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La Tav in Valle di Susa: una palude tra le sabbie mobili delle grandi opere Non si possono capire le vere ragioni di chi vuole i tunnel della TAV in Valle di Susa se non li si colloca nella strategia globale che guida il progetto della TAV in Italia e la sua storia. Non si può comprendere il reale significato complessivo della TAV in Italia se non inserendolo nella logica di potere che governa la realizzazione delle cosiddette "grandi opere". La rivolta popolare contro la Tav in Val di Susa non si limita a una rivolta ecologista (che qualche "furbetto del quartierino" si ostina a denigrare appiccicandogli sopra l'etichetta di "effetto Nimby"). Contro questo progetto assurdo si è spontaneamente creato un formidabile laboratorio politico, nato dal basso, senza l'intermediazione politica dei partiti (anche se la sinistra radicale sta tentando goffamente di appropriarsene), in grado di partire dall'analisi su un problema specifico per risalire alle cause che lo hanno generato, che si chiamano globalizzazione, strapotere delle oligarchie politiche ed economiche, crisi irreversibile del modello di sviluppo basato sulla crescita infinita, saldatura tra i poteri "ufficiali" dello Stato e la malavita organizzata. Questo non è pertanto un punto di programma elettorale nel senso classico del termine, ma un punto informativo. Il laboratorio politico No Tav sta sfornando materiale con crescita esponenziale. Tra i tanti siti No Tav provate a visitare: leggete i contributi fondamentali di:
prendete nota della serietà dell'approccio intellettuale, della capacità di motivare le proprie asserzioni, della proprietà di linguaggio che emerge da tali contributi, per poi confrontarli con il vuoto quaquaraquà di chi altro non sa fare che ripetere, fino alla noia, il ritornello del "non possiamo restare isolati" (link: Mercedes Bresso e la T.A.V.: Tavanate A Valanga), o le incredibili frottole raccontate da chi che si arrampica sugli specchi per sostenere l'insostenibile (link: Un miliardo per il corridoio 5, da 'La Stampa' del 02.04.2006), e già così potrete farvi un'idea abbastanza precisa dell'aria che tira dalle parti delle irrinunciabili, imperdibili, inderogabili "grandi opere". Ma andiamo per ordine, ed iniziamo ad esaminare le profonde radici che hanno generato il progetto della TAV in Val di Susa. Per fare questo, ci guiderà il già citato contributo 'Corruzione ad Alta Velocità - Viaggio nel governo invisibile', che vi invitiamo a leggere integralmente, in quanto contiene la chiave di lettura degli inquietanti piani di sviluppo delle grandi opere che sia il centro-destra che, soprattutto, il centro-sinistra, hanno messo in programma per questa campagna elettorale (e che saranno esaminati più avanti). Ipotesi su un imbroglio Pubblicato nel novembre del 1999, 'Corruzione ad Alta Velocità' è la storia di un assalto predatorio che alcuni esperti valutarono in 140.000 miliardi di lire. Un "atto di pirateria, non solo annunciato, ma anche - e a lungo - inutilmente denunciato da un giudice scomodo, divenuto parlamentare e membro della Commissione antimafia": Ferdinando Imposimato. La nostra storia inizia nel novembre del 1994. Sulla base di una articolo apparso sul quotidiano Il Mattino, a firma di Maria Rosaria Capacchione, nella sua qualità di senatore eletto come indipendente nelle liste del PCI-PDS, Imposimato decise di presentare un'interrogazione parlamentare, con la quale domandava delucidazioni sull'ipotesi che migliaia di miliardi si fossero volatilizzati attorno ai lavori della TAV lungo l'asse Napoli-Caserta-Roma, anche alla luce dei continui 'messaggi' al tritolo che la Camorra mandava alle imprese e agli operai che non si piegavano ai suoi ricatti. Erano i giorni più caldi delle inchieste milanesi di tangentopoli. Nella sua interrogazione dell'8 novembre 1994, Imposimato ipotizzava una possibile penetrazione della criminalità organizzata nella costruzione della TAV tra Roma e Napoli, costata all'epoca 5.600 miliardi di lire. Nonostante l'uso del condizionale, non si trattava di una denuncia generica, in quanto venivano esplicitamente indicate le forniture del movimento terra e del calcestruzzo, nonché i nominativi di alcune imprese aggiudicatarie sospette, come l'Icla. L'interrogazione (all'epoca era ancora in carica il Berlusconi I) rimane senza risposta. Il 16 dicembre 1994 Imposimato torna alla carica con un'altra interrogazione, firmata anche da altri 13 parlamentari, in cui si metteva in evidenza anche un altro rischio, oltre a quello della Camorra: quello della corruzione. L'interrogazione si concludeva con la richiesta di conoscere l'elenco dei consorzi e delle imprese che si erano aggiudicate i lavori della TAV, con l'indicazione delle imprese subappaltatrici o comunque coinvolte nei lavori. I sospetti di Imposimato si