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Fonte: il Bollettino Salesiano - Marzo 2009
di Silvano Stracca IL PIO XII SOCIALEIl 2 marzo 1939 veniva eletto Eugenio Pacelli, Pio XII, un pontificato estremamente difficile in un’epoca carica di minacce e di catastrofi. Appena sei mesi dopo la sua elezione scoppiava, infatti, la seconda guerra mondiale, nonostante gli sforzi dell’ex Segretario di Stato di Pio XI per evitarla sino all’ultimo.
Nulla è perduto con la pace, tutto è perduto con la guerra, fu il preludio di numerosi discorsi e interventi di papa Pacelli, dedicati ai problemi del conflitto e della pace, dell’organizzazione di un ordine internazionale duraturo e della comunità dei popoli secondo i dettami inconfutabili della morale e del diritto. Se le circostanze obbligarono Pio XII a interessarsi primariamente delle questioni sollevate dalla guerra e dal futuro riassetto postbellico, tuttavia egli dedicò pure continua attenzione ai problemi sociali, i quali – come più volte ebbe a sottolineare – si trovavano in stretto contatto con la vita e l’ordine internazionale. Ci si è meravigliati che questo Papa non abbia lasciato un’enciclica sociale dell’importanza della Rerum novarum di Leone XIII o della Quadragesimo anno di Pio XI. In compenso, però, egli ha esposto incessantemente i suoi punti di vista riguardo i temi sociali in moltissimi documenti, allocuzioni, discorsi, lettere apostoliche, ecc., il cui testo occupa migliaia di pagine. IL VALORE DEI TESTIAlcuni di questi testi hanno un indubbio valore dottrinale come il radio-messaggio della Pentecoste del 1941, in occasione del cinquantesimo anniversario del documento di Leone XIII, in cui il Papa rivendica l’incontestabile competenza della Chiesa…di giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale sono in accordo con l’ordine immutabile che Dio ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della Rivelazione. Ciò che costituisce il lato distintivo e il valore duraturo del magistero sociale di Pio XII è proprio l’aver proclamato senza tregua i fondamenti morali di tutta la vita sociale come i soli che possono garantire la stabilità dell’ordine giuridico e grazie alla giustizia, completata dalla carità, assicurare la pace. “Opus justitiae pax” era, in effetti, il motto di papa Pacelli. Nell’enciclica programmatica Summi pontificatus egli anticipa che non intende formulare una presa di posizione completa contro gli errori dei tempi presenti, ma solo mettere in luce alcuni errori centrali. Un primo errore è la negazione della legge naturale come norma morale valida per tutti i tempi e per tutti i popoli, sola capace di creare un consenso intorno a valori e regole comuni e quindi la pace. Nell’Europa dell’epoca il consenso intorno alla legge naturale è venuto meno quando è venuta meno la fede in Dio e in Gesù Cristo: Quando Dio viene rinnegato, afferma il Papa, rimane anche scossa ogni base di moralità. LO STATALISMOIl secondo grande errore che Pio XII denunciò, è “lo statalismo”, la concezione che assegna allo Stato un’autorità illimitata o comunque eccessiva. Lo statalismo, sia pure in gradi diversi, è per il Papa un difetto comune di tutti gli Stati moderni. Lo statalismo si manifesta anzitutto in un equivoco sul fine dello Stato che è il bene comune. Ma questo non può essere determinato da concezioni arbitrarie, e neppure coincidere con la pura prosperità materiale della società. Considerare lo Stato come fine, anziché come mezzo per il bene delle persone, non potrebbe che nuocere alla vera e durevole prosperità della nazione. Lo statalismo non produce conseguenze negative solo nella vita interna delle nazioni, ma anche nei rapporti internazionali. Lo statalismo, nella sua origine, è la dottrina secondo cui lo Stato ha una libertà assoluta di orientare e di decidere senza avere