DAL DIARIO DI UN EX “BOH? TAV”
Oggi è passato un anno dai fatti che vado a raccontare
In realtà il vero inizio fu un paio di settimane prima del 16 novembre 2005…
il 31 ottobre 2005 la gente della Val di Susa si muoveva spontaneamente e massicciamente per contrastare la decisione dello Stato di cantierare, nell’ambito del progetto Alta Velocità Torino-Lione, la zona del Seghino, una località nei pressi di Susa. La gente si mosse per opporsi fisicamente con “resistenza passiva non violenta” (ispirandosi a quella insegnata da Gandhi), con educazione e grande determinazione ad un esercito di poliziotti in tenuta antisommossa mandati per imporre con la forza qualcosa che riguardava il futuro di un territorio e che la maggioranza dei cittadini di una valle grande e densamente popolata non condividevano.
Un fatto senza precedenti per portata e caratteristiche dello scontro tra popolazione civile e truppe: cittadini e sindaci di 37 comuni formavano un unico fronte; solidale, compatto, determinato.
Un fatto che ottenne l’interesse dei grandi canali di informazione: “finalmente!”, bisognerebbe dire, dato che, come scopersi in seguito, il Movimento NO TAV esisteva e lottava per far sentire la propria voce da ormai quasi 14 anni… passati sotto silenzio!
Moltissime persone scoprirono solo allora che esisteva un’opposizione così diffusa e radicata a questa Grande Opera, indicata fino ad allora in modo univoco come un simbolo del progresso, come tale assolutamente positivo. Posizioni critiche così largamente condivise dalla gente del posto stimolarono la curiosità e in seguito il dubbio di molti che, al di là della propaganda sul “Progresso”, potessero esservi buone ragioni, fino quel momento non considerate o non messe a disposizione dell’opinione pubblica, per opporsi alla realizzazione del progetto.
Fui tra quelli.
Non mi accontentai di leggere quello che riportavano i giornali
e i TG: avevo finito da poco di leggere Regime di
Lo spazio mediatico era occupato prevalentemente dalle notizie di cronaca e dalle opinioni dei politici regionali e nazionali (opinioni che mi sembravano peraltro piuttosto povere di contenuti forti e soprattutto di motivazioni scientifiche delle tesi asserite); ne veniva lasciato pochissimo per le ragioni delle istituzioni della valle e della popolazione.
Il fatto che si fosse mossa tanta gente da riuscire a fermare l’avanzata di qualche migliaio di militari sembrava però indicare che c’erano ragioni fortemente diffuse e radicate; probabilmente valide e ragionevoli, visto il consenso.
Andai alla ricerca di quelle ragioni utilizzando quel mezzo di informazione che, per ora, fortunatamente, non è stato ancora imbrigliato dai potenti. Le trovai sui siti www.notav.it, www.legambientevalsusa.it, www.notavtorino.it. Quest’ultimo in particolare forniva documentazione tecnica su flussi logistici, richieste di trasporto merci, analisi costi-benefici, sistema di finanziamento delle Grandi Opere, “Legge Obiettivo” e molto altro di cui, effettivamente, sui giornali non avevo trovato traccia.
Per i media la popolazione della valle era affetta da una
sindrome di cui non avevo sentito parlare in precedenza: “N.i.m.b.y.”,
un acronimo dall’Inglese che significa “non nel mio cortile”. L’opposizione
sarebbe stata dunque motivata dal desiderio, peraltro sacrosanto, delle
popolazioni locali di non essere disturbate dai lavori, dai timori per la
propria salute per il rischio amianto (la cui presenza nelle montagne da
attraversare con le gallerie veniva all’epoca decisamente smentita dal
sindaco di Torino e dal governatore della
In sintesi per ragioni tipicamente “localistiche”, miopi ed egoistiche nei confronti dell’interesse generale del Piemonte e su, fino a quello dell’Italia intera.
Però, quello che avevo appreso dalla documentazione disponibile sui siti non era in sintonia con questo tipo di presentazione. Non erano affatto le argomentazioni che ci si sarebbe potuti aspettare da dei “montanari ignoranti”.
Le valutazioni e gli studi economici erano forniti da personaggi
del calibro del Dr.
