
UNA VALLE DI TUNNEL
Marco Cedolin
Molte volte in questa sorta di “regno del PIL” che è
l’Italia della globalizzazione selvaggia, vissuta all’insegna del miraggio di
un’improbabile crescita e sviluppo, laddove globalizzare significa semplicemente
delocalizzare all’estero ogni sorta di produzione industriale mentre a crescere
e svilupparsi sono solamente il precariato e il numero delle famiglie che vivono
sotto la soglia di povertà, il mondo politico si mostra talmente inebetito da
disconoscere anche le più elementari nozioni di geografia.
Accade così che una valle alpina venga declassata al ruolo
di corridoio di transito e la qualità di vita dei suoi abitanti sacrificata nel
nome di un concetto di progresso così anacronistico da far regredire di almeno
100 anni tutte le conquiste sociali ottenute nel secolo scorso.
La Valle di Susa è senza dubbio l’esempio più eclatante di
come la smodata volontà di asfaltare, cementificare e scavare, che appartiene
tanto alla classe politica nostrana quanto all’imprenditoria decadente e malata
che accumula fortune sulle spalle dei contribuenti, riesca a prevaricare
qualunque barlume di raziocinio e ogni briciola di buon senso.
In una valle alpina larga mediamente 1,5 km. già ricca
d’infrastrutture e insediamenti abitativi ed industriali, negli ultimi 20 anni
la folta schiera degli adoratori del cemento e del tondino ha messo in atto una
tale ridda di progetti devastanti in grado di mandare in crisi qualunque zona di
pianura scarsamente popolata e priva di qualsiasi ambizione turistica.
Ma a colpire ed indignare maggiormente chiunque viva in
Valle di Susa non è tanto questa sorta di accanimento infrastrutturale portato
avanti senza rispetto alcuno del territorio e della popolazione, quanto
l’assurda sequela di false motivazioni, spesso in palese contraddizione le une
con le altre, addotte dai politici e dai loro servitori mediatici per suffragare
progetti privi di ogni senso.
Negli anni 90 fu costruita l’autostrada A 32, quattro
corsie quanto mai ricche di viadotti e gallerie che tagliano in due il
fondovalle parallelamente alla già esistente linea ferroviaria internazionale a
doppio binario. Il pretesto per vincere l’avversione della popolazione nei
confronti dell’opera (a vincere l’opposizione delle autorità locali bastò la
promessa di compensazioni in molti casi non mantenuta) fu la possibilità di
convogliare in autostrada il pesante traffico dei TIR che viaggiavano sulle due
statali in prossimità dei centri urbani.
Il risultato parla di 5000 TIR che giornalmente
attraversano la valle con il loro carico di morte composto da particolato (PM10)
e ozono in concentrazione tale da far si che la qualità dell’aria di una valle
alpina sia paragonabile a quella del centro di una grande metropoli (dati
riscontrati dalle centraline Arpa) con la differenza che in una valle
contrariamente a quanto avviene in città esistono coltivazioni ed allevamenti
destinati ad assorbire le sostanze nocive per poi trasferirle nella catena
alimentare.
Sempre negli anni 90 contemporaneamente alla costruzione
dell’autostrada iniziò a prendere corpo il progetto dell’alta velocità
ferroviaria Torino – Lione. Il TAV, destinato negli anni a trasformarsi in
TAV/TAC a causa dell’assoluta mancanza sulla direttrice in oggetto di un
traffico passeggeri che potesse suffragare l’opera, si mostrò fin da subito
tanto faraonico quanto devastante, inserito oltretutto nel contesto di una valle
alpina già profondamente violentata dalle infrastrutture esistenti.
Un tunnel di 53 km che dovrebbe correre sotto il massiccio
dell’Ambin, un secondo tunnel di 23 km. (Musinè – Gravio) che attraverserà la
parte più bassa della valle, il tutto all’interno di montagne notoriamente (gli
studi in merito sono molteplici) ricche di uranio e amianto, sommati a 15/20
anni di cantierizzazione in grado di trasformare l’esiguo spazio della valle in
un’immensa discarica di materiale di risulta (in parte radioattivo e contenente
amianto) a cielo aperto.
Il pretesto usato in questo caso per tentare di convincere
i valsusini ed i loro amministratori, che da sempre avversano con fermezza
l’opera fino ad arrivare allo scontro fisico con le forze dell’ordine
protagoniste dei pestaggi dello scorso dicembre, si è manifestato tanto privo di
senso quanto mistificatorio della realtà. Il TAV dovrebbe servire (fra le altre
cose) a trasportare sulla ferrovia quegli stessi TIR per far viaggiare i quali è
stata appena costruita una costosissima autostrada pesantemente impattante dal
punto di vista ecologico/ambientale e dispensatrice di notevoli dosi
d’inquinamento dell’aria e del territorio.
Lo stesso traffico di mezzi pesanti, oltretutto in calo di
circa il 30% negli ultimi anni a causa dello stato di recessione in cui versa il
nostro paese a dispetto delle false stime dell’ISTAT, sarebbe dunque in grado,
secondo le deliranti affermazioni della banda del cemento e del tondino, di
giustificare due opere colossali e devastanti quali l’autostrada A 32 (già da
tempo completata) ed il TAV Torino – Lione che fortunatamente per il momento
alligna solo nelle fantasie malate di lor signori.
Ma siccome al peggio non vi è mai fine ed i tunnel
destinati alla Valle di Susa, già costruiti o in fase di progettazione, si
moltiplicano in maniera esponenziale, una nuova opera sembra essere alle porte.
Si tratta del raddoppio del traforo autostradale del
Frejus, tramite la costruzione di una seconda canna la cui larghezza prevista di
8 metri (equivalente a quella del traforo del Monte Bianco) tradisce le reali
ambizioni del progetto, spacciato impropriamente come finalizzato alla
costruzione di una canna di sicurezza non adibita al transito di veicoli.
Sempre gli stessi TIR dunque, simili all’appartamento di
un celebre film di Totò, prima corrono sulle loro ruote per giustificare la
costruzione dell’autostrada, poi salgono sui treni per dimostrare la necessità
del TAV, infine scendono dalla rotaia dopo essersi moltiplicati per
partenogenesi e vanno ad infilarsi nel traforo del Frejus per dimostrare quanto
sia importante raddoppiare la capienza dello stesso.
Se non si stesse giocando con la vita e la salute di tutti
i valsusini i risvolti di questa parodia potrebbero sembrare perfino comici
nella loro disarmante demenzialità. Purtroppo invece la questione impone la
massima serietà e di questo tutta la popolazione ha la massima consapevolezza.
La Valle di Susa dopo avere già esternato e dimostrato in
molteplici occasioni il proprio NO al TAV è altrettanto decisa nell’opporsi alla
costruzione della seconda canna del Frejus ed è anzi pronta a chiedere e
pretendere il contingentamento del traffico attuale dei TIR sul modello di
quanto avviene in Valle D’Aosta.
Fra una valle alpina ed un corridoio di transito esistono
70.000 persone fermamente decise ad urlare il proprio No che altro non è se non
un SI al diritto alla vita e alla salute, un diritto assolutamente
inconciliabile con una valle di tunnel.
30 giugno 2006