
dal libro "Proposta di un programma politico
per la decrescita" Autori Vari - Editori Riuniti - Roma 2008

http://marcocedolin.blogspot.com/2008/03/no-tav-e-decrescita.html
NO TAV e decrescita
Marco Cedolin
Tratto dal libro "Proposta di un programma politico per la decrescita"
Autori Vari - Editori Riuniti - Roma 2008
Mi è accaduto più volte di domandarmi e sentirmi domandare quante e quali siano
le consonanze fra la lotta contro il TAV che portiamo avanti noi valsusini e il
pensiero della decrescita, del quale Maurizio Pallante ritengo sia uno degli
interpreti più brillanti e concreti.
In realtà quando 15 anni fa qui in Val di Susa un esiguo gruppo di cittadini,
esperti ed ambientalisti iniziò ad opporsi al progetto del treno veloce,
concetti come quelli di decrescita o democrazia partecipata erano in Italia
semisconosciuti e nessuno fra coloro che avevano intrapreso tale battaglia
poteva nutrire velleità di questo genere. Né tanto meno poteva supporre che la
lotta NO TAV avrebbe nel tempo acquisito una rilevanza tale da arrivare a
rivestire un ruolo di “esempio” per chiunque oggi in Italia si batta contro le
grandi opere e le nocività.
Coloro che per primi in Valsusa iniziarono ad opporsi al TAV erano semplicemente
un gruppo di persone preoccupate per le sorti del territorio in cui vivevano,
che poste di fronte ad un progetto devastante avevano iniziato ad accumulare
conoscenze sull’argomento, a porsi delle domande, a sviluppare il proprio senso
critico. In Val di Susa in quegli anni si stava ancora completando la
costruzione dell’autostrada A32 Torino - Bardonecchia, un’opera altamente
impattante per il territorio, la cui opportunità era stata giustificata
attraverso il nobile proposito di velocizzare e favorire il traffico dei mezzi
pesanti, liberando in questo modo le statali ed i paesi dall’ingombrante ed
inquinante passaggio dei TIR. Prima ancora che l’autostrada fosse interamente
terminata si stava già progettando una nuova opera ancora più enorme ed
impattante che secondo le parole dei proponenti avrebbe avuto lo scopo di
spostare quegli stessi TIR dall’autostrada ai vagoni dei nuovi convogli ad alta
capacità. Chiaramente i conti non tornavano ed il cortocircuito logico risultava
più che evidente. Perché mai spendere miliardi, deturpare una valle alpina con
colate di cemento e gallerie, condannare gli abitanti ad anni e anni di
sofferenza e disagio a causa dei lavori per la costruzione di un’autostrada che
prima ancora di essere terminata sarebbe stata sostituita nella sua destinazione
d’uso dal nuovo progetto di una linea ferroviaria ad alta velocità ancora più
impattante e costosa, il tutto in un territorio altamente antropizzato che già
possedeva una linea ferroviaria internazionale a doppio binario sottoutilizzata?
Porsi delle domande è sempre indice d’intelligenza ed i primi NO TAV oltre che
lungimiranti si dimostrarono molto arguti nel ricercare le proprie risposte
attraverso lo studio approfondito dei progetti (spesso reperiti con estrema
difficoltà a causa dell’ostracismo sistematico di cui erano fatti oggetto),
l’analisi del territorio, il lavoro di esperti competenti, senza cedere alla
tentazione di lasciarsi incantare dalle sirene del circo mediatico che al soldo
del potere industriale e di quello politico, dispensava a piene mani dati falsi
ed informazioni completamente fuorvianti e disancorate dalla realtà.
Quello dei primi NO TAV fu un lavoro gravoso e difficile, portato avanti con
dispendio di tempo, denaro ed energie, spesso nell’indifferenza generale dei
loro concittadini e di fronte all’aperta ostilità della stampa e della politica.
Nonostante ciò man mano che gli anni passavano, i risultati di questo impegno
iniziarono a produrre i propri frutti. Le tante serate informative passate ad
illustrare le negatività dei progetti, a fare sentire tramite gli altoparlanti
il rumore del TAV, a condividere con gli altri cittadini dubbi e domande, non si
dimostrarono uno sforzo inutile, così come di estrema utilità si rivelò la
grande mole di studi, di pubblicazioni, di libri che man mano nacquero
sull’argomento.
I cittadini della Valsusa acquisirono nel tempo, quasi per osmosi, lo stesso
atteggiamento proprio a coloro che avevano iniziato la battaglia, arrivando ad
essere non oggetto terminale dell’informazione ma soggetto attivo
dell’informazione stessa, attraverso la partecipazione ed il confronto. I NO TAV
valsusini iniziarono a crescere nel numero man mano che cresceva il loro
bagaglio di conoscenza e l’assunzione di consapevolezza costituì a sua volta
stimolo per la ricerca di nuove conoscenze da condividere con gli altri.
La dimostrazione di questa piccola “anomalia genetica” che per molti versi rende
unici i valsusini e tanti problemi sta creando ai grandi potentati economici e
finanziari e agli uomini politici che li servono fedelmente, si può riscontrare
semplicemente facendo una gita in Valle di Susa e passando qualche ora a
discorrere con gli abitanti. Resterete stupiti ascoltando le parole del
macellaio che sciorina i dati e le caratteristiche idrogeologiche del territorio
meglio di quanto non facciano generalmente i geologi professionisti, dimostrando
in maniera incontrovertibile come il progetto del TAV oltre a perforare montagne
ricche di amianto ed uranio prosciugherà gran parte delle falde acquifere e
stravolgerà gli equilibri idrogeologici dell’intera valle, mettendo a
repentaglio l’approvvigionamento idrico di molti comuni ed aumentando in maniera
esponenziale il rischio di disastrose alluvioni. Spalancherete la bocca di
fronte ad un operaio metalmeccanico che disquisisce d’infrastrutture ferroviarie
e trasporti con proprietà di linguaggio e cognizione di causa superiori a quelle
degli ingegneri strapagati delle ferrovie, spiegandovi come l’intero progetto
del TAV in Italia sia una bufala di proporzioni colossali che butterà alle
ortiche 90 miliardi di euro del contribuente per costruire un’infrastruttura
ciclopica che non sarà in grado di rispondere a nessuna delle necessità reali
del nostro paese. Rimarrete in ossequioso silenzio dinanzi all’impiegato del
comune che a differenza di molti oncologi omertosi, in quanto a libro paga dei
grandi poteri, vi illustrerà tutti gli effetti dell’amianto sulla salute
dell’uomo, arrivando a spiegarvi come quando si parla di amianto non esistano
soglie di tollerabilità in quanto anche una sola fibra se inalata da un soggetto
predisposto alla malattia può indurre a distanza di una ventina di anni
l’insorgenza del mesotelioma pleurico che nel 100% dei casi conduce alla morte
entro pochi mesi dal momento della diagnosi. Strabuzzerete gli occhi dinanzi
all’insegnante di scuola materna che vi ragguaglierà, come tanti economisti al
soldo dei potenti si sono dimenticati di fare, sull’assoluta mancanza di
prospettive di ritorno economico del progetto TAV Torino – Lione. Non esistono
nella realtà i passeggeri e le merci da trasportare, gli unici due collegamenti
diretti giornalieri fra Torino e Lione sono stati da tempo soppressi per
mancanza di passeggeri ed il traffico merci sulla linea storica, in costante
calo, si aggira oggi sui 5 milioni di tonnellate/anno, a fronte dei 40 milioni
di tonnellate/anno indispensabili perché parlare di TAV possa avere
economicamente un senso. Avrete ormai imparato a non stupirvi più di nulla
quando un normale pensionato vi renderà partecipi dell’evidenza che in una valle
alpina larga mediamente 1,5km, all’interno della quale sono già presenti
un’autostrada, una linea ferroviaria internazionale a doppio binario, un fiume,
2 statali e alcune strade provinciali, un’infrastruttura come il TAV proprio non
potrebbe trovare posto, se non al prezzo di ridurla allo stato di mero corridoio
di transito. Qui in Valsusa transitano già oggi il 35% delle merci che
attualmente valicano le Alpi e noi abbiamo il diritto di praticare
l’agricoltura, l’allevamento, l’accoglienza turistica, vogliamo costruire delle
prospettive di vita per il nostro futuro e quello dei nostri nipoti, non morire
in un corridoio strapieno di veleni, vi dirà mentre starete per accomiatarvi,
dopo avere ormai maturato la convinzione che in questo modo d’intendere il
progresso ci sia qualcosa di profondamente sbagliato.
Proprio attraverso l’acquisizione della conoscenza e del sapere, attinti a piene
mani dal lavoro di chi aveva iniziato a “studiare” in prima persona i progetti
del treno ad alta velocità e non dalle parole false e fuorvianti dispensate
dalla stampa e dalla TV, i NO TAV valsusini sono riusciti nel tempo ad
emanciparsi dai dogmi del pensiero dominante fino ad arrivare a mettere in
dubbio oltre alla buona fede di politici, industriali, giornalisti e pseudo
scienziati dai lauti stipendi, i fondamenti stessi di una società costruita sul
mito della crescita e dello sviluppo. Questo poiché la conoscenza induce per
forza di cose l’assunzione di consapevolezza e la creazione di uno spirito
critico che una volta nato spazierà necessariamente al di fuori del contesto che
lo ha ingenerato.
Il macellaio che ha maturato conoscenze in campo geologico non potrà limitarsi a
riflettere sul disastroso impatto ambientale determinato dalle gallerie del TAV
nel Mugello, la cui costruzione ha dissipato 100 miliardi di litri di acqua di
montagna e prosciugato in maniera irreversibile decine di pozzi, sorgenti e
torrenti, ben comprendendo che la stessa situazione, magari amplificata,
verrebbe a determinarsi anche in Valle di Susa nel caso in cui l’opera fosse
portata a compimento. Una volta in possesso della conoscenza egli sarà costretto
giocoforza a confrontarsi con il problema della cementificazione indiscriminata
del territorio, delle trivellazioni petrolifere in Val di Noto, della violenza
con cui sistematicamente i “costruttori del progresso” fanno scempio
dell’ambiente in cui viviamo, nel nome della crescita e dello sviluppo.
