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E sono “piccole”, a
basso impatto ambientale e a budget ridotto: perché, allora, non vengono prese in considerazione? -
tratto da CONSAPEVOLE 12
In uscita a gennaio 2008 GRANDI OPERE - un libro di
Marco Cedolin (Arianna Editrice)
Marco Cedolin ci svela la
manipolazione informativa e mediatica messa in
opera a danno dei cittadini per fare loro non solo accettare, ma
desiderare, le grandi opere. Fonte di grandi guadagni, utili, necessarie
veloci: ma forse non tutti sanno che siamo tutti noi a pagarle, queste belle
e grandi opere, e che i soldi delle nostre tasse finiscono
nel portafoglio di coloro che, quando i tempi si allungano e l’opera non
finisce mai, non fanno altro che guadagnarci
Hai scritto un libro sulla TAV in Val
di Susa e hai seguito la protesta degli abitanti della valle. Ora è in uscita
il tuo nuovo libro, interamente dedicato alle grandi opere. Qual è stata la
molla che ti ha spinto verso queste tematiche?
Quello delle grandi opere
è un tema focale sul quale è necessario concentrare la nostra attenzione: con
il declino della produzione industriale, iniziato nella seconda metà degli
anni ’80, e l’avvento della delocalizzazione all’estero
delle attività produttive, è cresciuto in maniera esponenziale l’interesse
del sistema economico nei confronti di attività a basso contenuto
tecnologico, in grado di movimentare enormi capitali, come la costruzione
delle grandi opere. Questo pasaggio di risorse
finanziarie da settori maggiormente impegnativi – ad alta competizione e ad
elevato rischio d’impresa, quali quello industriale – in direzione di settori
estremamente più remunerativi e praticamente privi
di competizione quali quello delle grandi costruzioni, ha determinato il
potenziamento degli strumenti necessari per portare avanti queste attività.
Le macchine movimento terra, le frese, le talpe,
sono cresciute a dismisura, nel costo e nella capacità di trasformare e cementificare porzioni sempre maggiori di territorio. La
crescita dimensionale degli investimenti e degli strumenti ha
determinato un sovradimensionamento dei progetti, ragione per cui le opere
sono diventate sempre più grandi e costose, fino a staccarsi completamente
dalle reali necessità delle comunità e dei territori, per rispondere
unicamente alle necessità dell’economia: necessità legate alla loro
costruzione e non al loro utilizzo.
Il settore del “cemento e del tondino” connesso alle grandi opere è così
diventato terra di conquista per i grandi potentati economici e finanziari,
in quanto fonte di facile arricchimento a bassissimo rischio d’impresa. Nel
bel mezzo di questo processo sono venuti a trovarsi proprio i cittadini ed i
territori nei quali essi vivono, con la conseguenza che lo spazio vitale e la
qualità della vita di ciascuno hanno iniziato a
ridursi drasticamente.
Quale manipolazione nei confronti dei
cittadini si nasconde dietro il meccanismo delle grandi opere?
Negli
ultimi cinquant’anni la
nostra società ha subito un mutamento radicale che ha conosciuto il proprio
massimo nell’ultimo decennio. Contesti ritenuti un tempo pilastri
imprescindibili della società, quali la famiglia, il lavoro, la comunità,
sono diventati elementi sempre più incerti dell’esistenza. I ritmi sono
frenetici, il tempo libero sempre più compresso, le occasioni di rapportarsi
con il prossimo sempre più rare. Per la maggior parte delle persone,
rinchiuse nel proprio microcosmo, la televisione e la frettolosa lettura di
qualche quotidiano rappresentano la principale fonte di un’informazione
spesso superficiale e frammentaria.
In un contesto di questo genere è stato semplice,
per chi gestisce i grandi interessi economici ed ha il monopolio
dell’informazione, veicolare nell’immaginario collettivo un messaggio
fuorviante: la necessità di costruire opere sempre più grandi in grado di
aumentare la crescita economica, lo sviluppo, le opportunità di lavoro.