Ciò che mi colpì più di tutto fu però la spiegazione dell’Ing. Ivan Cicconi[7] di come funzionasse realmente il sistema di finanziamento del TAV (che veniva presentato dai media come qualcosa che avrebbe gravato sulle spalle di imprese private e solo parzialmente sarebbe stato finanziato da denaro pubblico). Risultava infatti, dati ufficiali alla mano, che l’opera sarebbe stata pagata pressoché interamente con soldi “presi dalle tasche degli italiani” (per usare un espressione utilizzata spesso da un nostro famoso personaggio politico) gravando pesantemente (nell’ordine di miliardi di Euro ogni anno) per qualcosa come vent’anni sui conti pubblici di un paese in già evidente difficoltà[8].
Questo fatto unito alle considerazioni precedentemente richiamate sulla ragionevolezza e sostenibilità dell’opera mi portarono a propendere verso le ragioni dell’opposizione; per me che non abito in Valle né ho proprietà o “orticelli da difendere” da quelle parti furono questi gli argomenti che mi fecero sentire direttamente coinvolto.
La sfiducia nelle politica dei Partiti motivata dai fatti vergognosi tipici della vita pubblica italiana da Tangentopoli in su, mi aveva portato nel corso degli anni a prendere le distanze ed estraniarmi da tutte le attività che fossero in qualche modo ad essa collegate: avevo finito, come tanti altri, per credere che “politica” fosse sinonimo di qualcosa di schifoso e indegno di interesse, di partitocrazia ed oligarchia, di falsità e populismo. Significati lontani da quello autentico ed originale di amministrazione del bene pubblico in vista dell’interesse e benessere collettivi.
Nella documentazione fornita dai siti non risultavano però tendenze e colori politici predominanti (a differenza, anche in questo caso, di quanto insinuato dai media): risultava che l’opposizione al TAV fosse un movimento assolutamente trasversale agli schieramenti politici dimostrato ad esempio dal fatto che non era cambiata di una virgola la posizione sostenuta nei confronti della giunta Ghigo e successivamente Bresso a livello regionale o di fronte al succedersi dei Governi nazionali (in 15 anni se n’erano succeduti parecchi).
Fu in questo contesto che presi parte, a distanza di due settimane dai fatti del Seghino, alla manifestazione del 16 novembre: mi sentii in dovere verso me stesso di contrastare con la mia presenza fisica ciò che dietro il TAV avevo capito nascondersi, indipendentemente dalla probabilità di raggiungere il risultato, dalla possibilità di riuscire a fermare l’Opera.
“Tanto la fanno!”… “e chissenefrega?”, “ma chi l’ha detto?” sono contrario e agisco di conseguenza! poi, vedremo.
Un corteo tra Bussoleno e Susa, uno sciopero generale in tutta la Valle, indetto senza il sostegno dei grandi sindacati nazionali, politicizzati, che negarono apertamente il proprio appoggio, ma con quello dei sindacati di base, più vicini, in quel caso, ai reali interessi delle persone. Un fiume di gente come non avevo mai visto, 50, 60 mila persone: famiglie, preti, anziani e bambini, intellettuali e gente semplice, donne e uomini di ogni tipo scesi in strada spontaneamente senza alcun apparato a manipolarli come di consueto. Tutti civili e tranquilli, pacifici ma determinati a far valere le proprie ragioni, tutti consapevoli della realtà delle cose: un sentire così autentico che fu impossibile non farsene coinvolgere. Gente della Valle ma anche tanta gente arrivata da fuori, per solidarietà, per opporsi al sopruso, all’imposizione dall’alto, alla prepotenza e alla presunzione di aver ragione a tutti i costi. Contro la demagogia e il populismo usati indifferentemente dalla destra e dalla sinistra per affermare che: “il TAV va fatto”, “senza il TAV l’Italia rischia l’isolamento dall’Europa”, “il TAV darà nuovo slancio all’economia del Paese”, “l’alta velocità permetterà di arrivare a Lione in 3 ore”…
tutte affermazioni di grande “effetto”, vero?!! ma non è sulla base di un effetto emotivo che è bene decidere dove fare un investimento; a meno di non voler rischiare un fallimento
Un anno da allora!
