Intervista a Maurizio Pallante
Stili di vita individuali, innovazione tecnologica mirata e impegno
politico. Secondo Maurizio Pallante la decrescita è come uno sgabello a tre
gambe: nel momento in cui uno dei tre sostegni viene a mancare, la seduta
rovina a terra. Per questo ognuna delle gambe è ugualmente importante
rispetto alle altre, e tutte e tre sono indispensabili e fondamentali
Clima, ambiente, grandi opere, rifiuti, energia. Maurizio Pallante,
sollecitato dalle domande di Marco Cedolin, ci fornisce un ritratto chiaro
di quello che è il mondo attuale e delle dinamiche e economiche che lo
governano. Allo stesso tempo ci offre una visione lucida, appassionata ed
estremamente concreta del mondo con la “decrescita applicata”: un mondo di
felicità e benessere che tutti noi siamo chiamati a costruire.
Si sta parlando molto dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici
in atto e futuri. Nonostante le grida di allarme spesso vengano condivise
dai governi e dagli amministratori e diffuse attraverso i grandi media, si
percepisce l’impressione che tali grida siano destinate a cadere nel vuoto.
Come mai questi soggetti, che gestiscono le scelte politiche ed economiche,
da un lato lanciano l’allarme sulla degenerazione dell’ambiente e del clima,
e dall’altro continuano a propagandare la crescita e lo sviluppo come
prerogative irrinunciabili per la costruzione del futuro?
Il profeta Isaia diceva che Iddio acceca quelli che vuol perdere. Martedì 26
giugno sul giornale la Repubblica si faceva il resoconto dell’ondata di
caldo soffocante che aveva investito il nostro paese (46 gradi a Catania).
Questi i titoli degli articoli: L’Italia soffoca; Sud in ginocchio, due
morti, black out e incendi. Mezzo milione di anziani a rischio, ecco il
decalogo per proteggersi. Afa record, l’Oms avvisa l’Italia “Ogni anno
cinquemila vittime”. Nelle pagine di Torino, come se niente fosse, si
propagandavano le iniziative promozionali per la presentazione di una nuova
automobile Fiat. Questo il titolo dell’articolo a tutta pagina: Cinquecento,
una festa olimpica. Due giorni in piazza, la settimana prossima, per la
nuova nata (sic!) Fiat.
Incapacità logica di fare il banale collegamento tra le emissioni di gas
serra degli autoveicoli e l’innalzamento della temperatura terrestre?
Schizofrenia? Come si fa a raccontare con toni drammatici i disastri causati
da un problema che sta stravolgendo il mondo e far festa per ciò che lo
causa? Questo atteggiamento da parte della classe dirigente del nostro paese
è più pericoloso dell’effetto serra, che se si volesse e se si fosse più
responsabili potrebbe essere affrontato con efficacia.
Ritieni che una società nella quale si
continua a perseguire la crescita dei consumi, del pil, della movimentazione
di merci e persone, degli investimenti in grandi infrastrutture rappresenti
davvero, come molti sostengono, un approccio di sviluppo sostenibile? Ed
esistono nella realtà dei fatti uno sviluppo ed una crescita sostenibili?
La locuzione “sviluppo sostenibile”, è logicamente un ossimoro a cui
qualcuno prova a dare un significato, ma la maggior parte delle volte è
usato per nascondere, attraverso un artificio verbale, le peggiori
aggressioni all’ambiente. Parlare di sostenibilità in relazione alle grandi
opere è soltanto un imbroglio nel tentativo di acquistare il consenso degli
ingenui e dei disinformati. In senso buono lo sviluppo sostenibile consiste
nella scelta di utilizzare tecnologie meno invasive nei confronti degli
ecosistemi, per poter continuare a crescere economicamente.
La crescita, senza attenuazioni degli impatti
ambientali che genera, corrode rapidamente le condizioni che le consentono
di proseguire. Chi sostiene la
necessità di sviluppare le fonti rinnovabili in sostituzione di quelle
fossili compie un’operazione di questo genere. Se il petrolio finisce e
cambia il clima come si potrà continuare a crescere? Per la crescita sono
indispensabili le fonti rinnovabili perché si ritiene che siano illimitate e
pulite. Consentono di continuare a crescere. Nel caso in cui, per assurdo,
si arrivasse a trovare una fonte illimitata e pulita, la crescita non
avrebbe più ostacoli a sfasciare il mondo, trasformando in tempi sempre più
brevi quantità sempre maggiori di risorse in rifiuti. Se il treno della
crescita corre a velocità folle verso un precipizio, lo sviluppo sostenibile
si limita a rallentare la velocità di questa corsa, ma non la sua direzione.