Secondo una pratica che si è consolidata nel tempo, i governi, fidando
sull’aiuto di esperti e giornalisti compiacenti,
hanno sedotto il cittadino, come si farebbe con un bambino. Costruiremo il
TAV perché così potrai viaggiare più velocemente, le merci arriveranno prima
e ci saranno meno TIR ad inquinare sulle strade,
costruiremo il megainceneritore perché così si eviteranno le discariche,
costruiremo nuove gallerie per velocizzare il traffico, costruiremo immense
dighe perché l’energia idroelettrica è pulita, e così via: ogni opera è stata
giustificata attraverso il mito del progresso che crea benessere e
prosperità.
Spesso si parla del fatto che le grandi opere
sono antieconomiche. La legislazione che regolamenta questo tipo di progetti permette, anzi favorisce uno, sperpero di denaro
inaudito. La classe politica, a livello trasversale senza escludere nessuno, è connivente con la classe imprenditoriale?
In ambito di grandi opere la legislazione è stata costruita in maniera
da essere funzionale ai grandi potentati economici e finanziari. La
commistione fra pubblico e privato, la creazione dei general
contractor, l’assoluta mancanza di una norma che pretenda accurati studi sui costi/benefici delle singole
opere come prerogativa alla loro realizzazione, ne sono la dimostrazione. Quasi sempre i costi ed i tempi di realizzazione di una
grande opera vengono pesantemente sottostimati, al fine di renderla
“presentabile” e magari vincere la gara di appalto al ribasso. Poi in corso
di realizzazione i tempi si allungano a dismisura ed i costi incrementano in
maniera esponenziale fino al 500%, come è accaduto in
Italia per alcune tratte TAV. Al contrario i
benefici e il ritorno economico di una grande opera in fase di progetto sono
sovrastimati spesso in maniera addirittura ridicola al fine di accreditarla
come necessaria. Solamente quando l’opera è terminata ci si trova di fronte
all’evidenza che i flussi di traffico reali sono 1/6
rispetto a quelli previsti, che il megainceneritore è una scelta fallimentare
e può sopravvivere solo grazie agli incentivi statali, che il costo
dell’energia prodotta attraverso una megadiga supera di 3 volte quello
nazionale.
La classe politica, a livello trasversale senza escludere
nessuno, è connivente con la classe imprenditoriale? Entrambe si favoriscono
a vicenda? Attraverso quali meccanismi?
Nei gruppi
imprenditoriali che gestiscono la costruzione delle grandi opere
sono presenti interessi di ogni genere: dai maggiori istituti bancari ed
assicurativi mondiali, alle industrie degli armamenti, ai colossi
metalmeccanici, petroliferi, alimentari, farmaceutici.
La politica svolge un ruolo sussidiario, assecondando in
maniera del tutto trasversale i grandi interessi, favorendo
di fatto il trasferimento del denaro pubblico che viene direttamente
dalle tasse dei cittadini nelle tasche dei grandi potentati e ricevendo in
cambio emolumenti e prebende. La politica è il tramite attraverso il quale il
potere economico e finanziario si rapporta con il cittadino. La sudditanza
della politica rispetto ai grandi poteri è assolutamente trasversale e va
oltre le divisioni tra destra e sinistra, funzionali solo alla conservazione
del consenso: nella truffa del TAV 90 miliardi di euro
del contribuente sono stati sprecati per la costruzione di un’infrastruttura
sostanzialmente inutile, con la condivisione di tutte le forze politiche.
In una regione come l’Emilia Romagna i cittadini si stanno mobilitando contro il
diffuso raddoppio e la costruzione, ex novo, di impianti di incenerimento dei
rifiuti. In questa regione nel settore opera la Holding
Hera. Quali sono le relazioni tra Hera il governo della regione?
