Così si
esprimeva Pasolini a proposito della distruzione del mondo contadino
(includendovi anche il mondo operaio nella prima fase dell'industrializzazione
massiccia, e quello sottoproletario) e l'avvento di un nuovo totalitarismo, il
più invasivo che mai si sia visto nella storia, basato sulla omologazione
consumistica, in una lettera aperta a Italo Calvino e pubblicata su Paese sera
dell'8 luglio 1974 (in: P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano,
1975, 1981, pp. 60-65):Caro
Calvino,
Maurizio Ferrara dice che io rimpiango un'«età dell'oro», tu dici che
rimpiango «l'Italietta»: tutti dicono che rimpiango qualcosa, facendo di
questo rimpianto un valore negativo e quindi un facile bersaglio.
Ciò che io rimpiango (se si può parlare di rimpianto) l'ho detto chiaramente,
sia pure in versi (Paese Sera, 5-1-74). Che degli altri abbiano fatto finta
di non capire è naturale. Ma mi meraviglio che non abbia voluto capire tu (che
non hai ragioni per farlo). Io rimpiangere l'Italietta? Ma allora non hai
letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderón, non hai letto una
sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films,
non sai niente di me! Perché tutto ciò che io ho fatto e sono, esclude per sua
natura che io possa rimpiangere l'Italietta. A meno che tu nn mi consideri
radicalmente cambiato: cosa che fa parte della psicologia miracolistica degli
italiani, ma che appunto per questo non mi par degna di te,
L'«Italietta» è piccolo borghese, fascista, democristiana; è provinciale e ai
margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e
volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda
personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha
arrestato, processato, perseguitato tormentato, linciato per quasi due
decenni. Questo un giovane può non saperlo. Ma tu no. Può darsi che io abbia
avuto quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere l'angoscia di
chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l'arrivo di una citazione del
tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei
giornali atroci notizie scandalose sulla sua persona. Ma se tutto questo posso
dimenticarlo io, non devi però dimenticarlo tu…
D'altra parte, questa «Italietta» , per quel che mi riguarda, non è finita. Il
linciaggio continua. Magari adesso a organizzarlo sarà l'«Espresso», vedi la
noterella introduttiva («Espresso», 23-6-74) ad alcuni interventi sulla mia
tesi («Corriere della Sera», 10-6-74): noterella in cui si ghigna per un
titolo non dato da me, si estrapola lepidamente dal mio testo, naturalmente
travisandolo orrendamente, e infine si getta su di me il sospetto che io sia
una specie di nuovo Plebe: operazione di cui finora avrei creduto capaci solo
i teppisti del «Borghese».
Io so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo
perché, in parte, è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio,
cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e
borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io, come il dottor
Hyde, ho un'altra vita. Nel vivere questa vita, devo rompere le barriere
naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell'Italietta, e
sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo
sottoproletario e il mondo operaio. L'ordine in cui elenco questi mondi
riguarda l'importanza della mia esperienza personale, non la loro importanza
oggettiva. Fino a pochi anni fa questo era il mondo preborghese, il mondo
della classe dominata. Era solo per mere ragioni razionali, o, meglio,
statali, che esso faceva parte del territorio dell'Italietta. Al di fuori di
questa pura e semplice formalità, tale mondo non coincideva affatto con
l'Italia. L'universo contadino (cui appartengono le culture sottoproletarie
urbane, e, appunto, fino a pochi anni fa, quelle delle minoranze operaie, che
erano vere e proprie minoranze, come in Russia nel '17) è un universo
transnazionale: che addirittura non riconosce le nazioni. Esso è l'avanzo di
una civiltà precedente (o di un cumulo di società precedenti tutte molto
analoghe fra loro), e la classe dominante (nazionalista) modellava tale avanzo
secondo i propri interessi e i propri fini politici (per un lucano - penso a
De Martino - la nazione a lui estranea, è stato prima il Regno Borbonico, poi
l'Italia piemontese, poi l'Italia fascista, poi l'Italia attuale: senza
soluzione di continuità).
