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http://mattinopadova.repubblica.it/dettaglio/Il-voto-in-Irlanda-tradita-lEuropa-dei-popoli/1477399?edizione=EdRegionale

 

IL MATTINO di Padova

 

Il voto in Irlanda

 

di Maurizio Mistri

 

Alla fine il popolo irlandese ha detto no al Trattato di Lisbona. La grande stampa, quella legata ai poteri forti che vedono nell'Unione europea (Ue) un grande mercato e non una civiltà, non manca di sostenere che in tal modo si è dato un ennesimo colpo all'europeismo. Sempre su tale grande stampa si legge che i governi europei non sanno spiegare bene ai loro cittadini le questioni che hanno a che fare con l'Unione europea. La mia impressione, invece, è che i cittadini sono ben consapevoli del difetto strutturale dell'attuale costruzione europea, derivante dall'aver scisso la gestione dell'economia, lasciata ad una casta di tecnocrati, dalla gestione della politica, che non ha una base europea. Così, il popolo irlandese con il suo voto ha evidenziato la contraddizione strutturale dell'Ue di oggi.

Con il voto irlandese l'idealità europea non è certo morta; è stato colpito un certo modo di «fare l'Europa», quello di coloro che ritengono che sulle questioni europee non debbano pronunciarsi i popoli, ma solo i governi nazionali.
Non a caso nella Ue, tranne che in Irlanda, per il Trattato di Lisbona si è scelta la strada della ratifica parlamentare e non quella della ratifica referendaria, popolare. Si tratta di un modo strano di concepire la democrazia nel contesto europeo e non c'è da stupirsi se il piccolo popolo irlandese abbia cercato di impedire di essere spossessato di un diritto fondamentale, e cioè quello di dire la sua sulla questione dell'assetto politico dell'Europa del futuro.

Personalmente credo che l'Europa occidentale debba unirsi e dar vita agli Stati Uniti d'Europa. Si tratta di un obiettivo strategico che trova la sua giustificazione nel senso di appartenenza dei popoli europei ad una comune civiltà, davanti a cambiamenti mondiali che sembrano schiacciare l'Europa stessa. Fronteggiare le sfide globali del mondo di oggi è possibile agli europei solo se si uniscono in un unico stato di tipo federale, del quale facciano parte solo quegli stati e quei popoli che per storia e cultura condividono valori comuni.



L'adesione ad un progetto di tale natura deve trovare le sue basi nella comune visione dell'eredita culturale storicamente determinatasi in Europa e non nella logica dell'allargamento dei mercati. Quella logica piace al grande capitale, ma non può piacere ai popoli europei. Si sono dimenticati i valori fondanti dell'Europa e si pretende che i popoli europei ragionino come dei banchieri.

A dire il vero finora hanno ragionato come dei banchieri e le cose sono andate abbastanza bene fino a che l'Unione europea è stata in grado di dare risposte abbastanza soddisfacenti alle sfide economiche del mondo moderno. Oggi l'Unione europea non appare più in grado di dare risposte soddisfacenti ai conflitti che contrappongono le grandi aree geo-politiche del mondo. Cina, India, Stati Uniti, Russia sono grandi aree economiche, ma sono anche grandi Stati. L'Ue è una grande area geo-economica priva di statualità, e naturalmente priva di anima. Le sue risposte alle sfide moderne sono contraddittorie e balbettanti, perché affidate ad istituzioni tecnocratiche prive di legittimità democratica.

L'esempio più chiaro della frattura fra gestione della politica economica e legittimità democratica è rappresentato proprio dalla Banca centrale europea, prigioniera di un dogma monetarista che sta mettendo in crescenti difficoltà la nostra economia. Ebbene, si può pretendere che un popolo affidi i suoi destini ad una istituzione balbettante ed incerta, anche perché priva di legittimità democratica? Non credo che lo si possa pretendere. La consapevolezza che nel tempo si è perpetrato un tradimento nei confronti dello spirito dell'originario europeismo è nell'animo degli stessi governi nazionali europei, che sui grandi temi della politica europea si rifiutano di ascoltare la voce dei popoli, evitando di indire i pur necessari referendum. Se i governi non si fidano dei loro popoli, è naturale che i popoli non si fidino dei loro governi.

Il voto irlandese, quindi, non va letto come una risposta anti-europeista; al contrario, va letto come un rimprovero ai governi europei che finiscono per creare le condizioni di ingovernabilità della stessa Unione europea. Davanti ad una crescente ingovernabilità della Unione europea gli stessi architetti di tale istituzione chiedono più potere per i poteri forti e meno potere per i popoli. La risposta irlandese è stata esemplare.

(17 giugno 2008)