Il Gruppo Hera è una multiutility a capitale misto pubblico/privato nata nel
2002 e quotata in borsa dal 2003 che ha incorporato le municipalizzate di
Bologna, Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini, Cesenatico, Faenza, Savignano, Imola, Lugo,
Riccione, Ferrara e Modena. Si tratta di un colosso che spazia dalla gestione
delle acque alla distribuzione dell’energia, allo smaltimento dei rifiuti,
fino alla gestione dei servizi cittadini e dei servizi
cimiteriali e funerari. Si colloca oggi al primo posto in Italia fra le multiutilities con un bacino di circa 2,5 milioni di abitanti e una copertura di circa il 70% del territorio
dell’Emilia Romagna. Hera rappresenta l’esempio più
evidente di come, attraverso la commistione fra pubblico e privato, vengano create delle aziende dalle potenzialità
economicamente spaventose che, godendo dei favori della politica a tutti i
livelli, accumulano enormi capitali e divengono monopolisti nella gestione
dei servizi. Molte municipalizzate, soprattutto nel
nord Italia, stanno seguendo questo esempio: è di qualche giorno fa la
notizia della fusione fra la municipalizzata di Milano AEM
e quella di Brescia ASM. La conseguenza di monopoli di questo genere, gestiti
in maniera spregiudicata al fine di sfruttare le posizioni di privilegio, si
traduce, per i cittadini, in un aumento dei costi, in una minore qualità dei
servizi e nell’assoluta mancanza di attenzione per
l’ambiente e la salute: lo dimostra la costruzione di nuovi inceneritori ed
il raddoppio di quelli esistenti, messi in cantiere da Hera
in Emilia Romagna.
Sul territorio nascono
associazioni di protesta, comitati, si organizzano incontri, convegni
e dibattiti. I cittadini dicono spesso no alle grandi opere. Ma alla protesta
spesso non si associa la proposta o per lo meno viene
taciuta dai media. Quali sono dunque le concrete strade alternative, a basso
costo e a basso impatto ambientale, praticabili con
successo? Potresti farci qualche esempio relativo alle
grandi opere trattate nel tuo prossimo libro?
I cittadini stanno iniziando ad opporsi alle
grandi opere perché si sentono stretti d’assedio dalla cementificazione
indiscriminata, dall’eccessivo aumento delle infrastrutture, dalla massa di
veleni di cui sono cosparsi i terreni ed è impregnata l’aria. Molto spesso
prendono coscienza della realtà quasi per caso, vedendo nascere l’ennesimo
cantiere dietro casa loro, apprendendo che dovranno vivere a 2 km da un
inceneritore, trovando un qualche mostro di cemento al posto del boschetto
dove erano soliti andare a passeggiare.
I cittadini contestano le grandi
opere perché le ritengono nocive e poco opportune e lo fanno sulla base di motivazioni di carattere economico ed
ambientale. Le alternative ci sono, ma non vengono
mai prese in considerazione: perché? Perché con le grandi
opere non si vogliono risolvere problemi, ma ingrassare le tasche dei grandi
potentati finanziari, economici e politici.
Facciamo qualche esempio.
I megainceneritori
non risolvono alcun tipo di problema poiché
trasformano semplicemente i rifiuti in un ammasso di particelle velenose
fatto di nanopolveri,
metalli pesanti,
diossina e furani, facendoli scomparire alla nostra
vista ma introducendoli dentro il nostro corpo attraverso l’inquinamento
atmosferico e la catena alimentare, con conseguenze devastanti per la salute
di noi tutti. I megainceneritori annientano la raccolta differenziata:
per mantenere le alte temperature di esercizio sono costretti a fagocitare
enormi quantitativi di materiali riciclabili quali plastica, carta e cartone.
I megainceneritori producono energia in maniera antieconomica, senza
rispettare l’ambiente, ed emettendo nell’atmosfera
quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di
eguale potenza.
Le alternative all’incenerimento esistono già e sono
enormemente meno impattanti e costose. Basterebbe impegnarsi per migliorare
in quantità e qualità i volumi della raccolta differenziata
e sottoporre la parte rimanente dei rifiuti al Trattamento Meccanico
Biologico, per ritrovarsi con una massa di rifiuti dalle potenzialità scarsamente
inquinanti non superiore al 15% del totale, da conferire nelle discariche per
inerti che sono le meno costose e pericolose.
