
Fonte: Il Manifesto, 28.03.2008
editoriale
I
poveri non esistono
Eduardo
Galeano
Una bugia.
Fino a pochissimo tempo fa, i grandi mezzi di comunicazione ci regalavano, ogni
giorno, cifre trionfali sulla lotta internazionale contro la povertà. La povertà
si stava battendo in ritirata, sebbene i poveri, male informati, non si
accorgessero della buona novella. I burocrati meglio pagati del pianeta, adesso,
stanno confessando che i male informati erano loro.
La Banca Mondiale ha diffuso l'attualizzazione del suo International Comparison
Program. Al lavoro hanno partecipato, insieme alla Banca Mondiale, il Fondo
Monetario Internazionale, le Nazioni Unite, l'Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico e altre istituzioni filantropiche. Là gli esperti
correggono alcuni piccoli errori dei rapporti precedenti. Fra le altre cose,
adesso veniamo a sapere che i poveri più poveri del mondo, i cosiddetti
indigenti, sono cinquecento milioni in più di quelli che comparivano nelle
statistiche. Inoltre, adesso sappiamo che i paesi poveri sono alquanto più
poveri di quanto dicessero i numerini, e che la loro disgrazia è peggiorata
mentre la Banca Mondiale vendeva loro la pillola della felicità del libero
mercato. E come se non bastasse, risulta che la disuguaglianza universale fra
poveri e ricchi era stata misurata male, e su scala planetaria l'abisso è ancora
più profondo di quello del Brasile, paese ingiusto, se ce ne sono.
Altra bugia. Allo stesso tempo, un vicepresidente della Banca Mondiale, Joseph
Stiglitz, in un lavoro realizzato con Linda Bilmes, ha studiato i costi della
guerra in Iraq. Il presidente George W. Bush aveva annunciato che la guerra
avrebbe potuto costare, al massimo, 50 mila milioni di dollari, il che di primo
acchito non sembrava troppo caro, trattandosi della conquista di un paese così
ricco di petrolio. Erano cifre tonde, o, piuttosto, quadrate. La strage
dell'Iraq va avanti da più di cinque anni, e in questo periodo gli Stati Uniti
hanno speso un milione di milioni di dollari uccidendo civili innocenti. Dalle
nuvole, le bombe uccidono senza sapere chi. Sotto il sudario del fumo, i morti
muoiono senza sapere perché. Quella cifra di Bush basta appena per finanziare un
trimestre di crimini e discorsi. La cifra mentiva, al servizio di questa guerra,
nata da una bugia, che continua nella menzogna.
E ancora un'altra bugia. Quando ormai tutti sapevano che in Iraq non c'erano
altre armi di distruzione di massa all'infuori di quelle che usavano gli
invasori, la guerra continuò, sebbene avesse dimenticato i suoi pretesti.
Allora, il 14 dicembre 2005, i giornalisti domandarono quanti iracheni fossero
morti nei due primi anni di guerra. E il presidente Bush parlò del tema per la
prima volta. Rispose: circa trentamila, più o meno. E subito dopo fece una
battuta, confermando il suo senso dell'umorismo sempre opportuno, e i
giornalisti risero. L'anno dopo, reiterò la cifra. SEGUE A PAGINA 8
Non chiarì che i trentamila si riferivano ai civili iracheni la cui morte era
comparsa sui giornali. La cifra reale era di gran lunga maggiore, come lui ben
sapeva, perché la maggioranza delle morti non si pubblica, e ben sapeva pure che
fra le vittime c'erano molti vecchi e bambini. Quella fu l'unica informazione
fornita dal governo degli Usa sulla pratica del tiro a segno contro i civili
iracheni. Il paese invasore tiene il conto dettagliato solo dei suoi soldati
caduti. Gli altri sono nemici o danni collaterali, che non meritano di essere
contati. E in ogni caso, contarli risulterebbe pericoloso: quella montagna di
cadaveri potrebbe causare una brutta impressione.
E una verità. Bush viveva i primi tempi della sua presidenza quando il 27 luglio
2001 domandò ai suoi compatrioti: potete immaginarvi un paese non in grado di
coltivare alimenti sufficienti per sfamare la sua popolazione? Sarebbe una
nazione esposta a pressioni internazionali. Sarebbe una nazione vulnerabile. E
per ciò, quando parliamo dell'agricoltura americana, in realtà parliamo di una
questione di sicurezza nazionale. Quella volta, il presidente non mentì. Lui
stava difendendo i favolosi sussidi che proteggono la campagna del suo paese.
L'agricoltura americana significava e significa unicamente l'Agricultura degli
Stati Uniti. Tuttavia, è il Messico, un altro paese americano, quello che meglio
illustra i suoi azzeccati concetti. Da quando ha firmato il trattato del libero
commercio con gli Stati Uniti, il Messico non coltiva alimenti sufficienti per
le necessità della sua popolazione, è una nazione esposta a pressioni
internazionali, ed è una nazione vulnerabile, la cui sicurezza nazionale corre
un grave rischio: oggigiorno, il Messico compra dagli Stati Uniti 10 milioni di
dollari di alimenti che potrebbe produrre; i sussidi protezionisti rendono
impossibile la concorrenza; le tortillas messicane continuano ad essere
messicane per le bocche di coloro che le mangiano, ma non per il mais che le fa,
importato, sussidiato e transgenico; il trattato aveva promesso prosperità
commerciale, ma la carne umana, contadini rovinati che emigrano, è il principale
prodotto messicano di esportazione. Ci sono paesi che sanno difendersi. Sono
pochi. Per questo sono ricchi. Ci sono altri paesi allenati per lavorare alla
loro perdizione. Sono quasi tutti gli altri.
(Copyright Ips - traduzione di Marcella Trambaioli) eduardo galeano