di Marco Cedolin
La crisi economica mondiale sta producendo una recessione che diviene ogni
giorno più profonda. Stando alle stime dell’Ocse il Pil italiano scenderà
del 4,3% (il calo medio previsto per l’area euro è del 4,1%) nel corso del
2009. La produzione industriale nel mese di marzo è diminuita del 20,1%
rispetto a marzo 2008. Il tasso di disoccupazione è previsto in crescita
nell’anno in corso dal 6,8 al 9,2%, per arrivare al 10,7% nel 2010. Perfino
l’ottimismo modello Unieuro di Silvio Berlusconi sembra venire meno, di
fronte al fatto che durante il G8 di Roma è stata ventilata la perdita di 20
milioni di posti di lavoro a livello mondiale entro il 2010.
Consumi che si
contraggono notevolmente, fabbriche che chiudono o
delocalizzano la produzione nei paesi a basso costo di manodopera,
opportunità di lavoro che si riducono drasticamente, tenore di vita di molte
famiglie in
caduta libera, insofferenza sociale che in alcuni
paesi (non l’Italia) sta iniziando a raggiungere il livello critico, sono
tutti elementi di una nuova realtà, per molti versi antitetica rispetto a
quella degli ultimi decenni del secolo scorso, vissuti all’insegna della
crescita e dello sviluppo.
Alcuni elementi di questa nuova realtà, la diminuzione del Pil e della
produzione su tutti, potrebbero indurre a credere che la profonda recessione
(parola sdoganata solo di recente) in cui siamo entrati,
somigli in fondo molto da vicino alla società
della decrescita, teorizzata da lungo tempo da molti studiosi, fra i quali
Serge Latouche, Maurizio Pallante, Nicholas Georgescu-Roegen, Alain De
Benoist e Gilbert Rist. Sempre più frequentemente chi ha una conoscenza
parcellare dell’argomento, non avendo potuto o voluto studiarlo più in
profondità, sta maturando la percezione che la decrescita felice di Pallante
o quella
serena di Latouche non siano molto diverse
dall’Italia (o per meglio dire l’Europa) che giocoforza sarà costretto a
vivere nel corso dei prossimi anni.
Questa percezione, basata sul fatto che la
diminuzione del Pil e la riduzione dei consumi
superflui costituiscono parte integrante della filosofia della decrescita,
risulta profondamente sbagliata, poiché il pensiero della decrescita
rappresenta in realtà l’antitesi della situazione che stiamo vivendo,
caratterizzata da una società profondamente malata che non riesce più a
crescere, pur rimanendo fondata sui dogmi della crescita e dello sviluppo.
Nel pensiero di tutti coloro che hanno teorizzato e praticato fino ad oggi
la decrescita, il calo del Pil e dei consumi superflui s’inserisce in
maniera armonica all’interno di un contesto profondamente diverso da quello
attuale ed è finalizzato ad ottenere un maggiore benessere individuale e ad
una migliore qualità della vita. Il tutto ovviamente nell’ottica della
consapevolezza che il pianeta non sarebbe in grado di sostenere a lungo
(tanto ambientalmente quanto socialmente) una crescita bulimica come quella
sperimentata nella seconda metà del 900.
La diminuzione del Pil a lungo auspicata dai fautori della decrescita non è
quella determinata dalla chiusura generalizzata delle fabbriche e degli
esercizi commerciali, che si traduce nella profonda disoccupazione, nella
carestia e nell’emarginazione sociale. Bensì una
riduzione del Pil ottenuta riducendo gli sprechi ed i consumi superflui, per
indirizzare le risorse risparmiate verso la creazione di opportunità
occupazionali più abbondanti e gratificanti di quelle finora offerte dalla
società della crescita. Così come la diminuzione del consumo di merci
(acquistate per mezzo del denaro contribuendo ad innalzare il Pil) non
sottende stenti e privazioni, dal momento che esse saranno sostituite dai
beni ottenuti attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono, che non
incrementeranno il Pil ma risulteranno di maggiore
qualità.
Nel pensiero della decrescita si auspica la costruzione di una società che
sostituisca la macroeconomia globalizzata con microeconomie autocentrate,
che valorizzi le risorse locali e le identità culturali, interpretando la
diversità come un valore aggiunto da non disperdere attraverso
l’appiattimento e l’omologazione.
L’individuo che attraverso l’autoproduzione, gli scambi non mercantili e la
reciprocità, riduce la propria dipendenza da merci e servizi acquistati per
mezzo del denaro è un individuo più felice e più libero. Acquistare in
piccoli punti vendita di prossimità prodotti alimentari locali di qualità
che non hanno compiuto viaggi di migliaia di chilometri prima di arrivare
sulle nostre tavole è sicuramente preferibile rispetto all’acquisto fra gli
scaffali di un ipermercato di alimenti che arrivano dai quattro angoli del
globo, trasportati da mezzi energivori ed inquinanti.
Ripopolare le campagne e le montagne riscoprendo un rapporto armonico con
l’ambiente nel quale viviamo, recuperando la ciclicità dei ritmi naturali è
certo più stimolante rispetto a continuare a vivere nelle periferie delle
grandi metropoli atomizzate, incolonnandosi sulle tangenziali nelle ore di
punta per poi rinchiudersi fra il cemento dei quartieri dormitorio.
Destinare i soldi delle nostre tasse alla creazione di occupazione che
consenta di ridurre gli sprechi e gli impatti ambientali è sicuramente più
costruttivo che dissiparli nella costruzione di ciclopiche opere cementizie
che devasteranno i territori in cui viviamo.
Riscoprire i rapporti di vicinato, la convivialità, la capacità di donare e
ricevere, accresce la nostra interiorità molto più di quanto non accada oggi
nella nostra realtà quotidiana sterilizzata dove “gli altri” vengono
considerati semplicemente degli avversari con i quali competere in maniera
sfrenata. Lavorare in prossimità delle proprie abitazioni rifuggendo il
pendolarismo esasperato, valorizzando le proprie qualità, in un clima sereno
dove la cooperazione sostituisca la competizione, rappresenta senza dubbio
un’esperienza più creativa rispetto a quella che generalmente sperimentano
milioni di persone fra i gironi di quell’inferno dantesco che è il “mondo
del lavoro” attuale.
In sostanza la decrescita è quanto di più lontano possa esistere dalla
società basata sulla crescita e sui
consumi smodati, che stiamo vivendo nella sua fase
terminale, costituita da una profonda recessione. Al tempo stesso ne
costituisce
l'alternativa naturale, probabilmente l’unica in
grado di fare fronte agli effetti devastanti determinati dal crollo di un
modello di
sviluppo dimostratosi impraticabile.