È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale,
sopravvissuto solo fino a pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla
dimoro il più a lungo possibile nei paesi del Terzo Mondo, dove esso
sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch'esso entrando nell'orbita
del cosiddetto Sviluppo).
Gli uomini di questo universo non vivevano un'età dell'oro, come non erano
coinvolti, se non formalmente con l'Italietta. Essi vivevano quella che
Chilanti ha chiamato l'età del pane. Erano cioè consumatori di beni
estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente
necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni
superflui rendono superflua la vita (tanto per essere estremamente elementari,
e concludere con questo argomento). Che io rimpianga o non rimpianga questo
universo contadino, resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di
esercitare sul mondo attuale così com'è la mia critica: anzi, tanto più
lucidamente quanto più ne sono staccato, e quanto più accetto solo stoicamente
di viverci.
Ho detto, e lo ripeto, che l'acculturazione del Centro consumistico ha
distrutto le varie culture del Terzo Mondo (parlo ancora su scala mondiale, e
mi riferisco appunto anche alle culture del Terzo Mondo, cui le culture
contadine italiane sono profondamente analoghe): il modello culturale offerto
agli italiani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico. La
conformazione a tale modello si ha prima di tutto nel vissuto,
nell'esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento. È qui che si vivono
i valori, non ancora espressi, della nuova cultura della civiltà dei consumi,
cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto. Dal
punto di vista del linguaggio verbale, si ha la riduzione di tutta la lingua a
lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell'espressività. I dialetti
(gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spazio: i figli son
costretti a non parlarli più perché vivono a Torino, a Milano o in Germania.
Là dove si parlano ancora, essi hanno totalmente perso ogni loro potenzialità
inventiva. Nessun ragazzo delle borgate romane sarebbe più in grado, per
esempio, di capire il gergo dei miei romanzi di dieci-quindici anni fa: e,
ironia della sorte!, sarebbe costretto a consultare l'annesso glossario come
un buon borghese del Nord! (…)
Naturalmente questa mia «visione» della nuova realtà culturale italiana è
radicale: riguarda il fenomeno come fenomeno globale non le sue eccezioni, le
sue resistenze, le sue sopravvivenze.
Quando parlo di omologazione di tutti i giovani, per cui dal suo corpo, dal
suo comportamento e dalla sua ideologia inconscia e reale (l'edonismo
consumistico) un giovane fascista non può più essere distinto da tutti gli
altri giovani, enuncio un fenomeno generale. So benissimo che ci sono dei
giovani che si distinguono. Ma si tratta di giovani appartenenti alla nostra
stessa élite e condannati a essere ancora più infelici di noi, e quindi
probabilmente anche migliori. Questo lo dico per una allusione («Paese Sera»,
21-6-74) di Tullio De Mauro, che, dopo essersi dimenticato di invitarmi a un
convegno linguistico di Bressanone, mi rimprovera di non esservi stato
presente: là, egli dice, avrei visto alcune decine di giovani che avrebbero
contraddetto le mie tesi. Cioè come a dire che se alcune decine di giovani
usano il termine «euristica» ciò significa che l'uso di tale termine è
praticato da cinquanta milioni di italiani.
Tu dirai: gli uomini sono sempre stati conformisti (tutti uguali uno
all'altro) e ci sono sempre state delle élites. Io ti rispondo: sì, gli uomini
sono stati sempre conformisti e il più possibile uguali l'uno all'altro, ma
secondo la loro classe sociale. E, all'interno di tale distinzione di classe,
secondo le loro particolari e concrete condizioni culturali (regionali). Oggi
invece (e qui cade la «mutazione» antropologica) gli uomini sono conformisti e
tutti uguali uno all'altro secondo un codice interclassista (studente uguale
operaio, operaio del Nord uguale operaio del Sud): almeno potenzialmente,
nell'ansiosa volontà di uniformarsi.
Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da
analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi (sul «Messaggero» (18
giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della
frase: «I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver
occasione di conoscerli». Ma: 1) certamente non avrai mali tale occasione,
anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per
strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li
riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una
bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e
per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del
Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno - quando sono diventati
adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e
necessità - ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. È una atroce
forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e
forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita,
perché il suo destino fosse diverso.
Confessiamo di essere quasi imbarazzati
all'idea, non diremo di commentare, ma anche soltanto di prendere lo spunto da
un brano come questo, tanta è la compattezza, la lucidità, la coerenza
intransigente e l'intima, vigorosa onestà intellettuale che da esso traspaiono
ad ogni frase, ad ogni riga.
Si può non essere d'accordo su alcuni particolari; non si può non provare una
sconfinata ammirazione per chi, nel clima idiota di quegli anni - fra una
Democrazia Cristiana sempre più ipocrita e arrogante e un Partito Comunista
sempre più puritano e falsamente progressista - ha saputo vedere e denunciare
con tanta passione, con tanta forza e con tanta umanità (come si vede dalla
riflessione finale sui giovani fascisti, infinitamente più intelligente e
«cristiana» del becero moralismo di Calvino) i disastri annunciati della
omologazione consumistica.
Quella di Pasolini è stata una delle poche voci che si sono levate, in quegli
anni - e , fra tutte, forse la più preveggente e virilmente compassionevole -
sul genocidio in atto della civiltà contadina, cui egli associava - come dei
sottoprodotti, accomunati ad essa dalla subalternità di classe) sia il
sottoproletariato urbano, sia il ceto operaio, almeno fino a quando esso era
stato una minoranza nel Paese (come in Russia, alla vigilia della
rivoluzione).
Davanti a questo grande profeta inascoltato - anzi, non solo inascoltato, ma
anche linciato moralmente e, alla fine, fisicamente - noi ci sentiamo piccoli.
E vediamo, in prospettiva storica, che piccoli, molto piccoli, erano quanti lo
attaccavano, più o meno in buona fede, come Calvino; e addirittura dei
lillipuziani quanti lo attaccavano per motivi bassamente farisaici, ad esempio
per una forma di moralismo da quattro soldi (per via della sua omosessualità,
ad esempio).
Fra questi ultimi, vanno ricordati in prima fila i signori del Partito
Comunista, i quali, dopo averlo espulso per «indegnità morale», gli hanno
fatto, per tutta la vita, una guerra subdola e vile, perfino più meschina di
quella dei pennivendoli della piccola borghesia astiosa e feroce, da lui messa
tante volte alla Berlina: una guerra sleale, fatta di una apparente
disponibilità al dialogo alternata, di tratto in tratto, a colpi bassi di una
volgarità quasi intollerabile.
Non che la cultura di sinistra, nel suo complesso - compresa quella «eretica»
che si collocava, ideologicamente, al di là del P. C. I. - si sia comportata
molto meglio nei confronti di questo grande profeta; il quale, se spesso non
ci convince come regista cinematografico, dobbiamo però riconoscere come uno
dei giornalisti e dei critici di costume più attenti e intuitivi, oltre che
più trasparenti e ardimentosi, degli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
Ricordiamo, a titolo di semplice esempio, un intellettuale anarchico, che,
ormai diversi anni dopo la sua morte - quando, cioè, la sua profezia si era in
gran parte avverata, ed era perciò possibile misurare ancor meglio la statura
gigantesca di colui che l'aveva proclamata - liquidava il «fenomeno» Pasolini
con queste sbrigative (e desolanti) parole: «Pasolini? Ah, ma quello era un
reazionario».
Ci ripromettiamo di tornare altra volta
sulla questione di «Pasolini reazionario», nel contesto di una più ampia
riflessione sul fenomeno del populismo, cui certo Pasolini appartiene - se non
in senso strettamente politico, almeno in senso letterario, ma con ben altro
spessore di Alberto Moravia o, anche, di Vasco Pratolini o di Elio Vittorini.
Per adesso, ci limitiamo a una semplice considerazione.
Il populismo (quello autentico, almeno: non quello cialtrone dei politici a
caccia di elettori o degli artisti a caccia di pubblico) nasce, certamente, da
un atteggiamento in parte nostalgico, verso la società anteriore, in parte
utopistico, verso un «popolo» che non c'è mai stato.