Non mi soffermo sulla prepotenza del Governo che il 29 novembre militarizzò il “sito” di Venaus con un giorno di anticipo sulla data formalmente prevista a partire dalla quale sarebbe stata concessa la presa di possesso dei terreni da cantierare ad opera della C.M.C. (Cooperativa Muratori e Cementisti) né sulla grande mobilitazione che seguì, a partire dalla mattina del 30 e che proseguì ininterrottamente con i presidi continuativi dei freddi giorni successivi fino allo sgombero violento operato nella notte del 6 dicembre (alle 3.30 del mattino) da centinaia di poliziotti ai danni di pochi cittadini inermi che dormivano nelle tende, costretti a presidiare fisicamente il territorio come ultima risorsa per far sentire la propria voce nel nostro “democratico” Paese.
Ricordo però con piacere l’8 dicembre successivo quando
quei terreni vennero ripresi dalla gente.
E dire che qualche pezzo grosso si permise di criticare le istituzioni locali per quella presenza. Quella presenza che era l’unico estremo gesto rimasto a disposizione di un primo cittadino per far valere il proprio mandato: difendere il proprio territorio e gli interessi dei propri concittadini ed elettori. La base della democrazia rappresentativa.
Nei mesi successivi la situazione si stabilizzò in una sorta di tregua di convenienza per la buona riuscita delle Olimpiadi invernali e, successivamente, per l’avvicinarsi delle Politiche 2006.
Un periodo in cui vennero organizzati frequenti incontri informativi tenuti dai consulenti tecnici del Movimento per portare a conoscenza almeno degli interessati che attivamente decidevano di parteciparvi, quali fossero le contropartite negative del megatunnel (“dimenticate” dai media), quali le follie progettuali -come il nastro trasportatore da Venaus alla Carriere du Paradis[9] (nei pressi del Colle del Moncenisio) previsto per trasportare 4,5 milioni di metri cubi per 6 Km. e un dislivello di 1.400 metri (sic!): alla faccia del risparmio energetico!- quali i conflitti di interessi (come quello dell’allora ministro delle infrastrutture Ing. Pietro Lunardi[10] che per nascondere formalmente quel conflitto, aveva opportunamente “ceduto” ai propri più stretti familiari la Rocksoil, azienda specializzata in costruzione di gallerie che aveva realizzato in precedenza lavori delle altre tratte AV in giro per l’Italia e nel caso della Torino-Lione aveva ottenuto l’appalto per la realizzazione del tratto in territorio francese del megatunnel, 2/3 del tratto transfrontaliero), quali le differenze inspiegabili ed inaccettabili tra costi previsti a progetto nel 1991 e costi rilevati (a lavori NON ancora ultimati!) nel 2005 (pari al 316% della cifra progettata) sulle varie tratte AV (su questa differenza è stata proposta recentemente la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta[11] che cerchi di individuare le “falle”). Quest’ultimo fatto è particolarmente interessante se messo in relazione ai fondi europei, spesso sbandierati come il toccasana per le spese da sostenere: se mai arriveranno saranno pari ad una percentuale compresa tra il 10 ed il 20% della cifra iniziale a progetto. Dato che non sono state neanche ipotizzate le cause che hanno determinato l’aumento spropositato dei costi sulle altre tratte è logico aspettarsi che altrettanto avverrà per la Torino-Lione: fintanto che non si conoscono le cause è praticamente impossibile che si possa correggere l’errore in futuro. Il 10-20% della cifra a progetto sarebbe dunque destinato a ridursi, nella migliore delle ipotesi, ad un misero 3,16-6,32% della cifra che verrà effettivamente spesa. Il resto?… Pantalone!!! che sarà costretto nuovamente a sottrarli ad ospedali, università, scuole, linee ferroviarie tradizionali e nodi di interscambio attorno alle città, alla ricerca che tutti sbandierano come priorità ma nessuno fa niente per rilanciare.