Ciò che occorre è rallentare la
velocità del treno e contemporaneamente cambiare la direzione dei binari su
cui viaggia. Per sviluppare le fonti
rinnovabili e far sì che possano soddisfare il fabbisogno energetico
dell’umanità, occorre inserirle all’interno di un processo di
diminuzione dei consumi energetici,
attraverso l’eliminazione degli sprechi,
delle inefficienze, degli usi impropri, allungando la durata di vita degli
oggetti, sviluppando una maggiore
sobrietà, riducendo le distanze tra i
luoghi di produzione e i luoghi di consumo, favorendo le economie
locali autocentrate e contrastando la globalizzazione. In una
parola: per invertire la tendenza autodistruttiva in atto occorre produrre
di meno e meglio.
I molti movimenti che oggi in Italia si battono contro le grandi
opere e le nocività, avversando la costruzione del TAV, della base militare
americana di Vicenza, del Mose, degli inceneritori, delle centrali a
carbone, secondo te difendono solamente interessi localistici o stanno
maturando la consapevolezza della necessità di un nuovo modello di società
che prescinda dai dogmi della crescita e dello sviluppo?
La forza dei movimenti popolari che si oppongono alla loro realizzazione nei
territori in cui vivono è la reazione di chi sente incombere la minaccia di
una rovina irreparabile sulla sua casa. È la forza della disperazione. Non è
facilmente domabile perché la sconfitta comporta la perdita del futuro e
della speranza. Ma ha una debolezza di fondo: si esprime sostanzialmente in
termini difensivi. Dice no. Uniscono i no, ora qui, ora là. Le proposte
alternative non mancano, ma sono per lo più di massima, non definite in
termini di fattibilità economica e tecnologica, non perseguite con l’impegno
e la tenacia necessari a realizzarle, con lo stesso impegno e la stessa
tenacia con cui si argomentano e si sostengono le ragioni del no. Ma la loro
principale debolezza consiste nel fatto che sono proposte di soluzioni
alternative allo stesso tipo di problema. Non lo mettono in discussione, non
ne analizzano le cause, non si propongono di eliminarlo. Ne ridimensionano
la portata, ne contestano la soluzione, ne propongono un’altra. Sostengono
che la crescita dei consumi di energia sarà inferiore alle previsioni e
basterà sviluppare le fonti rinnovabili per evitare di effettuare
trivellazioni petrolifere, costruire rigassificatori e centrali
termoelettriche. Che il potenziamento della raccolta differenziata
ottenibile col porta a porta ridurrà la quantità di rifiuti da smaltire e
non sarà necessario costruire gli inceneritori. Che il traffico merci
aumenterà meno di quanto indicato negli scenari di previsione e il
potenziamento della linea ferroviaria esistente basterà a smaltirlo senza
costruire la linea ad alta velocità.
Se non si vuole rimanere prigionieri di una strategia difensiva caso per
caso, occorre capovolgere questi presupposti concettuali. Occorre elaborare
una politica economica finalizzata alla decrescita del prodotto interno
lordo e alla riduzione dell’impronta ecologica.
Se si ristrutturano gli edifici esistenti riducendo le loro dispersioni
energetiche per fare in modo che invece di consumare 20 litri di gasolio, o
20 metri cubi di metano al metro quadrato all’anno – come succede mediamente
in Italia – ne consumino da un massimo di 7 a un minimo di 1,5 – come
prevede la normativa in Alto Adige e in Germania – non si rinuncia a niente,
anzi il comfort termico migliora, le emissioni di CO2 si riducono da un
minimo di due terzi a un massimo di nove decimi, si crea occupazione
qualificata, si eseguono lavori che hanno un senso, ma si riducono i consumi
di fonti fossili e, una volta ammortizzati gli investimenti, si ha una
riduzione del prodotto interno lordo. Questa è un’alternativa concreta alla
costruzione dei rigassificatori, perché consente di ridurre la domanda molto
di più quanto quegli impianti non siano in grado di accrescere l’offerta, si
può realizzare in tempi più brevi ed è più conveniente economicamente.