fondavano sul fatto che i lavori della TAV procedevano con le stesse modalità che avevano generato gli enormi sperperi di denaro pubblico già visti con l'ampliamento della terza corsia dell'autostrada Roma-Napoli, dove erano state violate la legge sulle gare d'appalto e le direttive comunitarie sulla corretta gestione delle opere pubbliche. Su questi lavori, nel 1993, Imposimato aveva già presentato delle interrogazioni, nelle quali compariva il nome dell'Icla. Ovviamente sia le interrogazioni del 1993 che quelle del 1994 rimasero lettera morta. Un'investitura inattesa Nonostante il muro di silenzio, Imposimato può contare su un importante vantaggio: all'epoca fa parte della Commissione parlamentare antimafia, presieduta dall'On. Tiziana Parenti di Forza Italia, che sta preparando una serie di relazioni sulla presenza della criminalità organizzata nel meridione. La Parenti decide di affidare la relazione sulla Campania ad Imposimato, cosa che lo sorprende non poco, visti i dubbi che allora aleggiavano su colei che, al tempo della sua collaborazione con il pool di 'Mani Pulite' di Milano, aveva tentato di delegittimare Antonio Di Pietro. Dopo un meticoloso lavoro in solitaria, nella primavera del 1995 Imposimato consegna alla presidenza della commissione una bozza della sua relazione, dove viene esposto il meccanismo dell'imbroglio della TAV, del tutto simile a quello già visto con l'ampliamento dell'autostrada Roma-Napoli. Chi fosse interessato ad entrare nei dettagli di questo sistema perverso può consultare le pagine 34 e 35 del testo in esame. Qui ci basta arrivare alla conclusione, ossia che, in questo modo, si viene a creare un connubio "in virtù del quale la Camorra costituisce il punto di riferimento per tutte le ditte del nord d'Italia, garantendo i cantieri dall'aggressione della malavita, in cambio di un controllo sugli stessi appalti. Complessivamente l'operazione sconfina nella corruzione politica e amministrativa e nel finanziamento illecito dei partiti". A quel tempo Imposimato ancora ignorava il livello di coinvolgimento dei vari esponenti del potere politico, economico e giudiziario: aveva scoperto il copione ma non ancora i registi e gli attori. Qualcosa però, e qui sono parole sue, "mi aveva fatto drizzare le orecchie: mentre continuavo nel mio lavoro di ricerca e di indagine in assoluta solitudine, in più di un'occasione mi ero trovato di fronte all'indifferenza di quasi tutti i miei compagni di partito, guidati da un personaggio ineffabile e cortese, Antonio Bargone, deputato di Brindisi, uomo molto vicino all'allora segretario del PDS e futuro presidente del consiglio Massimo D'Alema". Arriviamo al 27 luglio 2005, quando Imposimato illustra davanti alla Commissione antimafia la sua relazione sulla situazione della criminalità organizzata in Campania, che contiene le prime tracce a proposito delle infiltrazioni mafiose nel business della TAV. Imposimato ha a sua disposizione appena mezz'ora di tempo. "La Commissione antimafia lo ascolta (...) senza grande partecipazione. Sui banchi della sinistra non c'è nessuno (...). Ma Imposimato, abilmente, tiene per la prossima seduta la parte più rilevante della sua illustrazione del documento sulla Campania: la parte che tratta dell'Alta velocità". Che viene fissata per il 1° agosto 1995. Quel giorno Imposimato fa nomi e cognomi, cita imprese, denuncia omissioni: "per quanto riguarda in particolare l'Alta Velocità, esistono fondati motivi per ritenere che dalla fine del 1994 sia iniziata un'azione di penetrazione della Camorra nei lavori per le linee ferroviarie dell'Alta velocità, almeno per quanto concerne la tratta Roma-Napoli per la quale è stata stanziata una somma di 5.600 miliardi". Imposimato chiama anche in causa, oltre alla Icla e alla società Condotte (ben note alla Commissione antimafia delle passate legislature) l'amministratore delegato della Tav SpA, Ercole Incalza, che finirà nei guai fino al collo da lì a poco nell'inchiesta della magistratura di Perugia. Ma è in chiusura l'affondo più micidiale: "le vicende legate alla terza corsia dell'Autostrada del Sole e alla realizzazione della TAV, connesse tra loro, sembrano dimostrare che la Camorra è non più antagonista dello Stato, ma una sorta di controparte dello Stato, una forza riconosciuta, rispettata, efficiente e temuta. Essa controlla ancora oggi una parte del potere politico-istituzionale, gestisce le grandi opere pubbliche e assicura un certo ordine sociale. Lo Stato finisce così per finanziare la Camorra, potenziandola e legittimandola. Il flusso di denaro pubblico verso la Camorra si alimenta non più per effetto di un rapporto conflittuale, ma di un patto scellerato che ha per oggetto lo scambio tra denaro pubblico, ordine sindacale, tangenti e consenso sociale". Un'indifferenza inaspettata
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