L’operaio metalmeccanico diventato esperto di ferrovie e trasporti, dopo aver
realizzato che il TAV è un’opera tanto inutile quanto costosa, non potrà
esimersi dal domandarsi per quali ragioni in una realtà come quella attuale,
dove si paventa a breve termine il progressivo esaurimento delle fonti
energetiche fossili e la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera sta
innescando mutamenti climatici dagli effetti potenzialmente catastrofici, si
continuino a progettare infrastrutture estremamente invasive per far correre
mezzi di locomozione altamente energivori ed inquinanti, quando fra 20 o più
anni i lavori di costruzione saranno terminati e la situazione contingente si
rivelerà presumibilmente molto più grave di quella odierna.
L’impiegato comunale che ha studiato gli effetti delle sostanze tossiche sulla
salute dell’uomo, dopo avere preso coscienza della ferale pericolosità
dell’amianto e dell’uranio sarà costretto a guardare intorno a sé. Scoprirà
allora che in Italia stanno nascendo come funghi nuovi megainceneritori
(impropriamente definiti termovalorizzatori e finanziati attraverso il denaro
pubblico) che oltre a scaricare nell’atmosfera immensi quantitativi aggiuntivi
di anidride carbonica emettono diossina, furani, idrocarburi policlici, acidi
inorganici, ossido di carbonio e nanoparticelle finissime che sono altamente
patogene e non vengono rilevate dagli strumenti di controllo, né bloccate dai
filtri degli impianti. Si accorgerà che nel bel mezzo della Valle di Susa, fra i
comuni di Bruzolo e San Didero, l’acciaieria Beltrame continua a disperdere
nell’ambiente quantitativi di diossina equivalenti alle emissioni di 20
megainceneritori e lo fa con l’Autorizzazione ambientale integrata (Aia) della
Provincia di Torino. Percepirà le schizofreniche contraddizioni che appartengono
ai pifferai del pensiero dominante. Politici, scienziati, giornalisti, e grandi
poteri economici e finanziari che individuano nei mezzi di trasporto di merci e
persone una delle principali cause dell’effetto serra e delle malattie derivanti
da inquinamento ambientale e sostengono con grande enfasi progetti di
limitazione del traffico automobilistico metropolitano e campagne di
rottamazione delle auto più inquinanti finanziate attraverso il denaro del
contribuente. Pifferai che dopo avere lanciato l’allarme ed averlo diffuso
attraverso mirate campagne mediatiche, con altre campagne mediatiche altrettanto
mirate esaltano la bellezza della globalizzazione, la necessità di aumentare la
crescita e lo sviluppo mediante lo spostamento di sempre più merci e persone che
dovranno coprire distanze sempre più lunghe e farlo in tempi sempre più brevi.
Pifferai che propongono come elementi imprescindibili del progresso la
costruzione di nuove autostrade, nuove gallerie, nuovi viadotti, nuove linee TAV,
finalizzate ad aumentare il numero dei mezzi di trasporto in circolazione, la
loro velocità e pertanto la possibilità di coprire distanze sempre maggiori
nella stessa unità di tempo. Ma non erano proprio i mezzi di trasporto i primi
nemici da combattere in quanto fra i maggiori responsabili dell’effetto serra e
dei decessi per inquinamento?
L’insegnante di scuola materna che ha preso coscienza di tante nozioni di
economia, arrivando a scoprire il disastroso rapporto costi/benefici delle linee
TAV e il machiavellico sistema di “finanza creativa” attraverso il quale è stata
fino ad oggi finanziata l’opera contraendo debiti a “babbo morto” che
inevitabilmente ricadranno sulle future generazioni, non potrà estraniarsi dalla
realtà che la circonda. Non tarderà a comprendere come una società fondata
sull’incremento del Pil e sulla spasmodica necessità di perseguire la crescita
infinita in un mondo finito, sarà per forza di cose destinata a collassare,
quando dopo avere cementificato anche l’ultimo metro quadrato di territorio non
potrà più crescere, pur rimanendo la crescita prerogativa imprescindibile per la
sua esistenza.
Il pensionato che ha accumulato conoscenze tecniche e scientifiche nell’intento
di difendere il futuro dei propri nipoti, si accorgerà che in Italia molte altre
persone stanno facendo la stessa cosa. A Brescia dove il futuro è minato da un
megainceneritore, a Vicenza dove è condizionato dalla costruzione della nuova
base militare americana Dal Molin, a Serre dove l’ennesima velenosa discarica lo
ammorberà con l’insorgenza di tumori, a Civitavecchia dove una centrale a
carbone “entrerà” nei polmoni delle nuove generazioni, a Bassano del Grappa dove
a rubare il futuro ci pensano una zincheria e la mafia che la sostiene, ad
Acerra dove un nuovo megainceneritore sta per sorgere in un’area già oggi simile
a un girone dell’inferno dantesco, tanto è alta l’incidenza delle patologie
tumorali derivanti dall’inquinamento del suolo e dell’aria, a Civitavecchia dove
la nuova Centrale Turbogas avvelenerà il territorio arrivando perfino a mutare
il microclima della zona. Il pensionato si renderà conto di non essere più solo
e condividerà la propria battaglia con quelle degli altri, le proprie conoscenze
con le loro e quasi senza rendersene conto avrà maturato nuove consapevolezze.
La Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso e il sindaco di Torino
Chiamparino, insieme ad un immenso stuolo di uomini politici di ogni colore,
industriali, sindacalisti, giornalisti, opinionisti, pseudo scienziati,
sociologi ed esperti di comunicazione, hanno più volte etichettato i NO TAV
valsusini come nemici del progresso in preda alla sindrome Nimby (non nel mio
giardino) tentando in questo modo di screditarne l’immagine ed esorcizzare la
valenza della loro lotta, attribuendole caratteristiche riduttive ed egoistiche.
La vera sindrome in realtà è quella del potere che costringe tutti costoro ad
inseguire ad oltranza il mito della crescita e dello sviluppo, nella speranza di
rimanere attaccati un giorno di più alle proprie poltrone, anche di fronte
all’evidenza che si tratta di una strada sbagliata ormai non più praticabile.
Sono loro gli arretrati, i nemici del progresso, i dinosauri incartapecoriti,
non gli abitanti della Valle di Susa e tutti coloro che in Italia stanno
prendendo coscienza di come questa non sia la strada giusta, in quanto destinata
a non portare da nessuna parte.
Sono loro che guardano senza vedere e ascoltano senza sentire, impegnati a
perpetuare l’unica logica che conoscono, quella delle speculazioni, dei giochi
di potere, delle scalate societarie, degli intrighi di palazzo, della
malversazione. Vaneggiano di progresso ma stanno costruendo una civiltà
frenetica, priva di valori, votata all’ipercinetismo, all’insicurezza, alla
precarietà, alla paura del futuro.Perseguono la velocità degli spostamenti ed
ignorano quella pensiero, costruiscono treni ed auto sempre più veloci, senza
accorgersi che se non ci si ferma un attimo a riflettere fra poco non ci sarà
più nessun posto in cui valga la pena di andare.
Guardano al mondo come ad una materia prima ed osteggiano coloro che riescono a
vederlo come un organismo vivente, guardano alle persone come a delle risorse e
le manganellano quando prendono coscienza di sé e chiedono di poter decidere del
proprio futuro.Inseguono un modello di sviluppo che in realtà non riesce più a
progredire ma sta sortendo il solo effetto di riportare indietro la qualità
della vita di tutti.
Mercedes Bresso, Chiamparino e tutti coloro che ne condividono il pensiero,
temono i NO TAV valsusini molto più di quanto essi stessi non vogliano
ammettere. Li temono perché sono consapevoli del fatto che non esiste nulla di
Nimby nel loro pensiero e lo spirito critico accumulato attraverso la conoscenza
li porterà inevitabilmente molto più lontano di quanto i primi oppositori del
treno veloce potessero supporre, talmente lontano da lasciarsi alle spalle quel
“NO” nel quale li si vorrebbe rinchiusi come dentro a un bozzolo.
Il macellaio, l’operaio metalmeccanico, l’impiegato comunale, l’insegnante di
scuola materna, il pensionato, lottando contro il TAV hanno accumulato
conoscenza, condividendola con i loro vicini di casa ed i loro amici che a loro
volta hanno fatto altrettanto, rafforzando quella rete di rapporti conviviali e
quel piacere dello “stare insieme” che costituiscono il filo conduttore di
questi 15 anni di lotta, e si sono rivelati fondamentali nel superamento del
difficile inverno 2005. La conoscenza ha indotto quella consapevolezza e quello
spirito critico che li hanno portati a contestare oltre al TAV la velenosa
presenza dell’acciaieria Beltrame e l’insensato progetto della seconda canna del
Frejus che si manifesta foriero di futuri incrementi del traffico di mezzi
pesanti all’interno della Valle di Susa, ma anche ad emanciparsi dal ruolo di
cittadini silenti che subiscono passivamente qualunque trama si ordisca sopra la
loro testa. L’emancipazione ha prodotto nuovi “perché” e la ricerca di nuova
conoscenza, vissuta attraverso la condivisione delle motivazioni per cui molte
altre realtà in Italia lottano contro le grandi opere e le nocività. Il Patto di
Mutuo Soccorso creato nel 2006 ed oggi ancora in fase embrionale ha già messo in
relazione fra loro oltre 300 realtà di lotta che condividono reciprocamente il
proprio sapere e le proprie esperienze, all’interno di una rete comune mirata a
creare solidarietà ed interscambio fra tutti i soggetti che la compongono, ed i
NO TAV valsusini rappresentano senza dubbio il fulcro intorno al quale si è
ingenerato questo processo che tanto sta spaventando la consorteria del cemento
e del tondino ed i partiti politici che la sostengono.