Al di là degli aspetti tecnici che con la forza della loro solidità costituiscono la base sicura dell’opposizione, scopersi, man mano che si presentavano nuove occasioni di contatto con il Movimento, che nel corso degli anni passati a studiare il progetto AV e i suoi punti deboli, erano maturate, in parallelo, visioni di ampio respiro in alternativa a quelle normalmente propagandate come le uniche possibili come: 1) la valutazione del nostro attuale sistema democratico[12] come punto d’arrivo –massima espressione della gestione della cosa pubblica-; 2) l’idea dello Sviluppo continuo, necessario, infinito, della Crescita esponenziale come unica strada percorribile
Ricordo in particolare una serie di dibattiti che si
svolsero nel mese di Febbraio, organizzati all’interno della cornice unitaria
del “Grande Cortile”[13]:
tra i relatori Luca Mercalli, Alex
Zanotelli, Aldo Bonomi,
1)
La considerazione di fondo è che il sistema democratico
attuale, che prevede che con il voto venga data una delega in bianco ai
politici senza che successivamente all’elezione ci sia la possibilità per i
cittadini di chiedere conto della coerenza dell’operato con il programma ed il
mandato ricevuti, senza che ci sia la possibilità di interagire in modo
costruttivo con le Istituzioni, senza che ci sia trasparenza effettiva di ciò
che chi governa fa, senza che sia possibile effettuare la scelta della rosa dei
candidati eleggibili (divenuta con l’ultima legge elettorale anche formalmente,
prerogativa assoluta dei partiti) sia insufficiente. Considerando lo
Un tema caro anche ad un personaggio politico francese di cui si parla molto ultimamente: Ségolène Royal.[14]
Per lungo tempo pensai che quella della Democrazia Partecipata fosse per lo più un’ipotesi priva di applicazione concreta. Questo fino a metà ottobre di quest’anno. Il 15 ottobre Il Corriere della Sera pubblicò un’intervista al sindaco di Almese, Bruno Gonella, dalla quale risultava che questi, in modo del tutto incoerente con il proprio mandato, avesse preso posizioni “favorevoli” al TAV. Un fatto allarmante che portò un gruppo di cittadini ad incontrarlo davanti al Municipio, per verificare la veridicità delle affermazioni riportate dal giornale, una dimostrazione di vicinanza alla persona del Sindaco. L’incontro portò ad un chiarimento[15] e alla presa di coscienza dell’ennesimo stravolgimento operato dai media; al quale però ne sarebbe seguito a breve un altro, ancora più subdolo. Nei giorni successivi i giornali titolavano al linciaggio, al “processo di piazza”, la Bresso e Chiamparino parlarono di “pistola puntata alla testa”[16]. Fortunatamente qualche persona previdente pensò di filmare come veramente andarono le cose : è possibile vederlo qui[17], con i propri occhi (non c’è bisogno di alcun ulteriore commento).
Questo episodio è emblematico del terrore con cui i nostri politici (ed i giornali che li sostengono all’interno del sistema consolidato) vedono un possibile allargarsi della pratica di “chieder conto”, di “verificare” da parte dei cittadini negli affari pubblici.
Un ingerirsi di cose che non li riguardano. Ma questo è un ossimoro! Chi riguarda se non loro, i cittadini?? Noi!!!
Ed evidentemente, tanto è il terrore che provano loro quant’è la paura che vogliono instillare nella gente quando parlano di “processi di piazza”, “ricatto”, ecc.
2) La seconda considerazione di base è di grandissima forza e semplicità: ”Crescere è sempre un bene? La Terra ha dimensioni e risorse FINITE: non può sostenere la crescita continua/infinita dei consumi, della popolazione, dell’inquinamento!”[18]
Qui l’argomento è davvero vasto per pensare di poterlo sintetizzare brevemente: comprende la possibilità di far crescere un nuovo mercato (nel quale moltissime persone potrebbero dare e trovare lavoro costruendo ed installando pannelli solari, cogeneratori e una quantità di dispositivi che ci permetterebbero di alleggerire la bolletta oltre a ridurre l’impatto ambientale) che punti a liberarci dalla dipendenza dalle energie fossili non rinnovabili (come petrolio, carbone, gas) e a sviluppare le energie rinnovabili che per la posizione geografica dell’Italia potrebbero soddisfare buona parte del nostro fabbisogno energetico. E non sono davvero menate campate per aria da qualche ambientalista con la testa fra le nuvole, sono una reale possibilità per migliorare la situazione, una direzione sulla quale molti stati si stanno alacremente rafforzando, sono una concreta alternativa al modello di sviluppo che viene imposto in Italia come unico possibile, che ha il suo esempio più scellerato nella politica delle Grandi Opere.