Per quanto riguarda il primo dei due atteggiamenti, lo stesso Pasolini ha già
risposto, e in maniera esemplare, alle obiezioni dei suoi sapienti censori,
Maurizio Ferrara e Italo Calvino, (ma specialmente al secondo), proprio
nell'articolo che abbiamo riportato.
Aggiungiamo solo che, in Pasolini, la nostalgia per la campagna e per
l'infanzia, come anche per il mondo dei sottoproletari, non è mai regressiva
(come lo è in Pascoli), nel senso che non conduce mai a un restringimento
degli orizzonti e della coscienza; ma, al contrario, ad un ampliamento e ad un
approfondimento.
È il caso di ricordare che egli fu quasi il solo, fra gli intellettuali
italiani del suo tempo, ad «accorgersi» (dedicandogli una memorabile
intervista televisiva) che in Italia viveva, tristemente dimenticato, uno dei
giganti della poesia mondiale, Ezra Pound, che nel suo Paese d'origine si era
fatto tredici anni di manicomio criminale per avere troppo amato l'Italia, suo
Paese d'adozione e sua patria ideale?
E il motivo di quella scandalosa dimenticanza - o piuttosto, per chiamare le
cose con il loro nome, di quel vergognoso ostracismo - era che Pound aveva
sostenuto in guerra il fascismo contro gli Alleati, pronunciando dei discorsi
radiofonici tanto ingenui quanto coraggiosi. Come perdonare la taccia di
fascismo a un poeta, per quanto grande, da parte di una cultura, come quella
italiana dell'epoca, quasi interamente egemonizzata dalla sinistra?
Ecco dunque il ricatto morale: se qualcuno si ricordava di Pound (tranne che
per esecrarlo o, al massimo, per compatirlo, ma come si compatiscono i pazzi),
non poteva che essere, a sua volta, un fascista, o, quanto meno, un
criptofascista, un fascista travestito. Ma Pasolini, che era un uomo libero -
e non certo un fascista - di questi ricatti se ne infischiava. Era uno dei
pochi uomini veramente liberi in un gineceo di intellettuali castrati dalla
paura, dal conformismo o dalla furbizia cialtrona.
Per quanto riguarda il secondo, possiamo dire che il populismo si connota di
sfumature reazionarie allorché esso celebra acriticamente le virtù di un
«popolo» astratto, che è poi ciò che alcuni politici e intellettuali borghesi
si immaginano essere il «popolo»..
Ma, nelle società moderne, non si dà alcun «popolo», nel senso di unità
indifferenziata e artificiosamente concorde: si danno classi, tensioni,
conflitti. C'è popolo e popolo.
E Pasolini aveva le idee estremamente chiare sul popolo che amava (ma che, nel
1974, quando scriveva quell'articolo, già era quasi del tutto scomparso, come
lui stesso tristemente ammetteva). Per lui, il «vero» popolo (sarà stato anche
il suo limite, o appunto la sua utopia: del resto, si può puntare in alto
senza utopia?) era:
1) quello dei contadini della sua giovinezza, a Casarsa, nel Friuli;
2) quello dei sottoproletari delle borgate romane, nella sua maturità;
3) quello delle minoranze operaie, di cui aveva letto sui libri di storia; e,
4) quello degli «ultimi» del Terzo Mondo, presso i quali, negli ultimi anni
della sua vita, soggiornava sempre più spesso, come per trovarvi qualche altra
boccata d'ossigeno.
Tutti e quattro, peraltro, gli apparivano in via di estinzione; tutti e
quattro stavano scomparendo sotto il rullo compressore della omologazione
culturale.
Si potrà dire quel che si vuole di questa
concezione, tranne che fosse una concezione reazionaria della società e della
politica.
Era, semmai, una concezione troppo avanzata rispetto ai suoi tempi.
Per questo, appunto, non fu capita.
Ma è il destino dei profeti, e specialmente dei profeti disarmati.