La Valle di Susa dopo gli accadimenti dell’inverno 2005, quando la politica
tentò d’imporre il TAV attraverso la militarizzazione del territorio e l’uso
indiscriminato del manganello, con il solo risultato di provocare una vera e
propria rivolta popolare che la condusse ad una sconfitta cocente, è diventata
un vero e proprio crocevia del sapere. Laddove i grandi poteri avrebbero voluto
costruire un mortifero corridoio di transito per merci di fantasia e persone
senza volto è nato invece un grande corridoio di pensiero vivo e vitale, dove le
persone comunicano guardandosi negli occhi e le idee prendono forma in libertà.
Le serate informative, le assemblee, le iniziative culturali sono tantissime e
sempre più partecipate e contribuiscono a costruire un terreno fertile per
l’acquisizione di nuove conoscenze , non solo di carattere tecnico/scientifico,
ma anche umano e sociale. Questo nuovo arricchimento di conoscenza ha condotto i
NO TAV valsusini a maturare la consapevolezza di come il vero nemico da
combattere non sia costituito dal TAV, dall’acciaieria, dall’inceneritore, dalla
base militare, dal Mose, dal rigassificatore, dalla centrale a carbone o da
quella turbogas, bensì dal perverso sistema sviluppista che può sopravvivere
solo attraverso la continua crescita dei consumi e del Pil, determinando la
costruzione d’infrastrutture ed opere sempre più grandi ed impattanti che
fagociteranno porzioni sempre maggiori di territorio, ammalorando
progressivamente lo stato dell’ambiente e riducendo la qualità della vita di
tutti noi. In virtù di questa consapevolezza risulta evidente come le lotte
portate avanti contro le singole opere e nocività, anche qualora l’esito delle
stesse sia premiante, non si riveleranno mai risolutive del problema che alligna
a monte, nel sistema della crescita infinita, che continuerà a dispensare opere
e nocività con sempre maggiore frequenza, dal momento che il suo unico scopo è
quello di crescere e poi crescere ancora. Alla luce di questa evidenza anche
portare avanti le azioni di contrasto senza mettere in discussione l’intero
paradigma della crescita e dello sviluppo, rischia di rivelarsi una pratica
sterile che nel migliore dei casi può proporsi come obiettivo un rallentamento
temporaneo del ritmo con cui le singole opere vengono portate a compimento, al
quale il sistema risponderà proponendo un numero sempre crescente di nuovi
progetti. Opporsi al TAV affermando che l’incremento di traffico futuro sarà
molto inferiore a quello ventilato e comunque tale incremento potrà essere
gestito attraverso un potenziamento della linea ferroviaria attualmente
esistente è un atteggiamento tanto giusto dal punto di vista razionale, quanto
sbagliato in prospettiva perché giustifica intrinsecamente l’assurto in virtù
del quale in Valle di Susa dovranno necessariamente transitare più merci e più
persone. Alla stessa stregua opporsi agli inceneritori e alle discariche
semplicemente argomentando che un’efficiente raccolta differenziata e la scelta
di metodi di smaltimento meno impattanti come il Trattamento Meccanico Biologico
(TMB) sarebbero in grado di evitare il ricorso all’incenerimento e al
conferimento in discarica del pattume, rappresenta un atteggiamento virtuoso che
però accredita come “sostenibile” il continuo incremento della massa dei rifiuti
legato alla crescita esponenziale dei consumi. Parimenti lottare contro la
costruzione delle centrali a carbone o turbogas e dei rigassificatori,
sostenendo che esistono sistemi migliori e meno inquinanti per fare fronte
all’aumento del fabbisogno energetico significa accettare a priori la
prospettiva di un futuro nel quale il consumo di energia dovrà per forza
aumentare in maniera esponenziale.
Il vero salto di qualità di cui stanno iniziando a farsi interpreti i NO TAV
valsusini consiste proprio nello spostamento del problema dalle opere e dalle
nocività al sistema sviluppista che oggi crea quelle opere e quelle nocività e
domani dovrà necessariamente crearne di sempre più grandi è sempre più nocive,
poiché la grandezza dimensionale e quantitativa è il termine primario nella
scala valoriale della crescita che si ciba d’incremento della produzione,
incremento dei consumi, incremento delle infrastrutture che servono a veicolare
più velocemente i prodotti, incremento degli impianti destinati a smaltire i
rifiuti del consumo, incremento del pil che consentirà ancora più produzione,
più consumi, più traffico dei mezzi di trasporto delle merci, più infrastrutture
necessarie per contenerli tutti, più capacità di smaltire nuovi rifiuti e così
via in un circolo vizioso il cui unico terminale sarà per forza di cose
l’annientamento della biosfera e di tutti gli esseri viventi che ne fanno parte.
Il grado di sensibilità raggiunto attraverso l’acquisizione di conoscenze e
saperi sempre maggiori dai valsusini che lottano contro il TAV, li sta portando
ad uscire da quel bozzolo del “NO” ormai troppo piccolo per contenere il loro
pensiero. In Val di Susa sta nascendo la consapevolezza di come non sia
sufficiente combattere qualcosa se contemporaneamente non ci si prodiga nel
tentativo di costruire un’alternativa che non si limiti a tentare di preservare
l’esiguo grado di benessere e qualità della vita ancora presenti, ma si proponga
di creare un sistema completamente differente, partendo da una prospettiva in
cui il benessere e la qualità della vita della persona siano centrali rispetto
alle esigenze dell’economicismo.
Affiancare al rifiuto un atteggiamento che sia anche propositivo non significa
trovare delle alternative percorribili per riuscire a far passare 40 milioni di
tonnellate/anno di merci con il minore impatto socio/ambientale possibile, ma
ribadire come quei 40 milioni di tonnellate/anno in Valle di Susa non ci
dovranno passare mai, in quanto il volume di traffico merci che transita lungo
la Valle è già oggi eccessivo e si deve mirare a ridurlo drasticamente.
Proporre un sistema alternativo a quello della crescita significa eliminare il
ricorso agli inceneritori e alle discariche non solamente attraverso la raccolta
differenziata e il TMB ma anche e soprattutto operando una riduzione dei consumi
superflui, degli imballaggi, delle confezioni, diminuendo drasticamente il
volume dei rifiuti e rendendo la natura dei prodotti il più possibile
compatibile con le pratiche di riuso, recupero, riutilizzo e riciclaggio.
Significa opporsi alle centrali a carbone, a quelle turbogas, ed ai
rigassificatori, non limitandosi a sostenere la necessità d’incrementare il
ricorso alle fonti energetiche rinnovabili ma anche e soprattutto ponendosi
l’obiettivo primario di ridurre nettamente i consumi di energia. E sarà
possibile ottenere questo scopo aumentando l’efficienza energetica degli
edifici, incentivando la pratica della cogenerazione, riducendo l’impatto della
macroeconomia globalizzata che comporta spostamenti schizofrenici delle merci
attraverso tragitti sempre più lunghi a favore di una microeconomia autocentrata
fondata sulle filiere corte, nonché diminuendo i consumi superflui nell’ottica
di una ritrovata sobrietà.
Proporre un sistema alternativo a quello sviluppista significa per i NO TAV
valsusini affrancarsi dal dogma del progresso ed accostarsi al pensiero della
decrescita, con la consapevolezza che non si sta tornando indietro ma
semplicemente andando avanti attraverso una strada nuova che intende porre la
scienza e la tecnologia al servizio dell’uomo e non la persona ed il proprio
habitat al servizio della crescita e dello sviluppo. Una strada lungo la quale
la cooperazione prevalga sulla competizione sfrenata, l’altruismo sull’egoismo,
il piacere dello svago e dell’accrescimento culturale sull’ossessione del
lavoro, l’importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il gusto per la
qualità del nostro operato sull’efficientismo produttivista, il ragionevole sul
razionale, il piccolo sul grande, la qualità sulla quantità. Una strada che ci
porti a riscoprire come il benessere e la felicità si possano realizzare
attraverso la soddisfazione di una quantità limitata di bisogni reali, anziché
attraverso il soddisfacimento illusorio di un’infinita miriade di bisogni
effimeri indotti dalla macchina pubblicitaria e dai condizionamenti sociali.
Come la vera ricchezza e la vera gioia allignino nella costruzione di relazioni
sociali conviviali, nel godimento del tempo liberato, nella riscoperta della
nostra natura umana, piuttosto che non nella nevrotica bulimia che ci porta a
fagocitare senza sosta quantità sempre maggiori di beni materiali, nel vano
tentativo di riempire quei vuoti esistenziali che devastano la nostra
interiorità. Il pensiero della decrescita non va inteso come foriero di
recessione o impoverimento, bensì come un’occasione per tutti che sia funzionale
ad un nuovo tipo di società, nella quale la qualità della vita e l’interazione
con l’ambiente al quale apparteniamo (e che non ci appartiene) siano valorizzati
e prevalgano sulla produzione e sul consumo di prodotti inutili e nocivi.
Quello che, al fine di farne meglio comprendere le dinamiche, ho descritto fin
qui come un processo di evoluzione lineare del pensiero, indotto
dall’acquisizione di conoscenze e saperi che generalmente non fanno parte del
bagaglio della persona comune, è in realtà un fenomeno molto complesso, ricco di
sfaccettature e di variabili ed estremamente variegato nei tempi e nei modi
della sua progressione. Sarebbe esercizio d’ingenuità molto lontano dalla verità
oggettiva, affermare che oggi tutti i NO TAV valsusini abbiano maturato un grado
di consapevolezza tale da essersi emancipati dal modello della crescita e dello
sviluppo e condividere con convinzione i proponimenti che Maurizio Pallante
enuncia nel Programma politico per la decrescita.
