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La Stampa, 09 Luglio 2006


TRENI AL PALO COSTI TROPPO ALTI E POCO TRAFFICO HANNO AFFOSSATO IL PROGETTO. PER SOPRAVVIVERE BISOGNA TROVARE UN’INTESA CHE DIMEZZI L’ESPOSIZIONE


Eurotunnel, 3 giorni per non fallire


Martedì sera riunione decisiva coi creditori. Il debito tocca i 9,1 miliardi

 

corrispondente da PARIGI
Era l’impresa che ha fatto gridare al miracolo tecnologico e scatenato gli splendori dell’investimento privato nelle grandi opere. Era. Prima che i costi di realizzazione del tunnel sotto la Manica si rivelassero assai più alti del previsto, il ritardo nella messa in servizo delle navette e il traffico meno sostenuto facessero saltare ogni piano e portassero al si salvi chi può. Adesso l’ottava meraviglia, versione franco-britannnica, figura sempre nella lista dei primati, ma del debito: 9,1 miliardi di euro. E rischia di entrare nel guinness dei più corpulenti fallimenti della storia. Se entro mercoledì, data in cui scade il terzo «waiver», periodo per la rinegoziazione del debito, non si arriverà a un accordo con i creditori, Eurotunnel depositerà i bilanci.
La riunione decisiva, quella dell’ultima chance, è fissata per martedì: con il gruppo di creditori obbligazionisti, i più irriducibili, che non accettano i draconiani termini della rinegoziazione del debito messi a punto dal presidente Jacques Gounon a fine maggio con le banche Goldman Sachs, Macquarie Bank, Barclays e Axa Private Equity. Perché come i Paesi del Quarto Mondo Eurotunnel ha bisogno che il debito gli sia abbuonato e in modo vistoso: fino a scendere a 4,2 miliardi di euro, dice Gounon.
I creditori non sono tutti uguali: a fianco di duecento «grandi», banche assicurazioni e fondi speculativi, ci sono i «piccoli» che hanno visto volatilizzati i loro investimenti, e sono i più infuriati. Gounon, con pazienza e sforzi infiniti, ha messo in tasca il sì dei detentori di circa il cinquanta per cento del debito. Ancora troppo poco. Gli irriducibili sono stati convocati venerdì a Parigi alla banca Lazard: riunione sul cui esito esistono versioni pericolosamente discordanti. Secondo alcune fonti i creditori obbligazionisti hanno fatto vistosi passi indietro nei loro dinieghi. Tanto che un portavoce di Eurotunnel l'ha definita «una tappa significativa verso la conclusione di un accordo». Ma l'«Arco» che riunisce il settanta per cento dei detentori di obbligazioni, un terzo del valore nominale del debito, ha annunciato in modo spiccio che non accetta affatto le modalità di ristrutturazione. Se ne riparlerà martedì ma con le lancette dell'orologio che scandiscono pericolosamente le ultime ore.
Perché Gounon, forse per premere sui suoi ispidi interlocutori, è stato chiaro: senza accordo l'unica soluzione è portare i libri contabili in tribunale. I revisori dei conti hanno giudicato la situazione così grave ormai da lanciare una procedura di allerta rifiutando la certificazione dei conti del 2005 e l'Autorità dei mercati finanziari ha sospeso ormai da maggio la quotazione delle azioni.
I recalcitranti hanno proposto l'inevitabile «piano B» che prevede che il debito sia ridotto del sessanta per cento e sia abbinato da un aumento di capitale di 680 milioni di euro. Se gli azionisti non aderiscono, i titolari di obbligazioni che garantirebbero l'operazione si ritroverebbero proprietari dell'84 per cento del gruppo. Piano che viene liquidato come fantascientifico da parte di Eurotunnel perché chiede di mettere mano al portafoglio a chi ha già perso tutto. L'azione oggi vale sotto i cinquanta centesimi di euro. La carta forse decisiva in mano a Gounon è l'obbligo per tutti di trovare una intesa. Lui perché ha bisogno in questa sua impossibile missione di avere il consenso generale. Depositando i bilanci potrebbe sbarazzarsi certo dei ribelli, ma a un costo politico insostenibile; ci sono infatti 600 mila azionisti francesi. I detentori di obbligazioni, da parte loro, in caso di fallimento, non sono certo i creditori privilegiati per il rimborso. Il diritto fallimentare francese è uno dei più avari. Nella scaletta vengono dopo i salariati, il fisco e gli oneri sociali.
Tra scontri personali, bluff e contromosse si spera in un «miracolo» di questo manager cinquantatreenne che, designato dalla associazione di difesa degli azionisti, ha accettato di salire a bordo di una nave prossima al naufragio solo con i gradi di capitano. Il suo metodo è fatto per metà di fermezza e per metà di diplomazia e finora ha fatto meraviglie. Con i suoi interlocutori ha sempre giocato la carta della sincerità perfino brutale. Come quando confessò: «Se si fosse immaginato che questi erano i risultati, il tunnel non lo avremmo mai costruito».

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Forse, quando si fanno i conti, bisognerebbe farli con l'oste del buon senso, e non da ubriachi di denaro e potere... vero Sig.ra Bresso, Sig. Chiamparino e soci?

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