Ma la raccolta differenziata ed il TMB non movimentano immensi capitali come invece fanno i
costosissimi megainceneritori, per cui si continuerà ad incenerire
avvelenando l’aria ed il suolo.
Il TAV non risolve alcun tipo di problema, poiché non
risponde alle esigenze della stragrande maggioranza dei viaggiatori e delle
aziende che intendano spedire le merci tramite ferrovia. L’alternativa
al TAV consiste nel potenziare il sistema ferroviario esistente, dotandolo
dei sistemi di sicurezza dei quali è in larga parte privo, raddoppiando i
binari laddove si viaggia ancora a binario unico, offrendo un servizio
decente ai pendolari che rappresentano l’80% dei viaggiatori, rinnovando il
materiale rotabile che versa in condizioni disastrose, investendo nel
personale che è quantitativamente insufficiente (in questo modo si creerebbe
anche quell’occupazione che il TAV non è in grado
di offrire) riorganizzando gli scali merci al fine di rendere efficiente e
competitivo il trasporto delle merci su ferro. Tutte operazioni concrete che determinerebbero uno scarso impatto ambientale ed
investimenti contenuti se raffrontati a quelli dispensati per la costruzione
del TAV. Ma chi gestisce il potere preferisce una
grande opera che movimenti nelle proprie tasche altrettanto grandi capitali,
poco importa se l’ambiente ne uscirà devastato, i pendolari continueranno a
vivere la loro via crucis quotidiana, le merci continueranno a transitare sui
TIR e le ferrovie licenzieranno 10.000 lavoratori nei prossimi 3 anni.
Il MOSE si propone di risolvere
il problema delle acque alte nella laguna veneta, a fronte di un’opera del
costo di 4 miliardi di euro che deturperà in modo
irreversibile l’intero ecosistema lagunare. Un gruppo di esperti
nominato dal Comune di Venezia ha presentato svariati
progetti in grado di ridurre il fenomeno delle alte maree attraverso
operazioni reversibili e scarsamente impattanti, a fronte d’investimenti
economici molto più modesti. Ma i potentati
economici e finanziari non sono interessati agli investimenti economicamente
modesti.
Ogni grande opera ha delle alternative infinitamente
meno costose, meno impattanti e praticabili con successo nell’immediato, ma
il vero problema è costituito dal fatto che chi gestisce le scelte politiche
ed economiche è interessato alle grandi opere unicamente in funzione del loro
enorme costo e non praticherebbe mai strade alternative che comportino inferiori
investimenti monetari.
Nel libro sostieni che il fascino delle
grandi opere è anche e soprattutto psicologico: una vera e propria fissazione
della nostra epoca. Come si può spiegare questo atteggiamento?
Viviamo in un’epoca in cui la grandezza
è assurta a sinonimo di bellezza,
di modernità, di progresso. Così come la quantità ha sostituito la qualità
nel determinare la valenza di qualsiasi cosa. Gli ipermercati hanno
soppiantato i negozi, le multisala i cinema, i grattacieli gli eleganti palazzi cittadini.
Nell’industria, come nella finanza, si sono moltiplicate le fusioni e le
incorporazioni finalizzate a costruire gruppi industriali e finanziari sempre
più grandi e potenti. Tutto ciò che è piccolo ci viene
presentato come brutto, anacronistico, superato. Il culto del grande e della
quantità è entrato a far parte della nostra vita di tutti i giorni, quasi
senza che ce ne rendessimo conto, ed oggi condiziona gran parte delle nostre
scelte. Compriamo televisori e monitor per pc
sempre più grandi, frigoriferi sempre più grandi,
automobili sempre più grandi, cucine e divani sempre più grandi, box doccia
sempre più spaziosi, armadi sempre più capienti per contenere maggiori
quantità di vestiti di bassa qualità, case e garage sempre più grandi che ci
permettano di stipare una quantità sempre maggiore di cose sempre più grandi.