Le decine di migliaia di persone che in Valle di Susa si battono contro il TAV
costituiscono un insieme estremamente composito, per estrazione sociale,
culturale, sensibilità politica, età, possibilità materiale di partecipare alla
lotta, capacità e volontà di acquisire la conoscenza. Altrettanto composito
risulta essere per forza di cose anche il grado di consapevolezza maturato da
ciascuno di loro e di conseguenza il suo spirito critico nei confronti del
sistema sviluppista. Alcune persone hanno già fatto propri molti dei valori
della decrescita, scoprendo l’importanza dell’autoproduzione e degli scambi non
mercantili, anteponendo quando possibile la produzione dei beni all’acquisto
delle merci, uscendo dalla logica consumista, praticando uno stile di vita
maggiormente sobrio. Molte altre stanno iniziando ora a confrontarsi con il
pensiero della decrescita, essendo arrivate, attraverso il percorso della lotta
contro il treno veloce, a tratteggiare quelle stesse conclusioni che Pallante
esprime in maniera organica nei suoi scritti, ma non hanno ancora avuto il modo
ed il tempo per tradurre in pratica i loro convincimenti. Altre ancora stanno
decolonizzando il proprio immaginario dai dogmi della crescita e dello sviluppo
e riflettendo sulla valenza della parola progresso ma non si sono fino ad oggi
avvicinate alla decrescita ritenendola una teoria (e non una pratica)
difficilmente percorribile nell’immediato. Tante altre si trovano ancora
all’inizio del proprio percorso ed incominciano solo oggi ad intuire le
contraddizioni di cui è infarcito il pensiero dominante che da un lato li
“terrorizza” vaticinando cambiamenti climatici e catastrofi ambientali,
dall’altro li rassicura diffondendo il messaggio che grazie alla crescita e allo
sviluppo tutto andrà per il meglio. Da un lato presenta le impietose immagini
dei grandi fiumi ridotti ad acquitrini e profetizza il prossimo esaurimento
delle risorse idriche, dall’altro propone come indispensabile la costruzione di
sempre nuove gallerie che rimarranno indispensabili e imprescindibili anche
quando la loro costruzione dissiperà miliardi di metri cubi di quell’acqua di
cui si lamenta la penuria.
Si può comunque affermare senza tema di smentita come esistano molte e profonde
consonanze fra la lotta contro il TAV portata avanti da noi valsusini ed il
pensiero della decrescita, poiché proprio il concepimento di una società fondata
sulla decrescita si manifesta come il terminale naturale del processo di
maturazione fin qui descritto, che sia pur con tempi diversi sta portando tutti
noi a percorrere la stessa strada, la quale comporterà per forza di cose il
rifiuto del sistema sviluppista della cui progenie il TAV è figlio prediletto.
Lottare contro il TAV e lottare per costruire una società della decrescita
rappresentano due atteggiamenti complementari che permetteranno ad ogni
valsusino di trasformare quello che inizialmente era solo un “NO” ad
un’infrastruttura costosa, inutile e devastante, nella concreta costruzione di
una prospettiva di futuro migliore (o semplicemente di futuro), per se stesso e
per le generazioni a venire.

http://marcocedolin.blogspot.com/2008/03/lambientalismo-del-fare.html
Marco Cedolin
Tratto dal libro "Proposta di un programma politico per la decrescita"
Autori Vari - Editori Riuniti - Roma 2008
La necessità di salvaguardare l’ambiente si sta facendo sempre più
pressante, dopo che i risultati emersi dall’ultimo rapporto IPCC hanno messo in
luce il preoccupante stato in cui versa l’ecosistema terra e le drammatiche
prospettive derivanti dai cambiamenti climatici innescati dal riscaldamento del
pianeta.. La quasi totalità del mondo scientifico è ormai concorde nel definire
molto grave la situazione, identificando nell’inquinamento ingenerato
dall’attività umana la causa principale del problema. Nel corso della recente
Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici tenutasi a Roma lo scorso 12
settembre, il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio ha evidenziato come la
situazione del nostro paese si manifesti ancora più allarmante, in quanto
l’aumento di temperatura in Italia è stato di 4 volte superiore alla media
mondiale.
Posti di fronte all’estrema serietà delle argomentazioni, fino ad oggi liquidate
come fantasie degli ecologisti, i poteri politici, economici ed industriali si
sono affrettati a colorare di “verde” il proprio pensiero, continuando ad
affermare che occorre creare più crescita e sviluppo, ma aggiungendo che anche
l’ambiente e l’ecologia devono crescere e svilupparsi di pari passo con
l’economia. Dinanzi ad un cortocircuito logico di questa portata, chiaramente
indicativo dell’assoluta mancanza di sensibilità ambientale da parte della
classe dirigente del paese che si rivela totalmente incapace di comprendere la
realtà, non resta che volgere lo sguardo in direzione delle associazioni
ambientaliste che in un momento di emergenza come questo dovrebbero farsi carico
di sensibilizzare l’opinione pubblica, proponendosi come elemento di rottura nei
confronti di un modello di sviluppo che sembra avere imboccato drammaticamente
una via senza uscita.
Legambiente è la più grande associazione ambientalista italiana, essendo
diventata in oltre 25 anni di vita un vero e proprio colosso, forte di 20
comitati regionali, 1000 circoli locali e oltre 115.000 fra soci e sostenitori.
Nata sul finire degli anni 70 sotto la guida di Chicco Testa ed Ermete Realacci,
Legambiente rappresenta nell’immaginario collettivo degli italiani un punto
fermo nel mondo dell’ambientalismo, più di quanto non accada per le altre
associazioni ecologiste che si presentano strutturalmente meno organizzate e non
possono vantare una presenza altrettanto capillare sul territorio ed uguale
gradimento da parte delle istituzioni politiche. Poco importa che Chicco Testa
sia diventato in seguito Presidente dell’Enel, per poi approdare alla Carlyle
Europa e si manifesti oggi convinto sostenitore dell’energia nucleare, tanto da
affermare in un’intervista del 2005 resa a Sergio Rizzo del Corriere della Sera
che “Oggi un mondo senza energia nucleare è impensabile”. Oppure accolga con
favore le colture OGM dichiarando dalle colonne dello stesso Corriere della Sera
“Basta pregiudizi, il progresso non è nemico. Penso ai prodotti vegetali che
possono venire utilizzati per i biofuel, i carburanti puliti. Colture che con
gli OGM potrebbero rendere di più, evitando che la domanda crescente si
trasformi in un aumento del prezzo, ad esempio della pasta o del mais”. Così
come poco importa che Ermete Realacci attualmente sieda in Parlamento fra le
fila di un partito come la Margherita che si manifesta fra i più attivi nello
sponsorizzare la cementificazione del nostro paese.
Legambiente fin dall’inizio della sua attività ha sempre avuto una connotazione
politica ben definita, restando nell’alveo dei partiti di sinistra, dai quali
era nata come costola dell’Arci, ed ha portato avanti il proprio lavoro
rifuggendo da qualsiasi logica di ecologismo estremo per privilegiare un
atteggiamento di mediazione e collaborazione fattiva con le istituzioni. Questa
scelta al prezzo di una ridotta incisività delle azioni in ambito di
salvaguardia dell’ambiente, ha permesso all’Associazione di svilupparsi in
maniera armonica con le istituzioni, arrivando a guadagnarsi una posizione
d’interlocutore principe in materia ambientale presso la classe politica. Tale
posizione ha conferito a Legambiente una popolarità senza eguali, facendo si che
ogni sua iniziativa potesse venire presentata con un certo risalto mediatico ed
accreditata tanto dalla “buona stampa” quanto dalle istituzioni come
potenzialmente positiva e supportata da competenze scientifiche di ottimo
livello.
Larga parte dei vertici di Legambiente sono composti da persone con alle spalle
una lunga carriera politica o politicamente impegnate in maniera attiva nella
coalizione di centrosinistra attualmente al governo. Il Direttore Generale
Francesco Ferrante è senatore della Margherita, così come parlamentare della
stessa Margherita è il Presidente Onorario Ermete Realacci, il Presidente del
comitato scientifico Massimo Scalia è stato parlamentare verde, il membro del
comitato esecutivo Gianni Mattioli vanta un’esperienza più che decennale come
parlamentare prima fra le fila dei Verdi e poi in quelle dell’Ulivo. Tutti
costoro, insieme al Presidente di Legambiente Roberto Della Seta, hanno
partecipato lo scorso settembre a Roma alla prima uscita ufficiale della lista
“Con Veltroni Ambiente, Innovazione, Lavoro” deputata a sostenere la candidatura
del sindaco di Roma alle primarie del futuro Partito Democratico, nelle cui fila
evidentemente i vertici di Legambiente aspiravano a trovare una qualche
collocazione. Veltroni non ha ovviamente tardato a ricambiare il favore e non
appena eletto alla presidenza del PD ha pensato bene di promuovere Roberto Della
Seta ed Ermete Realacci quali membri dell’esecutivo del nuovo partito, sancendo
di fatto uno stretto sodalizio fra il maggiore partito della coalizione di
governo e la più grande Associazione ambientalista italiana che da oggi sarà
chiamata a rispondere prima di tutti a lui.
Questa contiguità fra i vertici di Legambiente ed i partiti politici crea per
forza di cose un’ambiguità di fondo che si concreta nell’evidente incapacità
dell’Associazione di portare avanti una politica di difesa dell’ambiente
realmente libera ed indipendente, risultando condizionata tanto dalle
appartenenze politiche quanto dagli intrecci con amministrazioni,
municipalizzate, e multiutilities che gestiscono i sevizi sul territorio.
Legambiente ha così scelto come propria bandiera gli ossimori dello sviluppo
sostenibile e della crescita verde, tanto cari ai partiti politici di entrambe
le coalizioni, senza mettere in dubbio i fondamenti del modello sviluppista,
limitandosi a proporre una mediazione fra economia ed ambiente che non sarà
assolutamente in grado di manifestarsi come una risposta concreta ai problemi
ambientali presenti e futuri.
