati
obbligazionari sono compiacenti fino a quando iniziano
ad andare nel panico».
Il Financial Times chiede retoricamente: «dopo i risultati delle elezioni italiane gli investitori rimarranno altrettanto ottimisti
sui seguenti dieci anni durante la vita di un governo Prodi? Esiste una
ragionevole possibilità che nei prossimi cinque anni il premio di rischio
(italiano, ndr) salirà nei prossimi cinque anni. E prevedo - aggiunge Munchau -
anche un aumento per gli swap sull'insolvenza creditizia italiana,
strumenti finanziari attraverso i quali gli investitori possono assicurarsi
contro il rischio. La scorsa settimana gli investitori avrebbero pagato un
premio annuale di 21.750 euro per assicurarsi contro l'insolvenza su di un investimento di
10 milioni di euro in un titolo di stato italiano a 10
anni. E si tratta di un livello molto basso, date le
incertezze economiche e politiche. Tali swap, non
sono sofisticati strumenti speculativi. Un acquirente
di swap sull'insolvenza creditizia italiana viene rimborsato solo se l'Italia cade in uno stato d'insolvenza. Ma gli investitori sofisticati sanno come cistruire
strategie di trading profittevoli da una situazione così sbilanciata. I mercati
finanziari non possono provocare l'uscita di un Paese dall'Unione monetaria attraverso la
speculazione valutaria, come fecero nel 1002 facendo
uscire la Gran Bretagna dal meccanismo di cambio europeo. Ma
per gli investitori esistono altri modi per sfruttare le difficoltà di un Paese
dentro un'Unione monetaria».
«Ecco perché - conclude Munchau
- esistono dei paralleli tra l'Italia di oggi e la Gran Bretagna del 1992. Allora l'impegno della Gran Bretagna per il meccanismo
di cambio appariva incrollabile come l'impegno di Prodi per l'euro ora. Ma
la Gran Bretagna non era pronta nè economicamente nè politicamente a vivere in un regime di cambi semifissi. E la partecipazione dell'Italia all'euro è basata su fondamenti
parimenti traballanti. Quattordici anni fa per gli investitori ci vollero pochi
giorni per smascherare una bugia politica».