sopra di sé alcun vincolo religioso o morale. L’affermazione assoluta dello Stato, che non riconosce alcuna validità sopra di se, riduce - secondo il Papa - il diritto dei popoli ad un vuoto simulacro e conduce alla violazione dei trattati e, infine, alle guerre. I PRINCIPI DIRETTIVIPapa Pacelli riassume i principi direttivi della morale su tre valori fondamentali della vita economica e sociale: a) sull’uso dei beni: ogni uomo ha il diritto di farne uso per il suo mantenimento. Tale diritto è anteriore e superiore ad ogni altro diritto economico, anche al diritto di proprietà privata; b) sul lavoro, che è per ogni uomo un diritto e un dovere; c) sulla famiglia, la cui esistenza e sviluppo sono aiutati dalla proprietà dei beni materiali, che permette al padre di famiglia quella sana libertà di cui ha bisogno per poter compiere i doveri che il Creatore gli ha assegnato per il benessere fisico, spirituale e religioso della sua famiglia. Nell’allocuzione del Natale 1942, dopo aver condannato fermamente i regimi totalitari, Pio XII espone le condizioni per una pace interna e sociale: a) il riconoscimento della dignità e dei diritti della persona umana; b) la difesa dell’unità sociale e particolarmente della famiglia; c) la dignità e le prerogative del lavoro; d) la ricostituzione dell’ordine giuridico, e) la concezione cristiana dello Stato. LA PROPRIETÀ PRIVATAPio XII insiste molto sul concetto che la famiglia richiede la proprietà privata e che la proprietà privata è un diritto naturale: La natura stessa ha intimamente congiunto la proprietà privata con l’esistenza dell’umana società e con la sua vera civiltà, e in grado eminente con l’esistenza e con lo sviluppo della famiglia. Un tal vincolo appare più che apertamente. Non deve forse la proprietà privata – si chiede il Papa – assicurare al padre di famiglia la sana libertà, di cui ha bisogno, per poter adempiere ai suoi doveri? Non si deve perciò abolire la proprietà privata, fondamento della stabilità della famiglia, ma promuoverne la diffusione. Ed è un obbligo fondamentale dello Stato di accordare una proprietà privata possibilmente a tutti. Nella famiglia, sostiene ancora il Papa, una nazione trova la radice naturale e feconda della sua grandezza e potenza. Se la proprietà privata ha da condurre al bene della famiglia, tutte le norme pubbliche, anzi tutte quelle dello Stato che ne regolano il possesso, devono non solo rendere possibile e conservare tale funzione - funzione nell’ordine naturale sotto certi rapporti superiore a ogni altra - ma ancora perfezionarla sempre più. Sarebbe infatti innaturale un vantato progresso civile il quale rendesse vuota di senso la proprietà privata, togliendo praticamente alla famiglia e al suo capo la libertà di perseguire lo scopo da Dio assegnato al perfezionamento della vita familiare.
Il 13 giugno 1943, Pentecoste, Pio XII riceveva 25 mila operai giunti da tutt’Italia e rivolse loro un discorso in cui esaltava la dignità del lavoro e la dottrina sociale della Chiesa contro “i falsi profeti che dicono bene al male e male al bene, e, vantandosi amici del popolo, non consentono tra capitale e lavoro e tra datori di lavoro ed operai quelle mutue intese che mantengono e promuovono la concordia sociale per il progresso e l’utilità comune”. Ed aggiungeva il Papa: “Una propaganda di spirito antireligioso va spargendo in mezzo al popolo, soprattutto nel ceto operaio, che il Papa ha voluto la guerra, che il Papa mantiene la guerra e fornisce il denaro per continuarla. Mai forse non fu lanciata una calunnia più mostruosa e assurda di questa! …Nessuno più di noi si è insistentemente opposto, in tutti i modi consentiti, allo scatenarsi e poi al proseguire della guerra. Nessuno più di noi ha continuamente invocato: pace, pace, pace!”.
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