Marco Cedolin
Fra le molte motivazioni che dimostrano quanto sia anacronistica e priva di
qualsiasi valenza oggettiva la battaglia fin qui condotta in sede europea
dal governo e da Confindustria
contro il nuovo piano UE che intende limitare le
emissioni inquinanti nel prossimo decennio, una più di ogni altra dovrebbe
indurre alla riflessione l’incartapecorita classe dirigente italiana.
Lo spunto non proviene da qualche avanguardia di pensatori ecologisti e
neppure dalla folta schiera di coloro che si stanno avvicinando alla
filosofia della decrescita, bensì da uno studio realizzato dall’Università
di Berkley, concernente gli effetti sull’economia delle politiche di
efficienza energetica intraprese dalla California all'indomani dello shock
petrolifero del 1977. Effetti che sono stati valutati dagli studiosi
americani unicamente nell’ottica del modello di sviluppo basato sulla
crescita economica tanto caro a Berlusconi e agli industriali italiani.
David Roland-Holst, economista del Center for Energy, Resources and Economic
Sustainability del prestigioso ateneo californiano ha messo in luce come nel
corso dell’ultimo trentennio l’introduzione in California di altissimi
standard di efficienza energetica sia per quanto concerne gli edifici, sia
nell’ambito degli elettrodomestici, abbia determinato la creazione di un
vero e proprio circolo virtuoso che oltre a determinare un miglioramento
dello stato di salute dell’ambiente ha comportato la creazione di un milione
e mezzo di nuovi posti di lavoro a fronte dei 25mila persi.
Il notevole risparmio energetico, grazie al quale la California consuma oggi
la stessa quantità di energia che bruciava 30 anni fa, mentre nel resto
degli Stati Uniti nello stesso lasso di tempo i consumi sono raddoppiati, ha
evitato la costruzione di 24 nuove centrali elettriche di media potenza,
lasciando nelle tasche dei cittadini una gran quantità di dollari sottratti
al pagamento delle bollette dell’energia.
Lo spostamento di grandi risorse da un settore a bassissima incidenza
d’occupazione come quello dei prodotti petroliferi, ad altri settori come
l’alimentare, le manifatture ed i servizi che comportano un elevato numero
di occupati si è rivelata una molla in grado di sollevare l’economia
californiana che a fronte di "perdite" per 1,6 miliardi di dollari nel
settore energetico, nel corso del trentennio preso in esame, ha visto
crescere il volume d'affari complessivo di ben 44,6 miliardi di dollari.
Non resta che domandarsi quando l’imbolsita classe politica del nostro Paese
abbandonerà il convincimento perverso secondo cui l’ambiente sarebbe il
peggiore nemico dell’economia e anziché continuare a sovvenzionare a fondo
perduto la FIAT e gli altri “baroni” del parassitismo imprenditoriale
italiano con rottamazioni e regalie assortite, inizierà a destinare il
denaro pubblico alla costruzione di qualcosa di utile per la collettività.
Anziché recarsi a Bruxelles a contestare gli alti costi del nuovo pacchetto
ambientale, rendendosi ridicolo di fronte a tutto il resto d’Europa, chi
governa il Paese dovrebbe mettere in atto grandi investimenti finalizzati
alla ristrutturazione in chiave di efficienza energetica del patrimonio
immobiliare italiano, al miglioramento del sistema di distribuzione
dell’energia e all’autoproduzione energetica locale, compiendo in questo
modo il primo passo indispensabile per liberare una cospicua parte delle
risorse che oggi vengono bruciate nell’acquisto di petrolio e gas,
contribuendo a migliorare tanto lo stato dell’ambiente quanto quello
dell’economia, generando nuova occupazione e diminuendo la nostra dipendenza
dai combustibili fossili.