Se si producono oggetti destinati a durare più a lungo, riparabili,
progettati anche in funzione di uno smontaggio con suddivisione e recupero
dei materiali in tempi e modi industriali, non si rinuncerebbe a nulla e la
quantità dei rifiuti diminuirebbe. Se venisse incentivato l’acquisto dei
servizi anziché dei prodotti in grado di fornirli (il servizio di
fotocopiatura invece delle fotocopiatrici come già succede; il servizio
della mobilità invece delle automobili come già fanno le aziende prendendole
in leasing; il servizio del freddo invece del frigorifero, come potrebbe
succedere, eccetera), la durata degli oggetti aumenterebbe, gli oggetti
verrebbero progettati per essere riparati e non sostituiti al minimo guasto,
al termine della loro vita alle aziende produttrici converrebbe riciclare e
riutilizzare i materiali di cui sono composti. Il riciclaggio dei rifiuti
non rappresenterebbe più un costo per la collettività, ma una riduzione di
costi per le imprese. Se il costo degli imballaggi venisse posto a carico
dei produttori e dei venditori di merci, se la tariffa dei rifiuti domestici
venisse commisurata alla quantità dei materiali non raccolti in maniera
differenziata, si incentiverebbe la riutilizzazione dei materiali e si
avrebbe una riduzione dei costi direttamente proporzionale alla riduzione
dei rifiuti. La somma di queste e altre analoghe misure eviterebbe di
costruire inceneritori, offrirebbe nuove opportunità di occupazione
qualificata, diminuirebbe rischi e pericoli, ridurrebbe le emissioni di CO2,
di polveri sottili e ultrasottili, di diossine e altre sostanze inquinanti.
Anche in questo caso si avrebbe una riduzione del prodotto interno lordo.
Una decrescita felice, che aumenta il benessere e l’occupazione.
Anche l’opposizione al potenziamento delle basi militari, a Vicenza come a
Sigonella, deve integrare le sue sacrosante motivazioni etiche con
l’elaborazione di una strategia capace di erodere le cause che li motivano.
Prima della caduta del muro di Berlino, le basi militari americane sparse
nel mondo rispondevano alla necessità di contrastare gli arsenali atomici
dell’Unione Sovietica. Oggi, dietro lo schermo della lotta al terrorismo,
rispondono alla necessità di controllare l’afflusso del petrolio dal
medio-oriente ai paesi occidentali. Questo petrolio è necessario alla
crescita delle loro economie. Se venisse a mancare, o si riducesse, o i
prezzi salissero in modo incontrollato, la crescita economica perderebbe la
sua linfa vitale. Pertanto, se si vuole contrastare efficacemente il
potenziamento delle basi militari, occorre sviluppare una politica
energetica finalizzata alla diminuzione dei consumi di fonti fossili,
innanzitutto mediante la riduzione degli sprechi e la crescita
dell’efficienza dei processi di trasformazione. La riduzione della domanda
che si può ottenere con le migliori tecnologie a disposizione è superiore al
50 per cento. Questo è il prerequisito per lo sviluppo delle fonti
rinnovabili, sia perché farebbe crescere in misura significativa il loro
contributo percentuale al fabbisogno, sia perché libererebbe grandi quantità
di denaro con cui si possono finanziare. In questo modo si può avviare un
circolo virtuoso, che crea occupazione e riduce le emissioni di CO2, mentre
riduce il bisogno di controllare militarmente le aree del mondo in cui si
trovano le fonti fossili.
Tu hai scritto molti libri sul tema della
decrescita e recentemente hai fondato il Movimento per la Decrescita Felice
(MDF) che tanto interesse sta suscitando in giro per l’Italia. Molte persone
temono che “decrescita” significhi privazione, perdita delle comodità
acquisite, ritorno ad una società primitiva e negazione della tecnologia. Ci
spiegheresti cosa significa in realtà decrescita e quale tipo di società
prospetti ne programma politico del MDF?
Per capire cosa sia la decrescita,
e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di
orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è
necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita
economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella
crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e
produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In
realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno
lordo, si limita a calcolare il valore monetario delle merci, cioè dei
prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il
concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non
tutte le merci sono beni.
La frutta e la verdura coltivate in un
orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori
della frutta e della verdura acquistate al supermercato.
Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono
merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei
loro equivalenti prodotti commercializzati, non sono stati prodotti con
veleni e sostanze di sintesi chimica, non hanno impoverito l’humus, non
hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto
interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha
bisogno di andare a comprarla. In una società fondata sulla crescita, dove a
ogni piè sospinto tutti la invocano come il fine delle attività economiche e
produttive, il suo comportamento è asociale.
Se, dunque, il prodotto interno lordo misura il valore monetario delle
merci e non prende in considerazione i
beni, la
decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di merci. Non
dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di
beni autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti.
Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono
merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale
e un obbiettivo politico, se si realizza come una diminuzione della
produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di
beni che non sono merci. Questo
processo è in grado di apportare miglioramenti alla qualità della vita e
degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione
ben temperata, per usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude
intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di
avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende
tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le
merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro
qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai
suoi affetti? Vive felicemente chi vive in una società che si propone di
produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e
sacrifica a questo obbiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli?
Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della
qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono
beni?
Una delle critiche che più frequentemente
viene mossa ai fautori della decrescita riguarda il fatto che si tratti di
una teoria astratta difficilmente applicabile nella realtà. La decrescita
felice che tu proponi sembra partire invece proprio da presupposti quanto
mai reali e concreti, riusciresti a spiegarci quali sono?
A chi obbietta che la decrescita è un’utopia, bisogna
innanzitutto ricordare che è la
crescita ad essere un’utopia, per di più terrificante.
In un mondo che ha una quantità finita di risorse e una capacità finita di
assorbire i rifiuti liquidi, solidi e gassosi prodotti dalla produzione e
dal consumo di merci, un processo di crescita economica infinita è
impossibile. La decrescita, invece è possibile, ragionevole e desiderabile.
Chiunque può contribuire a realizzarla nella propria vita ricavandone
vantaggi non altrimenti ottenibili. Tre sono le direttrici su cui si deve
operare: gli stili di vita individuali, una innovazione tecnologica mirata e
l’impegno politico. Per usare un’immagine, la decrescita è come uno sgabello
a tre gambe. Se ne manca una, cade.
Gli stili di vita finalizzati alla decrescita si basano sulla
sobrietà e sull’autoproduzione,
sulla valorizzazione degli scambi non mercantili fondati sul dono e sulla
reciprocità, sulle filiere corte nei rapporti mercantili. La sobrietà – che
significa usare con rispetto e moderazione le risorse della terra, far
durare gli oggetti il più possibile e riciclare le materie di cui sono
composti quando vengono dimessi – è quella saggezza antica che oggi ha
trovato una formulazione scientifica nella teoria dell’impronta ecologica.
In relazione alla tecnologia, le innovazioni tecnologiche finalizzate alla
decrescita hanno l’obbiettivo di ridurre, per ogni unità di prodotto o di
servizio fornito, la quantità di energia e di materie prime necessarie a
produrli, di conseguenza le quantità di rifiuti prodotti sia in fase di
produzione, sia in fase di dismissione degli oggetti prodotti. Basta
ricordare l’esempio delle case ad alta efficienza energetica, ma se ne
potrebbero fare moltissimi.
La terza gamba dello sgabello è
l’impegno politico, per far sì che le scelte delle amministrazioni pubbliche
vadano nella direzione della decrescita.
Se i consigli comunali approvano regolamenti che impongono di costruire
edifici ad alta efficienza energetica, da una parte favoriscono lo sviluppo
delle tecnologie che riducono il consumo di energia e risorse a parità di
benessere, dall’altra determinano un abbassamento dei consumi inutili e
dannosi rappresentati dagli sprechi. Se invece di far costruire inceneritori
favoriscono la raccolta differenziata e il riciclaggio, da una parte
riducono il consumo di risorse naturali e dell’energia necessaria a
trasformarle in materie prime, semilavorati e prodotti, dall’altra
favoriscono lo sviluppo delle innovazioni tecnologiche in grado di
trasformare i rifiuti in risorse.
Cosa
diresti ad un normale cittadino che ti domanda come può applicare fin da
subito la decrescita nella propria vita di tutti i giorni?
Di verificare che tutte le sue scelte vadano a consolidare le tre
gambe dello sgabello. Non è complicato, si sta meglio, migliorano i rapporti
con se stessi, con gli altri e con l’ambiente in cui si vive, si ha la
soddisfazione di fare cose giuste e si partecipa a un grande progetto di
riconciliazione della specie umana con l’ecosistema terrestre.
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