Per rendersi conto del grado di sensibilità ecologica espresso dai vertici di
Legambiente è sufficiente una lettura del quotidiano La Repubblica di sabato 20
ottobre 2007, dove accanto a un articolo di Enrico Franceschini sul villaggio
inglese di Modbury, che si è fatto un nome con la scelta di bandire tutti i
sacchetti di plastica sul suo territorio, sostituendoli con sportine di carta e
cotone riutilizzabili, ne appariva un altro all’interno del quale Ermete
Realacci illustrava l’approccio “italiano” allo stesso tipo di problema. Il
Presidente onorario di Legambiente annunciava la prossima sostituzione dei
sacchetti di plastica usa e getta con sacchetti di biopolimeri usa e getta,
secondo il brevetto Novamont che con mezzo chilo di mais ed un chilo di olio di
girasole produce 100 sacchetti biodegradabili. Una scelta di questo genere,
nello spirito dell’articolo, dovrebbe coniugare ambiente ed economia, facendo
felici anche gli agricoltori passati dal coltivare grano a coltivare “plastica”.
Si stima infatti che per produrre le 300.000 tonnellate di bioplastiche che
dovranno sostituire le equivalenti tonnellate di polietilene oggi usate per
costruire 15 miliardi di sacchetti sarà sufficiente coltivare a mais e girasole
200.000 ettari di terreno.
Mentre la scelta operata dal villaggio inglese ha una valenza ecologica,
sostituendo la plastica usa e getta con fibre naturali riutilizzabili, quella
sponsorizzata da Realacci ne è assolutamente priva, insistendo nel proporre
buste di plastica usa e getta, con la sola differenza di utilizzare la
bioplastica in sostituzione di quella attualmente in uso. L’Onorevole Realacci
evita inoltre accuratamente di rendere noto quanto combustibile fossile, quanta
acqua, quanti fertilizzanti, quanti pesticidi sarebbero necessari per coltivare
200.000 ettari a mais e girasole, al fine di produrre 300.000 tonnellate di
bio-plastiche usa e getta, così come evita di contabilizzare quanta anidride
carbonica verrebbe rilasciata durante queste fasi di lavorazione e in quelle
necessarie per passare dal mais al polimero finito. Benvenuti nel regno dell’ambientalismo
del SI, vera bandiera del nuovo Partito Democratico, tanto vicino all’economia
quanto distante da ogni pratica realmente ecologica.Le “campagne” portate avanti
da Legambiente nel corso degli anni hanno contribuito a sensibilizzare un gran
numero di cittadini nei confronti delle problematiche ambientali, facendo
crescere sempre più il numero dei soci, dei sostenitori e di tutti coloro che
finanziano l’Associazione o semplicemente si adoperano gratuitamente per
sostenerne l’operato. Seppure in possesso di una valenza positiva le campagne di
Legambiente presentano però anche delle componenti discutibili che hanno come
conseguenza la collocazione dell’Associazione in una posizione di privilegio
dall’alto della quale dispensare bollini di merito o demerito ed il
coinvolgimento di un enorme numero di cittadini, disposti a spendersi per la
tutela dell’ambiente, in battaglie di retroguardia, mediaticamente premianti ma
prive d’incisività, a tutto detrimento della possibilità che costoro possano
intraprendere iniziative e lotte realmente incisive che risulterebbero oltremodo
scomode, intralciando le politiche di crescita e sviluppo tanto care ai grandi
poteri. Non a caso le campagne di Legambiente vengono spesso portate avanti in
collaborazione con regioni, province, comuni ed enti pubblici e privati, la
maggior parte dei quali risultano fra i principali attori della sistematica
opera di distruzione, avvelenamento e cementificazione dei territori e
dell’ambiente.
La campagna “Goletta Verde”, realizzata da Legambiente compiendo il periplo
della penisola italiana e analizzando circa 500 campioni di acqua marina al fine
di stabilire lo stato di salute del nostro mare, somiglia sempre di più ad una
trasposizione in chiave balneare della guida enogastronomica del “Gambero Rosso”
con cui premiare o castigare le località balneari in funzione dei dati
riscontrati attraverso l’analisi delle loro acque. I risultati della campagna
vengono ogni anno diffusi da giornali e TV con tale risalto da far si che una
“vela” in più o in meno sul catalogo possano costituire motivo d’incremento o
perdita di fatturato per migliaia di attività turistiche che si trovano in
questo modo a dipendere da Legambiente per quanto concerne i propri risultati
economici. La campagna del 2007 è stata condotta per mezzo di 3 imbarcazioni che
hanno fatto tappa in oltre 60 porti ed è stata realizzata con il contributo di
Vodafone Italia e Italgest Mare e con la collaborazione del Ministero
dell’Ambiente, campionando 443 punti, l’87,6% dei quali, contro l’87,3%
dell’anno passato, sono risultati perfettamente puliti. Le conclusioni delle
analisi di Legambiente indurrebbero perciò il cittadino a ritenere il mare
italiano idoneo alla balneazione, pur con l’eccezione di alcune situazioni
specifiche, indotte (come documentato nell’analisi) dalla cattiva gestione dei
sistemi di depurazione da parte di alcune amministrazioni comunali inadempienti.
L’analisi constata sostanzialmente un costante anche se lento miglioramento
delle acque di balneazione, frutto di una maggiore attenzione da parte delle
amministrazioni nei confronti della qualità del mare, attenzione che ovviamente
proprio campagne come Goletta verde avrebbero contribuito nel tempo ad
incrementare. Il cittadino impegnato a nuotare allegramente in quelle acque
definite “perfettamente pulite” da Legambiente che ha rigorosamente eseguito su
di esse le analisi previste dalla legge, dovrebbe essere però informato del
fatto che i controlli in oggetto sono esclusivamente di tipo microbiologico e
non prendono in considerazione l’inquinamento di tipo chimico. Quelle stesse
acque definite “perfettamente pulite”, in quanto prive di agenti patogeni nel
momento dell’analisi, potrebbero pertanto rivelarsi inquinate anche pesantemente
da sostante chimiche e metalli pesanti, che pur non creando alcun problema di
salute immediato all’allegro nuotatore, entreranno nella catena alimentare
attraverso il pescato, con il rischio di determinare patologie ben più gravi di
quelle indotte dall’inquinamento batterico. Solamente un serio piano di
monitoraggi scientifici sistematici e non sporadici, che prendano in
considerazione tanto l’inquinamento microbiologico quanto quello chimico,
sarebbe in grado di definire la reale situazione di salute del nostro mare che
con tutta probabilità si rivelerebbe ben peggiore di quella tratteggiata dalla
Goletta Verde. Questo compito naturalmente spetta al Ministero dell’Ambiente e
non alle associazioni ambientaliste che però fra una bandierina e l’altra
dovrebbero sentirsi in dovere di sollecitarne l’attuazione, anziché limitarsi a
premiare annualmente i comuni più virtuosi, raccogliendo montagne di visibilità
in TV e sui giornali.
La campagna “Treno Verde” condotta dal 1988 da Legambiente insieme alle Ferrovie
dello Stato viene realizzata per mezzo di un convoglio ferroviario che sosta in
alcune città italiane, raccogliendo a bordo visitatori e scolaresche e
monitorando l’inquinamento dell’aria e quello acustico, con lo scopo di
sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della qualità urbana e dello
sviluppo sostenibile. Le misurazioni analizzano inquinanti di varia natura ma si
limitano a monitorare la presenza delle polveri sottili PM 10 (come prescritto
dalla legge) senza prendere in considerazione le nanopolveri, PM 2,5 e PM 0,1
che le più recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato essere gli agenti a
più alta patogenicità.
L’informazione diffusa attraverso l’iniziativa non sempre è corretta e in alcuni
casi si mostra superficiale e fuorviante. Nell’opuscolo dedicato alla campagna
del 2007 sotto la voce “Il gruppo FS per l’ambiente” è scritto testualmente che
“La ferrovia, rispetto alla strada, consente di risparmiare energia, ha un
minore impatto ambientale e consuma meno territorio, un quinto rispetto alle
autostrade a parità di capacità di trasporto. Le emissioni di anidride carbonica
che soffocano le città e contaminano le valli, sono inferiori a quelle
dell’aereo e dell’auto, rispettivamente di 7,5 e 4,5 volte. Il trasporto
combinato (treno + auto) delle merci comporta emissioni e consumi 4 volte minori
rispetto a quello su gomma”. Questi dati verranno ovviamente assimilati come
attendibili dal cittadino, in quanto garantiti dalla maggiore Associazione
ambientalista italiana, ma si manifestano assolutamente privi di significato,
poiché operano dei confronti senza specificare quali siano i termini degli
stessi. Quali ferrovie e quali strade si prendono in considerazione quando si
afferma che “la ferrovia, rispetto alla strada, consente di risparmiare energia,
ha un minore impatto ambientale e consuma meno territorio”? Un treno normale
consuma sicuramente meno energia di un TIR, così come una normale linea
ferroviaria ha minori impatti ambientali rispetto ad un’autostrada. Un treno ad
alta velocità/capacità, al contrario consuma ed inquina maggiormente se
confrontato con un TIR euro5 e perfino con l’automobile, ed una linea
ferroviaria per l’alta velocità/capacità ha impatti ambientali superiori a
quelli di un’autostrada. Ne consegue che il trasporto di merci e persone tramite
ferrovia si manifesta vantaggioso dal punto di vista energetico ed ambientale,
rispetto a quello su gomma, solo sulle linee ferroviarie tradizionali, mentre la
situazione si ribalta quando si fa riferimento alle nuove tratte TAV, nella
costruzione delle quali le Ferrovie di Stato stanno operando investimenti
faraonici senza nessuna prospettiva di miglioramento ambientale. Il cittadino
che legge l’opuscolo della campagna Treno Verde 2007 sarà invece indotto in
maniera fraudolenta a credere che il trasporto di merci e persone tramite
ferrovia sia sempre ecologicamente vantaggioso rispetto a quello su gomma,
mentre non è così.
