La Stampa, 08 Aprile 2006
Jean Lassalle
da 32 giorni fa lo
sciopero della fame
all’Assemblée
Domenico Quirico
corrispondente da PARIGI
Diciassette chili fa era dileggiato come «quel cretino dei Pirenei», una
macchietta che sollazzava i banchi dell’Assemblea. Adesso è un eroe, un Obelix
smagrito dal digiuno circondato da un clima di invulnerabilità che sta
dimostrando come anche nelle paludi parlamentari battano cuori saldi e
patriottismi strameritevoli. Non si capisce Jean Lassalle e la sua battaglia
contro un gigante economico giapponese se non si descrive una valle. Se ne
incontrano ancora di questi paradisi in Francia. La Vallée d’Aspe nei Pirenei è
un presepio di case immerse nei boschi, accudite da montagne selvatiche, una
strada che si arrampica tra muraglie di roccia verso il confine. Il forte di
Portalet sorveglia con le memorie dei suoi ospiti illustri e spesso non
volontari, Léon Blum, Georges Mandel, buon ultimo Philippe Pétain. In questa
arcadia assopita vivevano all’inizio del secolo dodicimila abitanti, pastori
soprattutto comandati dalle immemorabili leggi della stransumanza. Lassalle è
nato in una di queste famiglie, nel piccolo villaggio di Lourdios-Ichère, 150
anime. Il fratello è ancora lì, con le mucche e le «tommes» di formaggio. Ora
gli abitanti della valle sono 2800. E 150 lavorano alla fabbrica Toyal che
produce la pasta di alluminio per le vernici delle automobili. Come dire che
metà della valle vive con lo stipendio dei giapponesi. Pericolosa dipendenza in
tempi di mondializzazione. La Toyal è una filiale europea di un colosso
dell’alluminio, Toyo Aluminium k.k., che ha deciso che la Vallée d’Aspe è
suggestiva ma periferica; vuole spostare l’attività a 65 chilometri di distanza,
nel bacino industriale del Lacq, su terreni del gruppo petrolifero Total.
È a quel punto che Jean Lassalle, 50 anni, deputato del partito semigovernativo
UDF, ha deciso che un discorso la domenica davanti al sagrato della chiesa, una
lettera per conoscenza al ministro dell’Industria o perfino un sit-in davanti
alla fabbrica sarebbe stato troppo poco per ripagare la fiducia accordatagli dai
suoi elettori. Ed si è trasformato nel «samurai dei Pirenei» capace di sfidare,
con lo sciopero della fame, i giganti arroganti e ricchi di Osaka. Quando lo ha
annunciato ai colleghi della Assemblea Nazionale e si è installato nel suo
ufficio deciso ad andare fino in fondo tutti sono scoppiati a ridere, persino i
suoi colleghi di partito: «Eccolo qua il montanaro, alla ricerca di un po’ di
pubblicità!».
Con i guai che angosciano la Francia quei centocinquanta posti di lavoro perduti
e sperduti tra le montagne sembravano niente. Non conoscevano Lassalle, uno che
ha dovuto abbandonare gli studi e un futuro di campione del rugby per
guardagnarsi da vivere e che ha debuttato in parlamento intonando l’inno
pirenaico «Aquelos mountagnos» per protestare contro il ministro degli Interni
Nicolas Sarkozy che rifiutava di aumentare il contingente di gendarmi a tutela
della tranquillità della valle. Lassalle è presidente della associazione delle
popolazioni montane del mondo, quelle pietre e quei boschi sono la sua terra.
Figura formidabile in un paese che ha inventato il centralismo, ha una capitale
succhiattutto e cosmopolita ma che vive di piccole patrie amate talora fino alla
xenofobia localistica.
Ascoltiamolo, ha quel coraggio celestiale e senza incrinature di cui sono capaci
solo i pazzi e i bambini: «Che cosa diventano i miei concittadini se chiudono la
fabbrica? Non gli hanno chiesto che cosa ne pensano, gli hanno solo fatto delle
promesse senza futuro». Dopo 32 giorni di digiuno il corpo da mediano di mischia
è ridotto a uno sceletro, si teme ormai per la sua vita. Lui incalza: «I
politici non possono niente contro questo mondo che cambia, di fronte a questi
mostri economici, questi cannibali che si mangiano tra loro: sono in politica da
30 anni ma sapete, da un mese per la prima volta ho la impressione di essere
utile. Veramente».
Gli stanno ormai tutti attorno, socialisti e governativi, vengono a stringergli
la mano. Il presidente dell’Assemblea, Jean-Louis Debré è perseguitato
dall’incubo di vederlo stramazzare lì, tra i banchi della democrazia francese. È
riuscito a convincerlo a passare in ospedale. Ci andrà, ha promesso Lassalle, ma
solo per pochi minuti: «Il mio è un gesto di vita, io sono un uomo libero».