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IL MATTINO di Padova
Il voto in Irlanda
di Maurizio Mistri
Alla fine il popolo irlandese ha detto no al Trattato di
Lisbona. La grande stampa, quella legata ai poteri forti che vedono nell'Unione
europea (Ue) un grande mercato e non una civiltà, non manca di sostenere che in
tal modo si è dato un ennesimo colpo all'europeismo. Sempre su tale grande
stampa si legge che i governi europei non sanno spiegare bene ai loro cittadini
le questioni che hanno a che fare con l'Unione europea. La mia impressione,
invece, è che i cittadini sono ben consapevoli del difetto strutturale
dell'attuale costruzione europea, derivante dall'aver scisso la gestione
dell'economia, lasciata ad una casta di tecnocrati, dalla gestione della
politica, che non ha una base europea. Così, il popolo irlandese con il suo voto
ha evidenziato la contraddizione strutturale dell'Ue di oggi.
Con il voto irlandese l'idealità europea non è certo morta; è stato colpito un
certo modo di «fare l'Europa», quello di coloro che ritengono che sulle
questioni europee non debbano pronunciarsi i popoli, ma solo i governi
nazionali.
Non a caso nella Ue, tranne che in Irlanda, per il Trattato di Lisbona si è
scelta la strada della ratifica parlamentare e non quella della ratifica
referendaria, popolare. Si tratta di un modo strano di concepire la democrazia
nel contesto europeo e non c'è da stupirsi se il piccolo popolo irlandese abbia
cercato di impedire di essere spossessato di un diritto fondamentale, e cioè
quello di dire la sua sulla questione dell'assetto politico dell'Europa del
futuro.
Personalmente credo che l'Europa occidentale debba unirsi e dar vita agli Stati
Uniti d'Europa. Si tratta di un obiettivo strategico che trova la sua
giustificazione nel senso di appartenenza dei popoli europei ad una comune
civiltà, davanti a cambiamenti mondiali che sembrano schiacciare l'Europa
stessa. Fronteggiare le sfide globali del mondo di oggi è possibile agli europei
solo se si uniscono in un unico stato di tipo federale, del quale facciano parte
solo quegli stati e quei popoli che per storia e cultura condividono valori
comuni.
L'adesione ad un progetto di tale natura deve trovare le sue basi nella comune
visione dell'eredita culturale storicamente determinatasi in Europa e non nella
logica dell'allargamento dei mercati. Quella logica piace al grande capitale, ma
non può piacere ai popoli europei. Si sono dimenticati i valori fondanti
dell'Europa e si pretende che i popoli europei ragionino come dei banchieri.
A dire il vero finora hanno ragionato come dei banchieri e le cose sono andate
abbastanza bene fino a che l'Unione europea è stata in grado di dare risposte
abbastanza soddisfacenti alle sfide economiche del mondo moderno. Oggi l'Unione
europea non appare più in grado di dare risposte soddisfacenti ai conflitti che
contrappongono le grandi aree geo-politiche del mondo. Cina, India, Stati Uniti,
Russia sono grandi aree economiche, ma sono anche grandi Stati. L'Ue è una
grande area geo-economica priva di statualità, e naturalmente priva di anima. Le
sue risposte alle sfide moderne sono contraddittorie e balbettanti, perché
affidate ad istituzioni tecnocratiche prive di legittimità democratica.
L'esempio più chiaro della frattura fra gestione della politica economica e
legittimità democratica è rappresentato proprio dalla Banca centrale europea,
prigioniera di un dogma monetarista che sta mettendo in crescenti difficoltà la
nostra economia. Ebbene, si può pretendere che un popolo affidi i suoi destini
ad una istituzione balbettante ed incerta, anche perché priva di legittimità
democratica? Non credo che lo si possa pretendere. La consapevolezza che nel
tempo si è perpetrato un tradimento nei confronti dello spirito dell'originario
europeismo è nell'animo degli stessi governi nazionali europei, che sui grandi
temi della politica europea si rifiutano di ascoltare la voce dei popoli,
evitando di indire i pur necessari referendum. Se i governi non si fidano dei
loro popoli, è naturale che i popoli non si fidino dei loro governi.
Il voto irlandese, quindi, non va letto come una risposta anti-europeista; al
contrario, va letto come un rimprovero ai governi europei che finiscono per
creare le condizioni di ingovernabilità della stessa Unione europea. Davanti ad
una crescente ingovernabilità della Unione europea gli stessi architetti di tale
istituzione chiedono più potere per i poteri forti e meno potere per i popoli.
La risposta irlandese è stata esemplare.
(17 giugno 2008)