Sempre nell’opuscolo si può leggere che “Anche nelle grandi opere realizzate
dalle FS, l’attenzione ai fattori ambientali è diventata ormai una costante.
Basti pensare che per quanto riguarda l’inserimento sul territorio delle
infrastrutture per l’alta velocità/capacità l’impegno di spesa del gruppo per
salvaguardare l’ambiente è tra il 15 ed il 20% dell’investimento totale”. In
questo caso si tratta di un’informazione assolutamente falsa, in quanto a
prescindere da quale sia l’entità della spesa di FS per tentare di salvaguardare
l’ambiente nell’ambito del progetto TAV/TAC, quello stesso ambiente non è stato
per nulla salvaguardato. Al contrario le infrastrutture per l’alta
velocità/capacità hanno deturpato in profondità l’ambiente, creando una sorta di
“muraglia cinese” di calcestruzzo che taglia in due la pianura padana fra Torino
e Milano e poi ancora giù fino a Bologna. Così come la costruzione di quelle
stesse infrastrutture ferroviarie ha pesantemente devastato il territorio del
Mugello, creando tutta una serie di danni irreversibili riguardo ai quali è
tuttora in corso un processo presso il Tribunale di Firenze, che vede imputato
il consorzio Cavet che ha realizzato l’opera.
Lo stretto rapporto di collaborazione di Legambiente con le Ferrovie di Stato,
che stanno portando avanti una grande opera dagli impatti ambientali devastanti,
come il progetto alta velocità/capacità italiano, può essere comprensibile se
visto nell’ottica delle campagne per la mobilità sostenibile tanto care alla
onlus del cigno. E’ al contrario assolutamente incomprensibile che
un’associazione ambientalista diffonda nell’ambito di una propria iniziativa,
informazioni imprecise e fuorvianti, aventi in parte per oggetto una grande
infrastruttura, al solo scopo di compiacere il proprio partner commerciale che
sta costruendo quella infrastruttura in totale spregio dell’ambiente.
La campagna “Mal’Aria” organizzata ogni anno da Legambiente nel periodo compreso
fra metà novembre e la fine di gennaio, si propone di sensibilizzare i cittadini
riguardo alle proposte politiche per una mobilità sostenibile, oltre a
monitorare il livello d’inquinamento delle città. Nell’ambito dell’iniziativa i
cittadini vengono invitati ad esporre delle lenzuola bianche acchiappasmog
(recanti l’immancabile logo del cigno) al fine di constatarne il progressivo
annerimento a testimonianza di quanto sia elevata la presenza di smog.
L’iniziativa mette in evidenza il pessimo stato dell’aria delle nostre città, ma
tende a focalizzare l’attenzione del cittadino quasi esclusivamente in direzione
del traffico automobilistico privato e del riscaldamento delle abitazioni, senza
dare risalto alle altre fonti d’inquinamento atmosferico quali fabbriche,
inceneritori, centrali termoelettriche ecc. I rimedi proposti sono gli stessi
che le amministrazioni delle grandi città stanno cercando di attuare da alcuni
anni con scarsi risultati e gravano quasi esclusivamente sulle spalle dei
cittadini. Si tratta dei dettami della mobilità sostenibile, consistenti
nell’invito a privilegiare l’uso dei mezzi pubblici, di ricorrere al car sharing
e al car pooling, di acquistare un’auto nuova euro 4 (per la felicità dei grandi
costruttori automobilistici) e dell’auspicio che i comuni ricorrano a sistemi di
tassazione degli automobilisti che intendono fare ingresso nelle città ed
applichino sistemi di tariffazione maggiorata per il posteggio nelle zone
centrali. Il possesso di un’auto con molti anni di vita, e pertanto giudicata
maggiormente inquinante, viene stigmatizzato come una colpa grave, mentre ai
nuovi filtri antiparticolato euro4 viene attribuita una valenza taumaturgica che
in realtà è valida solamente dal punto di vista legislativo e non certo da
quello sanitario. Non una sola parola viene spesa per ventilare la necessità di
una riorganizzazione del mondo del lavoro che riesca ad invertire il continuo
aumento delle distanze che i cittadini devono coprire per recarsi a lavorare,
nessun accenno all’opportunità di decentrare il posizionamento degli uffici,
nessun riferimento alla necessità di ricorrere in maniera seria e sistematica al
telelavoro, nessun progetto volto a ridurre “l’obbligo” cui sono soggetti molti
cittadini di recarsi quotidianamente nella parte più inquinata delle città. In
piena sintonia con lo spirito dell’iniziativa, la campagna Mal’Aria 2007 di
Legambiente è stata sostenuta dall’Associazione AIFP (Associazione Italiana
Filtri Particolato) i cui aderenti sono Pirelli Ambiente Eco Technology, Dinex
Italia e Ofira Italiana, grandi industrie private che costruiscono il proprio
profitto producendo quei filtri antiparticolato per automezzi accreditati nella
campagna come miracolosi, nonostante si limitino a trasformare le polveri
sottili PM10 (le uniche prese in considerazione dalla legge) in nanopolveri di
minore dimensione, molto più pericolose per la salute umana ma totalmente
ignorate dalla legislazione ed evidentemente anche dai rilevamenti di
Legambiente.
Se le campagne portate avanti da Legambiente lasciano spazio a molte
perplessità, legate alla reale volontà d’incidere nei problemi ed alla natura
spesso ambigua dei partner scelti per sostenerle è però affrontando il tema
dell’energia e delle grandi opere che l’Associazione mostra i suoi veri limiti,
dimostrandosi incapace di operare una scelta netta fra gli interessi
dell’ambiente e quelli dei partiti politici e dell’imprenditoria privata a
fianco dei quali opera con estrema contiguità.
In ambito energetico le posizioni di Legambiente si accompagnano troppo spesso a
collaborazioni disinvolte con aziende private che operano nel settore. Il caso
forse più eclatante è rappresentato dalla partecipazione dell’Associazione come
socio con il 10% in una società del gruppo Sorgenia, la Eligent, dedicata allo
sviluppo di soluzioni per l’efficienza energetica. Il pacchetto di maggioranza
del gruppo Sorgenia, appartiene al gruppo CIR di De Benedetti, che possiede
anche la maggioranza del gruppo L’Espresso (Repubblica) di Sogefi s.p.a.
impegnata nella produzione di componenti per autoveicoli e di Tirreno Power,
società proprietaria della centrale a carbone di Vado Ligure e della centrale
turbogas di Civitavecchia. Il gruppo Sorgenia è uno dei primi 5 operatori
nazionali in campo energetico, ha costruito e possiede la centrale turbogas di
Termoli della potenza di 770 MW, è attualmente impegnato a Modugno, nei pressi
di Bari, nella costruzione di una centrale turbogas da 720 MW ed ha già ottenuto
le autorizzazioni per la costruzione di 2 nuove centrali turbogas ad Aprilia e
Turano-Bertonico nei pressi di Lodi. In ognuno di questi luoghi sono nati
comitati spontanei di cittadini che si battono contro la realizzazione di opere
di questo genere, devastanti tanto per l’ambiente quanto per la salute degli
abitanti. A Modugno il Comitato Cittadino Pro Ambiente ha già raccolto oltre
15.000 firme e organizzato più di una manifestazione di protesta. La centrale di
Modugno consumerà 1miliardo di metri cubi l’anno di metano ed emetterà
nell’atmosfera attraverso due camini 3,9 milioni di metri cubi l’ora di gas da
combustione alla temperatura minima di 85 gradi. Le ricadute inquinanti
interesseranno un’area di 20 km di raggio e saranno composte da 1.500.000
tonnellate/anno di CO2, 1.500 tonnellate anno di ossido di azoto, 290
tonnellate/anno di polveri e nanopolveri, 200 tonnellate/anno di metano
incombusto (gas serra 21 volte più potente della CO2) 90 tonnellate/anno di
ammoniaca e 47 tonnellate/anno di idrocarburi estremamente cancerogeni.
Non si può evitare di restare basiti constatando che la maggiore Associazione
ambientalista italiana partecipa in qualità di socio ad un’impresa impegnata nel
costruire “mostri” di questo genere, assolutamente incompatibili con qualsiasi
proposito di salvaguardia dell’ambiente e della salute.
Anche di fronte ad alcune grandi opere ambientalmente devastanti, la cui
costruzione è avversata con fermezza da comitati di cittadini, esperti ed
associazioni ambientaliste, i vertici di Legambiente hanno spesso assunto
posizioni incompatibili con lo status di onlus ecologista che dovrebbe
contraddistinguerli, manifestandosi il più delle volte in profonda distonia con
il pensiero degli stessi circoli locali dell’Associazione.
Il progetto del TAV/TAC italiano si sta rivelando una delle più grandi truffe
che siano mai state messe in atto in Italia, manifestandosi come una vera fucina
di corruzione, infiltrazioni mafiose e cattiva gestione del denaro pubblico,
come ampiamente documentato da ottime pubblicazioni editoriali, fra le quali
spicca senza dubbio il libro “Corruzione ad alta velocità” di Ferdinando
Imposimato. Le nuove linee per i treni ad alta velocità/capacità comportano
costi economici ed ambientali enormi, superiori a quelli di qualunque altra
infrastruttura trasportistica, senza essere in grado di rispondere a nessuna
delle esigenze dei viaggiatori (la stragrande maggioranza dei quali pendolari)
che utilizzano il servizio ferroviario e delle aziende che hanno interesse a
movimentare le proprie merci tramite ferrovia. I nuovi treni ad alta velocità
determineranno impatti ambientali e consumi energetici superiori a quelli del
trasporto di merci e persone su gomma, come dimostrato dallo studio del Dottor
Mirco Federici dell’Università di Siena, senza riuscire ad ottenere alcun
risultato in termini di redistribuzione modale del traffico merci.