Le grandi opere si inseriscono in un contesto
sociale che ama la grandezza: il cittadino è stato manipolato psichicamente
affinché consideri la crescita dimensionale e quantitativa come il principale
indicatore di benessere e sviluppo. Attraverso questo meccanismo i
manipolatori sono riusciti a renderci felici di essere
oggetto stesso della loro manipolazione, costringendoci a diventare complici
entusiasti di un “progresso” che si rivela funzionale solamente ai loro
interessi.
In pratica ci ritroviamo ad ammirare plaudenti come bambini con lo sguardo trasognato la costruzione di opere sempre più faraoniche e
costose, false dispensatrici di benessere e sviluppo, che vengono finanziate
attraverso il nostro denaro, mentre la qualità della nostra vita continua a
peggiorare, le opportunità di lavoro diminuiscono, i salari si assottigliano,
la precarietà dilaga sempre più.
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Sotto la Manica: acqua da tutte le
parti
Spesso, quando si parla di grandi opere, sentiamo
nominare il project financing: ma che cos’è questo
sconosciuto? Il project financing è una grande
chimera d’importazione anglo-americana attraverso la quale uno Stato, in
mancanza del capitale necessario per la costruzione di un’opera pubblica,
delega un privato a farlo in sua vece, garantendogli il ritorno del capitale
investito e l’accumulo di utili attraverso la gestione in concessione
dell’opera. L’unico caso in cui il sistema del project financing
è stato effettivamente applicato per la costruzione di una grande
infrastruttura in Europa, è stata la realizzazione
dell’Eurotunnel sotto la Manica: con effetti a dir
poco disastrosi. una società privata, Eurotunnel, ha provveduto a proprie spese alla
progettazione e costruzione di un’opera pubblica, confidando nel fatto di
potere successivamente rientrare del capitale investito ed accumulare utili
attraverso la gestione della stessa. La gestione dell’opera si è rivelata in
realtà fallimentare a causa della mancanza dei volumi di
traffico previsti: la società Eurotunnel, che non
ha mai chiuso un bilancio in attivo in 12 anni di gestione, è fallita e gli
azionisti hanno perso oltre il 90% del proprio capitale.
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FIAT, ENI, IRI, Impresilo, CMC: tutti a caccia di grandi opere
Attualmente in Italia sono moltissime le opere
pubbliche affidate ai general contractor,
fra i quali spiccano FIAT, ENI, IRI, Impregilo, e
le “cooperative rosse”, con in testa CMC, i Gruppi Gavio e Astaldi. Il general contractor è un concessionario
per la progettazione e costruzione di un’opera, cui non compete la gestione
della stessa. La figura del general contractor fu introdotta in Italia dall’allora Ministro
Signorile attraverso la legge n.80 del 1987 che
consentiva di derogare dalle norme europee e di
affidare i lavori alle imprese, attraverso lo strumento della concessione di
progettazione e costruzione, e fu poi perfezionata attraverso la legge Obiettivo del 2001. Questa
formula garantisce al concessionario tutti i poteri
del committente pubblico: nella gestione dei subappalti, nella direzione dei
lavori, negli espropri; ma lo esenta (caso unico in Europa) dal peso della
gestione diretta dell’opera. Naturalmente il general
contractor, non essendo impegnato nella successiva
gestione, non avrà alcun interesse nel procedere speditamente nei lavori, ma
al contrario tenterà di protrarli il più a lungo possibile, al fine di fare
lievitare al massimo la spesa. Inoltre il general contractor, a differenza del concessionario tradizionale
di lavori o servizi pubblici, può affidare i lavori a chi vuole, anche con
trattativa privata. Inoltre, essendo esso stesso un privato, non rischia di
essere perseguito per corruzione, in quanto eventuali tangenti possono essere
giustificate sotto forma di provvigioni.
In uscita a gennaio 2008 GRANDI OPERE - un libro di
Marco Cedolin (Arianna Editrice)
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