
Pubblico questo articolo
per ricordare agli amici pacifisti che i profeti disarmati vanno in rovina.
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La
Stampa, 15 Aprile 2007
Hitler minacciò il blitz e per errore gli americani bombardarono Zurigo
Il neutrale va alla guerra
Svizzera con
l’elmetto. In un saggio di Langendorf la Confederazione dal ’39 al ’45: non
schierata
ma decisa a difendersi. E
pronta ad abbattere gli aerei, sia tedeschi che alleati, in volo sui suoi cieli
ALBERTO MATTIOLI
Il paradosso della neutralità è che talvolta ti obbliga
a combattere per difenderla. Prendete la Svizzera. Anche se in Italia molti non
se ne sono accorti, il Paese che non fa guerre (escludendo quella civile del
1847) dall’epoca napoleonica ed è il simbolo stesso della neutralità è anche un
Paese di vecchie, gloriose e radicate tradizioni militari, che si prepara con
scrupolo alle guerre che non farà. Perché possono sempre essere gli altri a
farle a te.
È una delle lezioni che si ricavano dalla lettura di
Neutrale contro tutti - La Svizzera nelle guerre del ‘900 di Jean-Jacques
Langendorf (Edizioni Settecolori, pagg. 263, euro 18), che non è l’ultimo saggio
di questo eccentrico scrittore dagli interessi matti e disparatissimi, ma
l’ultimo dei pochi tradotti in italiano. Oltretutto la traduzione di Maurizio
Cabona è buona, tranne che per il titolo, più suggestivo nell’originale: La
Suisse dans les tempêtes du XXe siècle. In realtà, il libro è un pamphlet,
minuziosamente documentato e brillantemente scritto, sulla spinosa questione del
«collaborazionismo» svizzero con il Terzo Reich e sull’ancora più spinosa accusa
di avere speculato sull’«oro degli ebrei». Ma, a parte questo aspetto
controverso e, secondo Langendorf, calunnioso, svela una serie di dettagli poco
noti e molto gustosi sulla «partecipazione» svizzera alla Seconda guerra
mondiale, quando la Confederazione fu uno dei soli quattro Paesi europei a poter
restare neutrale e, in ogni caso, quello che lo fu di più. A parte Spagna e
Portogallo, protetti dalla geografia, il paragone più calzante è quello con la
Svezia, che autorizzò massicci passaggi di truppe tedesche sul suo territorio.
La Svizzera era arrivata assolutamente impreparata allo
scoppio della Prima guerra mondiale ma, esprimendo una classe dirigente in grado
di imparare dai suoi errori invece di ripeterli, non si fece sorprendere dalla
Seconda. E fece subito capire che era dispostissima a difendere le sue
frontiere, comprese quelle aeree. Dal 10 maggio all’8 giugno 1940, quando la
Wehrmacht travolse la Francia, l’aviazione elvetica abbatté 11 aerei tedeschi
che avevano sconfinato perdendone solo tre. Un 11 a 3 che fece imbufalire il
Reichsmarschall Hermann Göring e che è ancora più significativo perché la caccia
elvetica volava sugli stessi Messerschmitt di quella tedesca. Cambiando l’ordine
degli avversari, il risultato non cambiò. Per esempio, il 12 luglio ‘43 la
contraerea svizzera buttò giù due Lancaster inglesi che avevano bombardato per
errore il Vallese. In totale, in cinque anni di «neutralità» gli svizzeri
abbatterono o costrinsero all’atterraggio 25 aerei «nemici», equamente
ripartiti: 12 tedeschi e 13 alleati. Naturalmente, quando gli alleati
inaugurarono la strategia, costosa, inutile e moralmente discutibile, dei
bombardamenti strategici sulla Germania, la «piccola grande repubblica» ci andò
di mezzo. Bilancio: 7.379 allarmi, con 84 morti, 260 feriti e 65 milioni di
franchi di danni. I casi più eclatanti nel ‘44, quando gli americani fecero 40
morti bombardando Sciaffusa e poco dopo replicarono su Zurigo scambiata per
Friburgo. In questo caso i piloti finirono davanti a una corte marziale,
curiosamente presieduta da James Stewart, il divo di Hollywood all’epoca
colonnello dell’U.S. Air Force, e furono assolti.
Naturalmente, gli svizzeri non si limitarono a difendere
i cieli. Un’invasione tedesca venne a lungo considerata possibile e in alcuni
momenti probabile. La Confederazione affidò il comando dell’esercito (che è
ancor oggi Il formidabile esercito svizzero, come il giornalista del New Yorker
John McPhee ha titolato il suo reportage, pubblicato in Italia da Adelphi) a un
generale francofono, Henri Guisan, che elaborò la stregia del «Ridotto»: le
truppe alla frontiera si sarebbero immolate, mentre il grosso ripiegava nel
cuore, montagnoso e fortificatissimo, del Paese. In sostanza, una raffinata
concezione della deterrenza. Per Guisan come per i suoi successori fino a oggi,
l’idea-base è sempre stata quella: un eventuale invasore deve sapere che
l’occupazione della Svizzera gli costerà tanti sforzi, perdite e tempo da non
rendere conveniente tentarla. È esattamente quel che concluse Hitler, che pure
aveva meditato un blitz. Il suo interprete, Paul Schmid, testimonierà che,
incontrando Mussolini al Brennero il 2 giugno ‘41, il Führer inveì contro gli
svizzeri, «il popolo più ripugnante nella forma di Stato più squallida». Bissò
lo sproloquio l’anno seguente («uno Stato come la Svizzera, purulenza sul corpo
europeo, semplicemente non deve esistere»), mentre per Goebbels la Svizzera era
«venduta o ebraica». Ma la Confederazione era pronta: esercito mobilitato, pieni
poteri al governo, depositi colmi, misure economiche decise. E preparazione
anche morale. Il 25 luglio ‘40, dopo il crollo della Francia, Guisan riunì e
arringò 500 ufficiali sul prato del Grütli, dove la leggenda vuole che, dal
giuramento dei delegati di Uri, Schwyz e Unterwald, sia nata la Nazione. Altro
che Heidi e la cioccolata. Così oggi la Svizzera ha piazze e strade intitolate a
Guisan. Forse è l’unico generale della storia che abbia avuto una statua non per
aver vinto una guerra, ma per essere riuscito a non farla.