Un’alternativa difficile da
accettare da quel ristretto gruppo di poche potenti persone che padroneggiano
il mercato dell’energia in Italia e possono permettersi di fare terrorismo
(questo si, vero terrorismo) con il blocco del gas russo finalizzato a dare il
via libera all’accordo ENI-Gazprom, a sponsorizzare e
promuovere la soluzione dei rigassificatori come
unica soluzione al problema energetico.
Qualche giorno fa, ero dalle parti del Col del Lys: poco oltre il colle, scendendo verso Lanzo è stata posta, due anni fa, una targa commemorativa per la Resistenza, a ricordo dell’eccidio di partigiani che venne compiuto in quella zona il 2 luglio 1944.
In quella targa c’è scritto quanto segue: “…Anche la fossa comune del Col del Lys è parte di un racconto; quello di coloro, ragazzi, donne e uomini, che tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 si ribellarono al fascismo e decisero di riconquistare la propria dignità di individui e la libertà per il proprio paese. Una scelta magari all’inizio non del tutto consapevole, soprattutto per i più giovani cresciuti all’ombra del regime e della sua ideologia; ragazzi che a sei anni avevano giurato fedeltà al duce e a tredici di servire la causa della rivoluzione fascista e che erano stati sottoposti ad una massiccia propaganda all’insegna del “credere, obbedire, combattere”. Una scelta non facile, non di comodo, perché implicava la negazione di tutto ciò che avevano dato per vero, per certo, per giusto; e comportava il travaglio e l’angoscia della decisione, sovvertendo il modello del ragazzo irreggimentato nelle organizzazioni fasciste, abituato ad adeguarsi senza dubbi o domande. Una scelta però che si consolidò e si perfezionò durante i lunghi mesi della lotta di Liberazione, nell’esperienza di un differente modo di essere e di stare insieme, nella pratica della democrazia e della responsabilità, nella scoperta della possibilità di un mondo migliore e nel desiderio di realizzarlo fino alla definizione chiara e coerente di quei valori di libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà, partecipazione, che alla fine di questo processo di maturazione il movimento partigiano consegnò alla Costituzione Repubblicana”.
Se in parte sono riuscito a comprendere e a sentire vicino questo messaggio è grazie a quanto ho appena raccontato.
Credo che tutta l’Italia debba gratitudine al movimento NO TAV per lo spiraglio di speranza che ha reso disponibile per chiunque sappia coglierlo.
A Venaus 8-9-10 dicembre verrà celebrato il primo anniversario di quell’8 dicembre: chiunque desideri respirare l’aria che ho cercato di raccontare in queste pagine è invitato a partecipare (per ottenere il programma della manifestazione –che comprenderà conferenze e dibattiti ma anche teatro e concerti- può farlo per mail scrivendo a postmaster@spintadalbass.org oppure telefonando o mandando un sms per essere richiamati a Valentina (3384513153).
L’agenda del Movimento è comunque sempre ricca di momenti di aggregazione e informazione: per consultarla è sufficiente visitare il sito www.notav.it (“Calendario Eventi”).
Saluti NO TAV
Paolo
[2] http://www.lavoce.info/authors/view.php?id=31&cms_pk=2289&from=index&aut_pk=30 e http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2438
[11] http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/torino/200610articoli/11734girata.asp oppure http://www.notavtorino.org/documenti/commiss-parlam-tav-21-6-06.htm
[14] http://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9gol%C3%A8ne_Royal#Associazione_.C2.AB_D.C3.A9sirs_d.27avenir_.C2.BB
[15] http://www.notavalmese.org/download/Comunicati_ComuneAlmese/Lettera_BGonella-vs-CorriereDSera_15-10-2006.pdf
[17] http://www.legambientevalsusa.it/gonellabig.wmv?name=Downloads&d_op=getit&lid=4776&ext=_big.wmv