Il Presidente di Legambiente Roberto Della Seta il 16 novembre 2005 interveniva
su un palco in Val di Susa davanti a decine di migliaia di persone, affermando
la propria contrarietà al progetto TAV Torino – Lione, portato avanti con l’uso
della forza dal Governo Berlusconi. Lo stesso Presidente di Legambiente Roberto
Della Seta lo scorso 19 marzo 2007, a Bari per la presentazione della campagna
“Treno Verde” annunciava in conferenza stampa la costituzione di un Comitato SI
TAV per la tratta Napoli – Bari in collaborazione con Confindustria, le Ferrovie
di Stato e la Regione Puglia. Scopo del comitato quello di sensibilizzare il
Governo Prodi riguardo all’opportunità di costruire in tempi brevi
l’infrastruttura per i treni ad alta velocità/capacità. Il Direttore Generale di
Legambiente Francesco Ferrante si è espresso più volte in maniera favorevole
rispetto al progetto TAV del Brennero, con relativo tunnel BBT, pur ostinandosi
nel definirlo un “quadruplicamento”, motivando questa posizione con la necessità
di un presunto riequilibrio modale, nonostante lo studio della società svizzera
Progtrans, commissionato dalla BBT GEIGE abbia già dimostrato che il tunnel di
base (del costo previsto di 5 miliardi di euro) ed i 180 km di linea TAV di
accesso al BBT (del costo previsto di 20 miliardi di euro) sposterebbero su
rotaia solamente 33 TIR/giorno su 6.516, cioè lo 0,5%. Ermete Realacci lo scorso
giugno 2007, ospite di un convegno a Bolzano ha affermato “Inceneritore e tunnel
del Brennero? Facciamoli, i problemi sono altri”.
I problemi di Ferrante e Realacci sono sicuramente altri, riconducibili alla
buona riuscita del neonato Partito Democratico, con buona pace dei 115.000 soci
e sostenitori di Legambiente che gratuitamente dedicano il loro tempo ed i loro
sforzi all’associazione, nella speranza di contribuire a preservare lo stato di
salute dell’ambiente e non certo quello del nuovo PD.
La maggiore Associazione ambientalista italiana posta di fronte ad una grande
opera costosissima, energivora e devastante come il TAV/TAC, avversata da oltre
un centinaio di Comitati spontanei di cittadini in tutta Italia, evita qualsiasi
opposizione, probabilmente per compiacere un partner commerciale di tante sue
campagne (dal Treno Verde al Turismo Sostenibile) quale le Ferrovie dello Stato.
Al contrario afferma essere sua intenzione quella di valutare l’opportunità di
ogni tratta, caso per caso senza alcuna pregiudiziale ideologica. E’ un po’ come
se la maggiore associazione di protezione degli animali affermasse di non essere
ideologicamente contraria all’uccisione dei camosci, riservandosi il diritto di
decidere dove concordare con gli abbattimenti e dove invece eventualmente
opporsi.
I nuovi megainceneritori, impropriamente definiti termovalorizzatori nel
tentativo di attribuire loro una dimensione positiva che non posseggono,
rappresentano in assoluto il peggiore metodo di smaltimento dei rifiuti,
peggiorativo perfino rispetto al conferimento del pattume in discarica, come
sottolineato anche nel rapporto dell’Associazione Medici per l’Ambiente Isde
Italia. Questo poiché la combustione trasforma anche i rifiuti relativamente
innocui quali imballaggi e scarti di cibo, in composti tossici e pericolosi
sotto forma di emissioni gassose, nanopolveri, ceneri volatili e ceneri residue.
Il Dott. Stefano Montanari, Direttore scientifico del laboratorio di
nanodiagnostica di Modena, mette in evidenza come da una tonnellata di rifiuti
bruciata si ricavi una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, che
andranno stoccate all’interno di discariche per rifiuti speciali, 30 kg di
ceneri volanti (la cui tossicità è enorme) 650 kg di acqua sporca da depurare e
25 kg di gesso inquinato utilizzato per l’abbattimento dei fumi. Il che
significa il doppio di quanto si è inteso smaltire, con l’aggravante di avere
trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico. Oltre a dimostrarsi
una calamità dal punto di vista ambientale e sanitario, come tanti studi stanno
a dimostrare, i megainceneritori si rivelano fallimentari anche sotto l’aspetto
economico, al punto che se non usufruissero in maniera fraudolenta degli
incentivi statali (sotto le mentite spoglie di fonti energetiche rinnovabili) la
loro esistenza non avrebbe economicamente alcun senso. Essi inoltre necessitano
di grandi quantità di rifiuti dall’alto potere calorifico, quali plastica, carta
e cartone, necessari per mantenere l’elevata temperatura di esercizio,
sottraendoli al riciclo e contribuendo a ridurre i volumi della raccolta
differenziata.
I megainceneritori rappresentano dunque una vera calamità per l’ambiente, ma
anche nei loro confronti la maggiore Associazione ambientalista italiana non è
in grado di esprimere una posizione di contrasto. Il Presidente di Legambiente
Roberto Della Seta afferma che “Rispetto alle forme illegali e criminali di
smaltimento dei rifiuti, un inceneritore pubblico controllato rappresenta
comunque un progresso”. Come se qualcuno cercasse di giustificare un pestaggio a
sangue, affermando che è un male minore rispetto all’omicidio. Sempre Della Seta
aggiunge “Noi rifiutiamo 1'incenerimento dei rifiuti tal quali e consideriamo
accettabile la termovalorizzazione solo se a bruciare è una frazione marginale,
residua, sécca e non pericolosa di rifiuti; ma ci pare un assioma indimostrato
(e indimostrabile) quello per cui l'incenerimento sarebbe il fondamentale e
principale ostacolo alla differenziazione e al riciclaggio”. A perfetta
dimostrazione dell’assioma che secondo le parole di Della Seta risulterebbe
indimostrabile occorre constatare come in tutte le città nelle quali sono stati
costruiti impianti d’incenerimento dei rifiuti la percentuale di raccolta
differenziata è estremamente bassa. A Brescia dove è da tempo attivo il
megainceneritore della ASM, per citare un caso su tutti, la raccolta
differenziata risulta ufficialmente ferma al 40% e si tratta di un dato gonfiato
artificialmente assimilando in maniera impropria ai rifiuti urbani prodotti
dalle famiglie anche quelli speciali provenienti dalle attività economiche,
mentre l’entità reale della raccolta differenziata in città si rivela ancora più
contenuta.
Davis Casetta del Direttivo di Legambiente Padova, in un articolo avente per
oggetto il potenziamento dell’inceneritore cittadino afferma che “Alcuni
inceneritori si possono fare, ma solo all’interno di una collocazione corretta
nel ciclo integrato dei rifiuti. Inoltre gli impianti di termovalorizzazione
devono ovviamente dare il massimo di garanzie per le popolazioni e devono
sorgere nei siti idonei”. La Segreteria di Legambiente Parma in un documento nel
quale chiarisce la propria posizione sulla questione rifiuti afferma che la
costruzione del “Forno inceneritore potrà esse vista come ulteriore possibilità
di corretta gestione del problema rifiuti solo in un contesto generale che
preveda aspetti positivi quali la gestione integrata basata su criteri di
innovazione del ciclo, raggiungimento di elevate performance ambientali,
personalizzazione dei servizi ed altre azioni che vadano nella direzione di
aumentare la raccolta differenziata e ridurre i rifiuti”. Lo scorso mese di
ottobre nel comune emiliano di Colorno, in occasione della domenica
ambientalista, Legambiente distribuiva opuscoli aventi per oggetto la gestione
dei rifiuti recanti il logo di ENIA (multiutility che gestisce inceneritori e
discariche) all’interno dei quali si vantavano i meriti del nuovo “termovalorizzatore”.
Legambiente si è sempre espressa positivamente riguardo al megainceneritore
dell’ASM di Brescia, condividendo il progetto fin dal momento della sua
creazione, arrivando perfino ad offrire in qualità di Presidente del Comitato
tecnico – scientifico che ha elaborato il progetto, il proprio membro del
Comitato Scientifico ing. Paolo Degli Espinosa.
A Terni dove sono già attivi 2 inceneritori, il consiglio Comunale ha approvato
l’apertura di un terzo camino d’incenerimento, con il voto favorevole dei 2
consiglieri appartenenti a Legambiente, senza neanche avviare preventivamente un
dibattito con la cittadinanza.
In provincia di Grosseto Legambiente è favorevole alla costruzione dell’impianto
di CDR delle Strillaie (che copre una superficie di 55.000 metri quadrati, pari
ad 8 campi da calcio, ed ha un’altezza di 13 metri, come un palazzo di 4 piani)
nell’ambito del quale le comunità consorziate hanno sottoscritto un contratto
capestro che le costringerà a conferire quantità sempre crescenti di rifiuti
indifferenziati. Così come l’Associazione guarda con favore all’inceneritore di
Scarlino che sarà destinato a bruciare il CDR prodotto nell’impianto delle
Strillaie.
In altre realtà alcuni circoli locali di Legambiente sono invece attivamente
impegnati contro l’incenerimento. Questa profonda ambiguità, indotta dalla
volontà di coniugare ambiente e mercato, mantenendo gli stretti rapporti di
“amicizia” e collaborazione che l’Associazione vanta con multiutility e
municipalizzate in prima fila nella costruzione degli inceneritori, come Hera ed
ASM, non fa sicuramente bene all’ambiente e contribuisce a confondere le idee
dei cittadini che vengono esortati a difenderne l’integrità a corrente
alternata, secondo un disegno dettato esclusivamente dalle opportunità
politiche.
