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LO STERMINIO DEI CAMPI

 

8 maggio 2007

 

 “Una volta avevo orrore dei campi di sterminio, oggi provo lo stesso orrore per lo sterminio dei campi”, così Andrea Zanzotto[1], il più grande poeta italiano vivente, durante la celebrazione che il mondo della cultura italiana gli ha tributato per i suoi 85 anni a Pieve di Soligo e a Venezia, ha lanciato il suo SOS per una natura che ogni giorno viene saccheggiata, stuprata, spremuta da una miriade di orrori ambientali a vantaggio di una speculazione edilizia dissennata in assoluto spregio dell’impatto ambientale.

 E, parafrasando “un certo” Albert Einstein, ha aggiunto che soltanto due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e che non è ancora certissimo della prima. Si riferiva a una stupidità verace e cioè a quella che l’uomo, con il suo antropocentrismo, rivela quasi ogni giorno sfregiando una natura che, nonostante gli scempi, sopravvive in una sorta di vendetta tra essa stessa che resta, e l’uomo che se ne va.

 E allora noi della società civile, giornalisti, intellettuali, poeti, artisti, dobbiamo raccogliere questo SOS e farlo nostro, non in maniera donchisciottesca, ma da paladini razionali e convinti, se non altro per difendere quel che rimane del nostro territorio non ancora vampirizzato da laterizi, gru e cemento. […]

Il nostro impegno nei confronti del grande vate è quello di lanciare un grido d’allarme dai luoghi in cui viviamo. E lo dobbiamo fare, non solo per i figli che mettiamo al mondo, che non hanno spazi verdi in cui giocare, o per gli anziani che, in una città assediata dal traffico e dall’inquinamento, non hanno dove andare, ma come impegno morale di uomini che hanno a cuore il futuro dei loro luoghi, perché se ognuno di noi curasse il proprio giardino, nell’era globale in cui viviamo, forse si proverebbe pensare a un mondo che non sia più quello che è, e sperare in un grande e immenso Eden. […]

 Anche Varese, un tempo”Città Giardino”, fa parte di quel villaggio globale che la rende provincia del mondo, è un continuo vomitar di ville, villini, schiere di orribili caseggiati, con giardini microscopici, claustrofobici, invivibili. Vogliamo il verde e il panorama sul lago, ma poi siamo i primi a distruggerlo per il nostro inesausto edonismo.

 E gli “eco-mostri” restano a dispetto di chi li ha costruiti, lasciando alle generazioni future un paesaggio saccheggiato dalla stupidità umana. Bisogna pensare in modo coraggioso e innovativo, ristrutturare e ricostruire là dove era già costruito, abbattere e rifare abitazioni dove già esistono, perché salvare i campi le valli è un dovere di tutti e questo non a scapito dei luoghi già fin troppo inurbati in cui il carico antropico è sempre più insopportabile.

 Esiste un altro paesaggio, quello dell’anima, da accudire e difendere, esattamente come quello descritto, che innalza il valore delle cose che costruiamo nella nostra vita.

 E avere più soldi non ha mai reso felice nessuno per sempre e, come dice il Vangelo, i tesori accumulati in terra, in cielo fan solo ruggine.

 E forse un giorno tra i capannoni abbandonati o dentro la vecchia caserma, fioriranno di nuovo la vitalba, la rosa canina, il tarassaco, o i topinambur.

 Allora avremo capito che qualcuno ha raccolto l’appello del grande poeta Andrea Zanzotto.

Dino Azzalin[2]

 

[1] Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo (Treviso) nel 1921. E’ considerato dalla critica come uno dei più importanti poeti del secondo Novecento (Premio Viareggio 1979, Premio Librex-Montale 1983, Premio "Feltrinelli" dell'Accademia dei Lincei 1987 per la poesia). Nelle sue prime opere, “Dietro il paesaggio”, “Elegia ed altri versi”, “Vocativo”, Zanzotto ritorna con continua passione sui fiumi, sui boschi, sui cieli, sulle stagioni dell'amata campagna veneta, esprimendone l'estasiata scoperta attraverso una parola che si fa creazione di analogie e alfabeti metafisici. Con le “IX Elogie” Zanzotto muta di colpo l’apparenza del suo discorso poetico spostandosi verso la percezione dell’invadenza drammatica e nevrotizzante della nuova realtà industrializzata e consumistica: un ossessionante viaggio attraverso l’oscuro e delirante mondo contemporaneo che porta ad abbandonare le linee luminose dei paesaggi dei primi libri, per descrivere un inferno lucido, meccanico e sconvolgente.

[2] Dino Azzalin è nato a Pontelongo (Padova) nel 1953. Vive a Varese. Giornalista pubblicista, collabora con diverse testate giornalistiche e riviste, ed è presente in diverse antologie; è fondatore ed animatore della NEM (Nuove Edizioni Magenta). Per le edizioni Crocetti ha pubblicato, oltre al presente volume (2006), anche I disordini del ritmo (1985, nella collana Alabastron 3), e Deserti (1994, Aryballos).