I rigassificatori sono degli impianti che consentono l’importazione di gas allo
stato liquido, attraverso le navi gasiere, costituendo in questo modo
un’alternativa al gas importato tramite i gasdotti. Si tratta di impianti che
determinano un grande impatto ambientale e costituiscono un enorme potenziale di
pericolo per le popolazioni in caso d’incidente. Le motivazioni della loro
costruzione possono essere lette esclusivamente alla luce dell’ambizione da
parte dei gestori di energia di trasformare il nostro paese in una sorta di hub
energetico che consenta l’esportazione del gas verso il resto d’Europa,
piuttosto che non nella velleità di fare fronte ad un continuo aumento dei
consumi interni di energia nei prossimi anni. L’Italia ha infatti in previsione
di realizzare 13 rigassificatori nei prossimi anni, i quali sarebbero in grado
di assorbire oltre 100 miliardi di metri cubi di gas che unitamente a quello
importato tramite i gasdotti costituirebbe una quantità di combustibile
enormemente superiore ai bisogni del nostro paese anche alla luce delle stime
più ottimistiche di crescita dei consumi energetici.
Avallare la costruzione dei rigassificatori, significa dunque avallare le
speculazioni dei colossi dell’energia e condividere con loro l’intenzione di
aumentare nel prossimo futuro lo sfruttamento di una fonte energetica fossile
non rinnovabile quale è il gas naturale. Proprio per queste ragioni comitati
spontanei di cittadini ed associazioni ambientaliste si stanno da tempo battendo
con forza contro la costruzione degli impianti di rigassificazione.
Nella mozione approvata dal direttivo nazionale di Legambiente in data 11 giugno
2006 in tema di rigassificatori si può leggere che “Legambiente rifiuta
radicalmente l’idea di un’opposizione generalizzata contro i rigassificatori: i
nostri comitati regionali, i nostri circoli e gruppi locali non possono in alcun
modo prestare il fianco a iniziative di questo tipo, dannose per l’immagine e
gli obiettivi dell’associazione, né tanto meno assecondare forme pericolose di
disinformazione che esagerando oltre ogni decenza i rischi potenziali dei nuovi
impianti, alimentano allarmismi e catastrofismi del tutto impropri”. Qualunque
lettore disincantato faticherebbe molto a comprendere a quali “Obiettivi
dell’Associazione” che prescindano dalla salvaguardia dell’ambiente, il
documento stia facendo riferimento ma raccoglierebbe comunque il chiaro invito
agli aderenti dei circoli locali affinché, qualora stiano portando avanti
battaglie contro i rigassificatori, desistano dal loro intento uniformandosi ai
dettami dell’Associazione. E poi ancora “È altresì evidente che se si vuole
aumentare il contributo di gas alla produzione termoelettrica, occorre rendere
meno rigido l’approvvigionamento metanifero, oggi affidato quasi per intero ai
gasdotti che arrivano dalla Russia e dall’Algeria e nelle mani di un unico
monopolista (l’Eni) e in particolare bisogna procedere alla realizzazione di
alcuni terminal di rigassificazione. Anche questa posizione non è nuova per
Legambiente: più di dieci anni fa ci schierammo a favore della realizzazione di
un rigassificatore a Monfalcone, ma un referendum popolare indetto dal Comune
vide la prevalenza del NO all’impianto”. Una giustificazione nei confronti
d’impianti ambientalmente impattanti e potenzialmente pericolosi, basata
esclusivamente su ragioni di natura economica che sicuramente non dovrebbero
costituire il tema pregnante di un’associazione ambientalista. Inoltre “Se è
necessario che le comunità locali vengano pienamente coinvolte nella discussione
e nella valutazione sui singoli progetti, è anche importante che la decisione
sulla realizzazione e la localizzazione di rigassificatori non sia considerata
materia di competenza esclusivamente locale; in quest’ottica, va respinta l’idea
demagogica e falsamente democratica di affidare le scelte finali a consultazione
referendarie locali”. La maggiore associazione ambientalista italiana che da
sempre si fa vanto dei propri principi democratici, si dimostra dunque
pesantemente contrariata dal fatto che le comunità locali possano impedire la
costruzione di una grande opera attraverso l’istituto del referendum, come
accaduto nel caso di Monfalcone. E nello stesso documento si conclude che “In
generale, noi pensiamo che gli impianti di rigassificazione vadano localizzati
preferibilmente in aree industriali, dove possono diventare l’occasione per
attivare interventi di risanamento ambientale, e fuori da siti di grande pregio
ambientale e rilievo architettonico e culturale”. Non si riesce a comprendere
quali occasioni per interventi di risanamento ambientale possano derivare da un
rigassificatore, ma si comprende al contrario molto bene il pieno appoggio
offerto da Legambiente alla costruzione di nuovi rigassificatori, certo
funzionale alla partecipazione dell’Associazione in società come Sorgenia che
costruiscono centrali turbogas, e condizionato solo dal fatto che gli impianti
non turbino i siti giudicati di grande pregio ambientale e rilievo
architettonico e culturale. Basta che a nessuno venga in mente di costruire
l’impianto in piazza del Campo a Siena e la rigassificazione potrà dunque essere
giudicata una pratica ambientalmente virtuosa.
L’eolico, al pari del solare, rappresenta una delle fonti energetiche
rinnovabili nelle quali è senza dubbio necessario investire per ridurre la
dipendenza del nostro paese dalle risorse fossili. La creazione dei cosiddetti
“parchi eolici” si manifesta però come una suggestione creata artificialmente
mistificando la realtà. I tralicci dell’altezza di 120 metri (4 volte un palazzo
di 9 piani) non sono alberi, così come gli elettrodotti, le cabine di
trasformazione e le strade di accesso non sono prati inglesi. Le installazioni
eoliche, consistenti in una lunga serie di torri con annesse strutture di
trasmissione e trasformazione, non somigliano neppure lontanamente a dei parchi,
ma costituiscono un insieme d’infrastrutture che determinano un consistente
impatto ambientale.
Proprio per questa ragione è indispensabile che l’opportunità della costruzione
di un impianto eolico venga ponderata attentamente, tenendo nella massima
considerazione le caratteristiche specifiche dei territori e l’opinione delle
popolazioni interessate dal progetto e valutando in maniera oggettiva le
eventuali criticità. La creazione di un’installazione eolica deve inoltre
inserirsi armonicamente all’interno dei piani energetici regionali ed essere
supportata da studi concernenti il ritorno economico dell’opera, per evitare
che, come spesso accade, l’azienda privata che gestisce l’impianto, ritenendo
tale gestione antieconomica lo abbandoni a sé stesso una volta esauriti gli
incentivi finanziari pubblici. Occorre inoltre evitare di dare spazio a quei
gestori interessati ad investire nell’eolico solamente per ottenere in questo
modo dei “certificati verdi” di energie rinnovabili che consentiranno loro
maggiore operatività nel settore delle energie non rinnovabili, magari da
spendere nell’ampliamento di un inceneritore o in un impianto termoelettrico.
Anche fatte queste premesse lo sfruttamento dell’energia eolica in Italia è tale
da destare comunque più di una perplessità, poiché concentrato in istallazioni
di grandi dimensioni che riescono a diventare economicamente vantaggiose
solamente grazie al contributo del denaro pubblico. In Inghilterra al contrario
si privilegiano i piccoli impianti da 1 KW per autoconsumo, la cui struttura
dell’altezza di 2 metri non crea alcun impatto ambientale.
L’atteggiamento di Legambiente in materia d’impianti eolici appare per molti
versi discutibile in quanto caratterizzato da un appoggio sistematico alle
aziende private che intendono investire nell’eolico, a prescindere dalla bontà
dei singoli progetti e dalla buona fede dei gestori. Tale linea di condotta
dell’Associazione ha comportato in più di un’occasione conflitti anche aspri con
alcuni circoli locali, come nel caso del Circolo di Legambiente Emilia Est a
proposito dell’installazione eolica del Sillaro o di Legambiente Basso Molise
per il progetto dell’impianto eolico off shore di Termoli. In taluni casi è
emersa l’esistenza di veri e propri accordi economici aventi per oggetto
emolumenti in denaro, fra Legambiente ed alcuni imprenditori impegnati
nell’eolico, come documentato in un’inchiesta del Secolo XIX datata 25 agosto
2007.
Alla luce di tutte le considerazioni fatte finora, appare chiaro come la più
grande Associazione ambientalista italiana non abbia alcuna intenzione di
manifestare un qualche elemento di rottura rispetto al modello sviluppista che
si propone di risolvere il problema dell’inquinamento ambientale e dei mutamenti
climatici attraverso gli stessi strumenti (crescita e sviluppo) che hanno
contribuito ad ingenerarlo. La posizione di condiscendenza nei confronti delle
grandi opere ad alto impatto ambientale (che la politica ritiene fondamentali
elementi di crescita e sviluppo, non solo economico ma anche dell’ambiente)
credo non lasci spazio a dubbi sulla volontà di Legambiente di proporsi quale
capofila di un ambientalismo utilitarista e “non belligerante” che mira a
qualificarsi quale antagonista delle centinaia di realtà (comitati spontanei di
cittadini, movimenti, associazioni di varia natura) che oggi in Italia stanno
combattendo attivamente contro le grandi opere e le nocività.
Non a caso Walter Veltroni nel proprio discorso di candidatura alla guida del
futuro Partito Democratico, tenutosi al Lingotto di Torino nello scorso mese di
giugno ha affermato “Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo dei SI”. Quale
interprete, meglio di Legambiente, i cui vertici partecipano attivamente al
partito di Veltroni, potrebbe riuscire a tradurre in pratica la nuova filosofia
dell’ambientalismo economico? Veltroni ha bisogno dell’appoggio di
un’associazione ambientalista che riesca a dare una patente ecologica alla sua
politica di crescita e sviluppo, sdoganando come “sostenibili” grandi opere
impattanti e dannose fortemente contrastate dalle comunità locali. Legambiente
ha bisogno di un appoggio politico che le consenta di trasformare l’ambientalismo
in un business economico sempre più redditizio. A questo punto il “matrimonio”
sembra già cosa fatta, anche se alla cerimonia tutti si sono dimenticati
d’invitare gli otre centomila soci e sostenitori dell’associazione che
regolarmente puliscono le spiagge e contribuiscono a creare le iniziative perché
innamorati dell’ambiente e non certo degli inceneritori, dei rigassificatori,
dei treni ad alta velocità e delle centrali turbogas.